politica economica
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In attesa della prossima riunione del 07/04 dell’Eurogruppo, che dovrebbe prendere importanti provvedimenti per combattere, a livello europeo, la colossale crisi creata dalla pandemia da Covid-19, vogliamo esaminare le argomentazioni e le proposte, che hanno portato all’attenzione di tutti alcuni importanti personaggi politici o uomini delle istituzioni in questi ultimi giorni.

L’ex presidente della BCE, Mario Draghi, ha scritto, lo scorso 25 marzo, un contributo reso al Financial Time di cui si riportano di seguito alcuni passaggi salienti.

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We face a war against coronavirus… A deep recession is inevitable… to prevent the recession from morphing into a prolonged depression… the answer must involve a significant increase in public debt…

Much higher public debt levels will become a permanent feature of our economies and will be accompanied by private debt cancellation.

States have always done so in the face of national emergencies. Wars — the most relevant precedent — were financed by increases in public debt.

The priority must not only be providing basic income for those who lose their jobs. We must protect people from losing their jobs in the first place…. requires immediate liquidity support… Banks must rapidly lend funds at zero cost to companies prepared to save jobs… the capital they need to perform this task must be provided by the government in the form of state guarantees on all additional overdrafts or loans.

A change of mindset is as necessary in this crisis as it would be in times of war… deploying government balance sheets, mobilising banks and, as Europeans, supporting each other in the pursuit of what is evidently a common cause.

Dunque Draghi, come tanti altri in questo periodo, parla di stato di “guerra”, che rende inevitabile una “profonda recessione”, che però bisogna fare in modo non si trasformi in una “prolungata depressione”. La riposta è individuata in un “aumento significativo del debito pubblico”. La perdita di reddito nel settore privato deve essere INFINE (“eventually” è in italiano un “false friend”, porta cioè a pensare che si traduca “eventualmente” e invece no…) assorbita dai bilanci pubblici i cui livelli più alti diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato. Del resto, gli Stati hanno sempre fatto questo durante le emergenze nazionali, come, appunto durante le guerre.

La priorità, però, per Draghi, non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro; bisogna innanzitutto proteggere le persone dalla perdita del lavoro e questo richiede un immediato sostegno di liquidità, il quale va messo a disposizione dalle banche, attraverso dei prestiti a costo zero, a imprese pronte a salvare posti di lavoro. Il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli ulteriori scoperti o prestiti.

Quest’ultimo è forse il passaggio più significativo della lettera di Draghi e richiede una sottolineatura.

Dunque le imprese devono essere finanziate soprattutto per sostenere i posti di lavoro (e su questo evidentemente non ci può essere nulla da eccepire) e la liquidità necessaria deve essere messa a disposizione dai governi, ma (attenzione) non direttamente in un sistema tipo G2B (Government to Business), bensì tramite l’intermediazione delle banche, le quali erogano dei prestiti a costo zero le cui garanzie devono essere fornite dallo Stato. Tra l’altro aggiungendo che “né la regolamentazione né le regole di garanzia dovrebbero ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci bancari a tale scopo”.

Il problema nel merito di tutto ciò è che in Italia (ma non soltanto in Italia) i bilanci bancari sono diventati in alcuni casi dei pozzi senza fondo per prelievi e finanziamenti colossali, spesso ingiustificati e senza le dovute garanzie e se non hanno portato al fallimento degli istituti bancari è solo perché in seguito i loro bilanci sono stati ripianati dagli Stati. E dunque le ricette di Draghi possono essere in teoria considerate appropriate ed ineccepibili, ma, in pratica, in relazione alle esperienze di pessima conduzione, anche nel passato recente, da parte di istituti bancari, ora, a maggior ragione, in tempi di emergenza e con le “regole di garanzia” che non devono “ostacolare” l’erogazione di capitali necessarie all’imprese, chi può assicurare che questo non dia luogo ad ulteriori finanziamenti ingiustificati o addirittura illeciti e che poi andranno comunque ad incidere sui bilanci pubblici??

La chiusa di Draghi è, infine, giusta e condivisibile: serve un “cambio di mentalità”, mobilitare le banche (ma con tutte le cautele e le riserve di cui si diceva) e, come europei, “sostenersi a vicenda nel perseguimento di ciò che è evidentemente una causa comune”.

L’ex Commissario europeo e PdC italiano Mario Monti, in un articolo del 28/03 sul Corriere della Sera, dal titolo “Berlino, l’Europa e il prezzo da pagare”, cita il 2012 (anno in cui lui è stato premier italiano), quando “la Germania e i Paesi del Nord riconobbero per la prima volta che, come sostenevano Italia, Francia e Spagna, sarebbero stati opportuni interventi della Bce a sostegno dei titoli di Stato di quei Paesi che, pur essendo ancora presi di mira dalla speculazione, stavano seguendo le politiche convenute in sede europea”.

Monti, a tal proposito, cita il «whatever it takes» dell’allora presidente della BCE Draghi e poi lo strumento detto OMT per effettuare tali interventi.

E dunque, prima di proseguire a commentare le affermazioni di Monti, è il caso di fare una breve chiosa di approfondimento su questi due argomenti.

Per quanto concerne la famosa frase di Draghi: whatever it takes ( “tutto ciò che serve”) è tratta da un discorso del luglio 2012 quando intervenne a Londra e disse: “La BCE è pronta a fare tutto ciò che serve per preservare l’euro. E credetemi: sarà sufficiente”. Questo discorso rappresentò una svolta importante nella strategia della BCE e per l’economia dell’Eurozona, in un momento in cui vi era un forte assalto speculativo che poneva in grande rischio l’euro e l’intera costruzione europea.

A questo discorso seguì l’istituzione delle OMT (Outright Monetary Transactions – Transazioni Monetarie Dirette) che rappresentano un piano di acquisto “diretto” di titoli sul mercato secondario, in particolare titoli di stato a breve termine, che la BCE può riservare a Paesi membri dell’Eurozona che si trovino in difficoltà macroeconomica grave e conclamata. Questo strumento, dunque, differisce dal Quantitative Easing (QE, in italiano: “Alleggerimento Quantitativo”) che invece rappresenta un piano di acquisto di tioli che la BCE porta avanti, secondo dei criteri di proporzionalità, ma che è esteso a tutti i Paesi dell’Eurozona e non a singoli in difficoltà.

La situazione di difficoltà anzi di “aggiustamento macroeconomico” è identificata dal fatto che il Paese abbia avviato un programma di aiuto finanziario attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Su questa ultima importante (e molto dibattuta) istituzione finanziaria si riserverà una nota finale.

Ritornando a Monti, egli afferma che la “contrapposizione tra Nord e Sud”, emersa al recente Consiglio Europeo, rispetto a quella del 2012 “non ha un’analoga giustificazione obiettiva, dato che il coronavirus sta colpendo tutti”, oltretutto “è intervenuta dopo che la Bce aveva già agito, sia pure con una comunicazione malcerta”. La divergenza è però, secondo lui, “superabile”, attraverso “un confronto serrato” soprattutto “tra Italia e Germania, come nel 2012”.

Concretamente, secondo Monti, l’Italia non dovrebbe attenuare la pressione in favore degli eurobond, ma non “appendersi” solo a questo strumento e, piuttosto, modalità di eventuali interventi nell’ambito del MES o attraverso l’OMT potrebbero “essere oggetto di negoziato ad hoc, in particolare per ridurre al minimo, e finalizzare al massimo, eventuali forme di condizionalità.”

Inoltre, per Monti, “Conte dovrebbe insistere con la Merkel che qui non si tratta di mettere a carico dei tedeschi una parte del debito pubblico italiano creatosi fino a oggi e neppure tutto il nuovo debito che nascerà dagli interventi per contrastare la pandemia”. Per questo, “il governo italiano emetterà buoni per la salute pubblica anche e soprattutto all’interno e si rivolgerà con appelli e altri strumenti agli italiani perché li sottoscrivano”.

Questi titoli nazionali, per Monti, dovrebbero essere sottoscritti da risparmiatori e istituzioni finanziarie di tutt’Europa. Ciò anche per fare in modo che “a dover assorbire il grande choc attuale” non sia la sola BCE, la quale, addirittura, “potrebbe non essere in grado di evitare un’iperinflazione stile Repubblica di Weimar”.

L’ex PdC italiano e presidente della Commissione UE Romano Prodi, tra le varie dichiarazioni che ha rilasciato, in un’intervista alla trasmissione televisiva “Che tempo che fa” del 29/03 ha parlato innanzitutto di “Globalizzazione” dicendo che non potrà essere più la stessa. Citando l’esempio delle mascherine – che non si sono trovate durante questa pandemia perché gli industriali (italiani ed europei) avevano finito di produrle, essendosi le economie affidate alla produzione mondiale – ha affermato che la prossima Globalizzazione piuttosto “si preparerà alle evenienze”. E dunque non scomparirà e ci saranno sempre dei rapporti economici a livello mondiale, ma le singole regioni (USA, Cina, Europa) si dovranno preparare ad una Globalizzazione “semi-regionale”, in cui ogni regione non delegherà alle altre il totale di alcune produzioni, ma dovrà essere in qualche modo auto-sufficiente.

Prodi poi ha parlato della “famosa gaffe” della Lagarde, ma ha anche detto che però poi la BCE ha rimediato mettendo a disposizione 700 miliardi di euro di investimenti, “di cui 220 possono essere presi dall’Italia”, ma ciò “non è abbastanza perché non c’è una strategia per il futuro”. E relativamente a questo, sono emerse le grandi differenze all’interno del Consiglio Europeo, di qualche giorno prima, quando è mancata una strategia comune, soprattutto a favore delle imprese. Ma perché alcuni Stati sono così rigidi verso gli aiuti comuni in ambito europeo? Per Prodi il motivo è che “ogni politico guarda agli interessi dei propri elettori” e quindi siccome si è diffusa l’idea che la solidarietà europea serva soprattutto ad aiutare gli altri e non il proprio paese, per questo i governanti seguono le soluzioni di breve periodo che sono le più proficue dal punto di vista del consenso.

Prodi ha, infine, citato Draghi dicendo che il suo paragone con uno stato di guerra è “scientificamente giusto”. Infatti, per l’ex presidente UE, l’attuale non è la “crisi del 2008 che parte dalla finanza e poi prende un pezzo dell’economia”, si tratta piuttosto di una crisi che prende tutti: “i ristoratori e quelli che devono andare a mangiare”. E poi prende, evidentemente, anche i venditori di fiori e chi li devono comprare e infatti Prodi si è fatto uscire una battuta fulminante in relazione agli olandesi – che, a livello europeo, si sono dimostrati i più rigidi verso le possibili forme di aiuto e di solidarietà verso i paesi del Sud particolarmente colpiti dalla pandemia da Covid-19 – affermando: “Se succede una grande crisi, ma a chi vendono i loro tulipani??”

Veniamo ora a Giulio Tremonti, a lungo Ministro dell’Economia e Finanze, il quale il 30/03 ha scritto una lettera al direttore del Corriera della Sera dal titolo: “Un piano di difesa e ricostruzione nazionale”.

Tremonti riprende il concetto espresso da Draghi relativo all’inevitabilità dell’aumento dei debiti pubblici, ma ritiene che “limiti possono pur sempre esserci e drammatici per l’Italia”; il nostro Paese, del resto “ha già un enorme e crescente debito pubblico”, nonché “un prodotto interno lordo non solo stagnante ma da qui in avanti drammaticamente calante”. D’altro canto, però, “abbiamo uno dei più grandi giacimenti di risparmio del mondo”.

Queste considerazioni portano l’ex ministro ad avanzare innanzitutto alcune necessità ad excludendum e cioè:

1) escludere l’introduzione di una imposta patrimoniale (dirotterebbe verso lo Stato capitali investiti in banche ed assicurazioni e quindi farebbe fallire queste ultime);

2) escludere una fuga dall’Euro. Un passaggio, del resto, che “non si può più escludere in assoluto”, ma in considerazione del “carattere fiduciario della moneta”, una nuova (Lira o altra) chi la accetterebbe?

Poi vi è un terzo presupposto da considerare: il 30% del nostro debito è in mani estere, ma l’Italia “è anche un Paese che ha esportato ed esporta, e su vasta scala, capitali”.

In base a queste considerazioni iniziali, Tremonti stila le proposte del suo “piano strutturato”, il quale, del resto non sarebbe troppo diverso da quello del 1948 lanciato dal Guardasigilli Togliatti con questa frase: «Il prestito darà lavoro agli operai. Gli operai ricostruiranno l’Italia». Evidentemente la “realtà è oggi certo molto diversa da allora, ma lo spirito può e deve essere lo stesso”.

E dunque Tremonti, rispetto a Draghi, più che parlare di stato di guerra, preferisce rievocare lo “spirito” del dopoguerra e della ricostruzione e, infatti, porta avanti proposte anche più concrete:

  1. a) emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza, con rendimenti moderati, ma sicuri e fissi, garantiti dal sottostante patrimonio della Repubblica.
  2. b) “canalizzare la raccolta di capitali fatti con il debito pubblico verso i necessari nuovi investimenti pubblici”.

In conclusione, per Tremonti: no a patrimoniali (si pensa solo a patrimoni “mobiliari” visto il riferimento al possibile fallimento di banche ed assicurazioni, ma saranno esclusi anche interventi sui patrimoni immobiliari) e no ad un’uscita dall’Euro perché una nuova moneta non avrebbe la fiducia dei mercati. La quale però potrebbero essere invece riscossa da titoli di stato (con rendimenti moderati, ma sicuri, fissi e senza imposte), emessi come del resto fa già la Germania, che potrebbero attirare all’investimento l’ingente patrimonio interno, ma anche quello estero e servirebbero a finanziare nuovi investimenti pubblici…

Al di là di qualsiasi altra considerazione, anche “dietrologica” sui quattro personaggi che queste argomentazioni e proposte hanno portato all’attenzione di tutti, è materiale di pensiero sicuramente interessante e c’è senz’altro da ragionarci su.

Infine la nota di approfondimento sul MES.

Detto anche Fondo Salva-Stati, il MES è un’organizzazione finanziaria europea intergovernativa, nata nel 2011, con l’obiettivo di “mobilizzare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità” in favore di Paesi dell’Eurozona “che già si trovino o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari”.

I 19 Stati membri partecipano al fondo in base a delle quote partecipative calcolate sul loro PIL e popolazione. Il fondo prevede un capitale autorizzato di circa 704 miliardi di euro, di cui circa 624 possono essere raccolti in caso di necessità con delle emissioni di obbligazioni, mentre i rimanenti 80 sono versati dagli Stati membri. In base ai criteri di ripartizione suddetti, il Paese maggiore contribuente è ovviamente la Germania (26,94% per 21,720 miliardi di euro versati), poi la Francia (20,23% per 16,30 G€), quindi l’Italia (17,78% per 14,32 G€) fino alla piccola Malta (0,09% per 0,072 G€). A fronte di quanto versato, il capitale sottoscritto per ogni Stato è ben maggiore, perché è sul totale dei 704 miliardi di euro e anche qui l’Italia è ovviamente il terzo Paese, con 125,3 miliardi di euro.

L’accesso all’assistenza finanziaria del MES avviene previa domanda da parte di uno Stato membro e viene offerto sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto. Le condizioni sono definite in un memorandum d’intesa firmato dallo Stato interessato e dalla Commissione europea.

Il MES ha a disposizione diversi strumenti di assistenza finanziaria. Può infatti:

– concedere prestiti ai propri membri;

– fornire assistenza finanziaria precauzionale sotto forma di linea di credito;

– acquistare titoli degli Stati membri beneficiari sul mercato primario e secondario;

– finanziare la ricapitalizzazione delle istituzioni finanziarie.

Il punto dolente di tutta la questione MES è che esso può decidere di accordare assistenza finanziaria a uno Stato in difficoltà chiedendo che una parte del debito pubblico venga “ristrutturata” e questo può significare ulteriore sacrifici per il Paese sottoscrittore (aumento delle tasse, diminuzione della spesa pubblica, ecc.). E sarebbe un problema in particolare per l’Italia, che è il membro dell’Eurozona con il secondo peggiore rapporto debito/PIL: 135,2% (solo dopo la Grecia con il 167,8%). Ma la ristrutturazione del debito non è un automatismo e comunque una decisione di questo tipo può essere presa solo con la maggioranza qualificata dell’85% del capitale. Per cui l’Italia, avendo oltre il 17%, potrebbe sempre porre il veto.

Saranno i Fondi del MES a finanziare gli interventi necessari a rispondere alla colossale crisi dei Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia da COVID-19? Ed eventualmente, con quali “condizionalità”??

Martedì 7 aprile dovremmo avere una prima risposta.

E non possiamo che rimanere fiduciosi in una soluzione positiva per tutti.

di Ciro Romano

informareonline-ciro-romanoCiro “Rino” Romano è tecnologo presso l’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR. È geografo, territorialista e si occupa di elaborazione e diffusione di DB geografici nel settore dell’ambiente, del patrimonio culturale e della geografia economica, politica ed amministrativa.

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