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Avete mai sentito parlare di cacciatori di tornado? Come in America, un trio esperti – Stefano Salvatore, Federico Baggiani e Alessandro Piazza – ha costruito una community che in 8 anni ha superato i 100.000 followers con l’obiettivo di quantificare i tornado sul suolo italiano. Grazie alle segnalazioni della community, sono riusciti a classificarne ben 352. Così ci siamo fatti spiegare un po’ di cose sul meteo e sul clima.

Quanti tornado sono stati registrati in Italia finora quest’anno?

«Quest’anno siamo a 8 tornado registrati in archivio. Negli ultimi anni abbiamo registrato un trend in ascesa del numero di tornado, ma questo è probabilmente dovuto ad un aumento delle segnalazioni. Inoltre, 8 anni di raccolta dati sono troppo pochi statisticamente per poter definire un trend climatologico.

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Per quanto riguarda il 2022, la presenza molto invadente dell’anticiclone africano sulla nostra penisola, e quindi la scarsa formazione di temporali (soprattutto nel mese di luglio) sta facendo sì che il numero di tornado verificatosi fino a questo punto dell’anno sia più basso rispetto agli anni scorsi».

Si fa spesso confusione tra tornado ed altri fenomeni. Che differenza c’è e quando ci dobbiamo preoccupare?

«Il tornado o tromba d’aria è una colonna d’aria in forte rotazione che scende da una nube temporalesca ed è a contatto col terreno. Il vento associato a un tornado quindi è in rotazione e interessa un’area piuttosto ristretta.

Purtroppo, in Italia, si è spesso fatta confusione nell’utilizzo del termine tromba d’aria, venendo associata a qualsivoglia colpo di vento che causi danni. Questo è però errato in quanto la maggior parte dei danni da vento è causata da intense raffiche lineari. Tale fenomeno, il downburst, è una forte corrente discendente che impattando in modo perpendicolare con il suolo genera fortissimi venti in grado di provocare seri danni ad alberi e costruzioni.

Difficile dire quando ci dobbiamo preoccupare: i tornado sono difficilmente prevedibili con anticipo».

Oggi non vi occupate solo di meteorologia ma anche di climatologia. Stiamo sperimentando grandinate, record di temperature, incendi causati da fulmini, ma soprattutto siccità e scioglimento dei ghiacciai. Nonostante gli scienziati ci abbiano avvisati da diversi decenni, questi fenomeni sono all’ordine del giorno. Se si dovesse ripetere un’annata del genere, senza piogge e con temperature record, dove saremmo diretti?

«A livello globale, gli ultimi 7 anni sono stati i più caldi mai registrati. Per quanto riguarda l’Italia la presenza dell’anticiclone africano si fa sempre più invadente, portando quasi ogni anno a ritoccare i record di temperature massime. Il 2022 poi finora è di gran lunga l’anno con il minor quantitativo di precipitazioni da quando si registrano i dati in Italia, con alcune zone come il Nord lungo l’asta del Po che hanno un deficit di piogge intorno al 90%.

Se annate di questo tipo dovessero diventare la norma bisognerebbe ripensare completamente i metodi di coltivazione della terra, che ad ora richiedono troppa acqua rispetto a quella che offre l’ambiente».

L’Italia è a rischio, al Nord i razionamenti d’acqua sono solo una delle risposte alla crisi. Cosa dobbiamo aspettarci al Sud Italia nel breve futuro e cosa possiamo fare come semplici cittadini per rispondere meglio al cambiamento climatico?

«Nel breve termine sul Sud Italia non si vede uno sblocco della situazione, con un anticiclone che rimane costantemente bloccato nella sua posizione. Sempre caldo e assenza di piogge dunque, con le temperature in graduale aumento. È chiaro quindi che anche qui la siccità si fa sentire, e la mancanza di acqua potrebbe diventare un problema sia per le coltivazioni che per l’uso domestico delle persone.

Quello che noi come cittadini possiamo fare per far fronte a questa situazione è limitare gli sprechi, usando l’acqua solo per scopi domestici essenziali ed evitando di annaffiare prati o lavare le auto. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, nel quotidiano possiamo cercare di ridurre le emissioni usando meno l’automobile e inquinare il meno possibile.

Questo però è un problema che va affrontato a livello di collettività; servono strategie a lungo termine. Il problema è che alcune decisioni andavano prese almeno 30 anni fa perché potessero avere un effetto apprezzabile; infatti anche riducendo di molto le emissioni di CO2 adesso, la sua concentrazione e l’effetto sull’atmosfera andranno avanti ancora per molti anni prima di ridursi».

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