Quanto costa la moda? Meno di un panino

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Negozi chiusi, licenziamenti e dichiarazioni di bancarotta sono cause a effetto con cui la moda ha dovuto pareggiare i conti nel 2020. Il coronavirus e la conseguente crisi hanno messo a dura prova l’industria da 2,5 trilioni di dollari in cui a essere penalizzati oltre alle aziende si annoverano soprattutto i singoli lavoratori, privati della propria fonte di sussistenza. Mai come nell’era pandemica è emersa una verità inconscia ovvero che la moda esiste perché dipende dallo sfruttamento della manodopera a basso costo. Nulla che già non si sapesse ma con la diffusione del virus su scala globale il sistema di forniture d’abbigliamento è stato interrotto, i pagamenti sono stati congelati e parte degli ordini annullati. I lavoratori tessili sottopagati dei paesi in via di sviluppo sono stati mandati a casa senza paga e senza alcun sostegno economico. Molti attivisti per i diritti umani hanno cercato di far emergere il problema in questione e in special modo sulla situazione della popolazione uigura nella regione cinese Xinjiang. Una minoranza musulmana sradicata dalla propria regione e trasferita in fabbriche distribuite su tutto il territorio cinese per lavorare sotto sorveglianza. Una privazione di libertà intollerabile che avviene dal 2017 e pare si sia verificata durante tutto il 2020 nonostante il paese abbia affrontato la pandemia.

Anche a Londra si è scoperto lo sfruttamento a danno di lavoratori di una fabbrica di Leicester che produceva vestiti per il rivenditore di fast fashion Boohoo. Ai dipendenti una paga misera, poco meno di 4 sterline ad ora. Con una retribuzione così bassa risulta spontaneo chiedersi come faccia la moda a detenere costi inesistenti ma anche prezzi esorbitanti? Nel 2016 a Voices, un raduno di innovatori dell’industria della moda, il trend forecaster Li Edelkoort elaborò una delle domande più impressive mai fatte sullo scenario produttivo del settore: «Com’è possibile che un capo d’abbigliamento sia più economico di un panino? Come può costare un paio di euro un prodotto che deve essere seminato, coltivato, raccolto, pettinato, filato, lavorato a maglia, tagliato e cucito, finito, stampato, etichettato, confezionato e trasportato?». Il prezzo di vendita si determina sulla base finale della lavorazione del prodotto, esso vale quanto l’effettivo costo industriale. A quest’ultimo vanno ad aggiungersi mark up, ossia il profitto per il produttore o per il negozio se il capo verrà venduto in negozio. Il frangente di guadagno è compreso tra un mark up di 2,2 e 2,5. Vuol dire che se un capo costa 50 euro, questo verrà venduto a un rivenditore a 110. Il rivenditore deve a sua volta marcare il costo per realizzare il profitto arrivando a 242 euro. Nonostante i costi di produzione e i salari di chi li produce siano miseri, la moda si divide in due livelli per fascia di prezzo. Il low cost, tipico del fast fashion, detiene prodotti con prezzi finali eccessivamente bassi che denunciano qualità scadente e attività lavorative disumane. L’altra faccia della medaglia riguarda i prodotti di lusso presumibilmente di buona fattura, noti per i prezzi da capogiro. Ma, attenzione, anche in questo caso si verifica uno sfruttamento a danno dei lavoratori e la qualità non è sempre assicurata.

Si fa affidamento al marchio, alla casa madre e all’allure che negli anni essa si è costruita. Il rapporto dare-avere dei noti marchi di lusso si traduce in prezzo elevato per uno status symbol da possedere. Tuttavia, anche nella produzione del lusso si fa riferimento a subappaltatori in India per la produzione di ricami e abbellimenti a costi inferiori. La dicitura Made in Italy o Made in France che li contraddistinguerà sarà dovuta all’assemblaggio finale dei capi che avviene in Europa. Tutto si riduce alla possibilità economica che si dispone, se l’oggetto del desiderio costa poco o tanto, s’ignorano i procedimenti produttivi e le condizioni dei lavoratori dietro quel capo o accessorio. La fiducia instaurata dai marchi offusca retroscena considerati marginali e che non devono interessare al consumatore.

di Chiara del prete

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