Quando il talento non si improvvisa. Sergio Del Prete, attore e regista, si racconta

Sergio Del Prete

Nell’era dell’improvvisazione, in cui con sfacciata disinvoltura e mancanza di correlata preparazione ci si definisce attore, grafico, fotografo, scrittore, capita di imbattersi in personaggi che emanano l’essenza stessa del proprio mestiere attraverso una somma di elementi più eloquente di un dettagliato curriculum vitae.
Questa è la percezione che ho tratto anni fa, quando ho conosciuto Sergio Del Prete, attore e regista. Trentaduenne, ha iniziato in età adolescenziale un laboratorio teatrale al teatro De Rosa di Frattamaggiore, con Peppe Sollazzo e Pino L’Abbate. Ha poi continuato gli studi con registi diversi e maestri come Michele Monetta, Elena Bucci, Francesco Saponaro, Ernesto Lama, Mimmo Borrelli, Pupi Avati e Massimiliano Civica, rimanendo sempre alla ricerca di nuovi stimoli sul profilo formativo, parallelamente alla formazione lavorativa in palcoscenico.

Se dovessi attribuire un aggettivo alle tue interpretazioni teatrali sarebbe “emozionale”. L’intensità della tua recitazione, la mimica, la voce sapientemente modulata attribuiscono ai tuoi personaggi peculiarità eccezionali. Il teatro è sempre stato parte di te o piuttosto una scoperta graduale?
«Ho scoperto il teatro per caso a 16 anni, non sapevo cosa potesse significare un approccio a questa arte. Sin da piccolo l’immaginazione faceva parte di me, ma non ho mai pensato potesse essere un ingrediente per una carriera lavorativa e artistica. Ho incontrato il teatro alle superiori, un istituto tecnico di provincia, dove gli stimoli te li devi cercare, non li trovi sotto mano. Da lì è partito l’amore. Ho trovato un modo per comunicare, per farmi accettare, un modo per dire io sono qualcosa. Il teatro è stato la mia salvezza, il mio modo di essere».

Hai un ‘maestro’ dal quale hai tratto ispirazione e attinto passione per il palcoscenico?

«Sicuramente l’incontro con Ernesto Lama è stato importantissimo. È un attore che ha iniziato la sua attività teatrale a 13 anni con Roberto De Simone, niente male direi! Mi piace sempre ricordare che Ernesto è uno di quei teatranti che conosce a memoria ogni angolo del palcoscenico e sa esattamente ciò che sta avvenendo alle sue spalle quando è in scena. Uno che ha il teatro negli occhi, nelle mani, nelle rughe. Da lui ho “rubato” sicuramente l’idea di mestiere, l’idea di dare il sangue in scena, la generosità che ogni attore a mio parere dovrebbe avere».

Sei un attore, ma anche un regista. Quale opera teatrale senti più tua? O in quale lavoro pensi di esserti espresso meglio?
«Da due anni porto in giro nei teatri uno spettacolo dal titolo Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori che è nato insieme a Roberto Solofria, direttore del Teatro Civico 14 di Caserta. Chiromantica… credo sia lo spettacolo del quale sono innamorato sentimentalmente oltre che lavorativamente, perché racchiude esattamente la mia idea di teatro e il mio stato emotivo di questi anni. È uno spettacolo in cui sono stati uniti testi di Enzo Moscato, Giuseppe Patroni Griffi, Annibale Ruccello e Francesco Silvestri. Quattro autori che appartengono alla nuova drammaturgia napoletana e italiana degli anni ’80, anni in cui è presente un fervore culturale vissuto in poche epoche. Chiromantica… racconta la storia di due travestiti, chiusi, abbandonati materialmente in una gabbia di ferro, unico elemento scenico che è metafora del mondo, dell’omofobia, dell’abbandono e di tutto quello che ci vede lo spettatore. Tutta la poesia dei quattro autori è sempre legata alla gabbia, tutto ciò che avviene è legato alla gabbia e la visione essenziale del teatro è la caratteristica prima di questo spettacolo. Mettere lo spettatore nella condizione di attivare la propria immaginazione e la propria idea. È uno spettacolo crudo, violento, ma anche dolcissimo».

Come vivi le tue recenti esperienze televisive?
«Ho da poco terminato le riprese della seconda serie de I bastardi di Pizzofalcone 2 per la regia di Alessandro D’Alatri, una persona meravigliosa e un regista straordinario. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con uno degli attori più bravi in Italia, Alessandro Gassmann, che è protagonista della serie. Questa esperienza è stata fondamentale per me, perché mi ha dato la possibilità di sperimentare delle sfumature con la camera da presa che non avevo ancora messo in gioco. La televisione ha ritmi completamente diversi dal teatro, il teatro ti permette di vivere qualcosa che appartiene al “qui e ora”, è qualcosa di unico, lo spettacolo non sarà mai uguale a quello della sera precedente e a quello della sera successiva. Il cinema e la televisione ti danno la possibilità di essere in un certo modo “eterno”, le scene vengono girate diverse volte e si sceglie sempre la migliore, ma è un mondo di grande fascino che mi sta trasmettendo stimoli infiniti. Due sport differenti vissuti da un solo atleta che è l’attore».

Sei anagraficamente giovane, teatralmente meno giovane, ma hai ancora un lungo percorso professionale da esplorare. Raccontaci un progetto particolarmente caro che porti nella valigia delle tue ambizioni artistiche.
“Ho tantissime ambizioni ma una regola fondamentale del teatro, che ho trasferito anche nella mia vita privata, è fare una cosa alla volta per farla bene. Il progetto più grande è sicuramente avere la possibilità e la capacità di continuare il mio percorso artistico e lavorativo. Vorrei firmare una nuova regia, continuare a fare cinema, lavorare sempre con bravi attori per migliorarmi e non abbandonare mai ciò che mi fa sentire libero: il teatro».

E noi di Informare, che sosteniamo non solo lo spettacolo e il talento ma pure i giovani “atleti” dell’arte, non possiamo che augurare a Sergio il prosieguo di un cammino di grandi soddisfazioni e successi, tra polverose tavole di palcoscenico ed esaltanti ciak, scroscianti applausi e vibranti emozioni, in un crescendo di fantasia, sorrisi e napoletanità.

di Barbara Giardiello
barbara.giardiello05@gmail.com