informareonline-qatar-2022-il-mondiale-dei-diritti-negati

Qatar 2022: il mondiale dei diritti negati

Rossella Schender 21/11/2022
Updated 2022/11/21 at 6:27 PM
8 Minuti per la lettura

Figlio di intrecci economici il Mondiale qatariota, il cui fischio d’inizio è avvenuto ieri, è in balìa alle più rumorose polemiche degli ultimi anni. La kermesse sportiva in Qatar rappresenta a tutti gli effetti il trionfo non solo dei giochi di potere quanto più della violazione dei diritti umani in ogni loro forma.

Come si è arrivati ai Mondiali in Qatar?

Fortemente voluta dalla famiglia Al Thani la Coppa del Mondo 2022 è stata assegnata al Qatar nel lontano 2010. E d’allora nella penisola araba si è pensato a come rendere indimenticabile la prima edizione nel mondo orientale della manifestazione sportiva più seguita al mondo. Ottenuta l’assegnazione dunque i qatarioti si sono impegnati in progetti di ristrutturazione e costruzione di stadi e infrastrutture volte a ospitare partecipanti e tifosi. Ma qual è dunque il problema? In primis, doveroso è citare la condizione precaria di oltre due milioni di lavoratori migranti da Asia e Africa i quali hanno costituito il 90% della forza lavoro. In secondo luogo vi è la questione dei diritti negati non solo ai sopracitati ma anche alle minoranze, alle donne e alla comunità LGBTQI+.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha più volte denunciato le azioni del Qatar. Sulla kermesse sportiva ha dichiarato: “Siamo di fronte al trionfo dello sportwashing. Quella messa in atto è una strategia di pubbliche relazioni che utilizza eventi sportivi per ‘sbiancare’ la propria immagine in temi di diritti umani“. Ancora lo stesso Noury ha sottolineato che lo sportwashing è efficace “perché da un lato entusiasma i tifosi, a cui non necessariamente è richiesta una sensibilità sui diritti, mentre dall’altro separa l’evento sportivo dal contesto che lo circonda”.

L’inchiesta del The Guardian

A riportare alla luce del sole la polvere nascosta sotto al tappeto dai qatarioti ci ha pensato il The Guardian. Stando a quanto riportato sulle pagine del quotidiano britannico sarebbero oltre 6.500 i lavoratori migranti che hanno perso la vita nell’ultimo decennio. E disumane le condizioni in cui gli addetti alla manutenzione degli stadi sono obbligati a svolgere il proprio lavoro. Costretti a coprire turni di oltre 12 ore, con l’impossibilità di assentarsi e obbligati a vivere in cabine di pochi metri quadri talvolta anche in cinque, a questi lavoratori non è neanche permessa la possibilità di scelta perché di fatto “di proprietà” dei loro capi.

Di proprietà, sì. È proprio così che funziona la cosiddetta kafala, il meccanismo tramite il quale un lavoratore migrante può arrivare nel paese, pagando una quota ingente al kafeel cioè l’agenzia d’impiego o il datore di lavoro, il quale ha il diritto di confiscare il passaporto e decidere come e quando il lavoratore può cambiare impiego o ripartire. E, seppur questo sistema risulti in teoria abolito nel 2017 dopo la collaborazione con l’International Labour Organization, un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite, in pratica così non è. Le denunce di Human Rights Watch pubblicate nel 2020, hanno dimostrato come la condizione degli operai sia di fatto rimasta invariata.

Il paradosso del Qatar: Paese all’avanguardia dall’anima retrograda

Negli ultimi mesi le dichiarazioni delle autorità qatariote hanno squarciato il velo ammaliante dell’avanguardia lasciando spazio solo all’anima retrograda e conservatrice che contraddistingue il Qatar. Clamorose infatti sono state le dichiarazioni di Khalid Salman, ambasciatore della manifestazione, il quale in un’intervista ha dichiarato: “I gay sono malati mentali e dovranno adeguarsi alle leggi di casa“. Le tanto care a Salman “leggi di casa” fanno riferimento all’articolo 285 del Codice penale del Paese il quale punisce le relazioni extraconiugali, anche omosessuali, con la reclusione fino a 7 anni.

A questo, ovviamente, si aggiunge la violenza esercitata dalle forze dell’ordine che possono arrestare e trattenere chiunque in carcere fino a 6 mesi senza formali accuse né processo, se c’è una fondata ragione per ritenere che la persona abbia commesso un crimine. Crimini tra i quali figura “la violazione della morale pubblica“, che dice tutto e niente. Non c’è da sorprendersi dunque se si è arrivati alla proibizione dell’esposizione di bandiere arcobaleno e altri simboli che rimandano alla comunità LGBTQI+ sugli spalti durante il torneo. Lo schiaffo morale su quest’aspetto è presto arrivato dall’azienda Pantone. “Colors of Love” il nome dell’iniziativa che permetterà di aggirare i divieti delle autorità introducendo all’interno degli stadi bandiere bianche con i codici dei colori scritti sopra per riprodurre l’arcobaleno.

Come ha reagito la FIFA alle proteste?

Alimentate da voci di risonanza mondiale dunque le proteste circa l’organizzazione dei Mondiali in un Paese dalle linee amministrative piuttosto discutibili son giunte fino ai vertici FIFA. Non ha mancato di rispondere il presidente Gianni Infantino rendendosi protagonista di uno scivolone che di certo resterà negli annali della storia del calcio mondiale.

Avendo precedentemente chiesto alle federazioni impegnate nel torneo di parlare solo di calcio e non di diritti umani, civili o ambientali; Infantino si è trovato nella giornata di ieri a dover far fronte al movimento di protesta che si è abbattuto sulla manifestazione. Raccapricciante il richiamo al suo passato da emigrante con tanto di paragone tra la situazione dei lavoratori edili del Qatar di oggi e quella dei suoi genitori italiani emigrati in Svizzera negli anni ’60. “Le condizioni erano difficili. Quando sono arrivato in Qatar per la prima volta sei anni fa, alcune cose che ho visto mi hanno ricordato la mia infanzia. Ma proprio come la Svizzera anni fa, il Qatar ha fatto progressi”.

Non è mancato poi né l’accenno al bullismo subito né il coming out in diretta del capo ufficio stampa della FIFA Bryan Swanson. Quest’ultimo ha infatti dichiarato: “Sono qui in questa posizione privilegiata, su un palco globale, come persona gay, come uomo libero in Qatar. Abbiamo ricevuto rassicurazioni sul fatto che ognuno è benvenuto. Solo perché Gianni Infantino non è gay, non vuol dire che non gli importi di questo tema”. Qualcuno dovrebbe però preoccuparsi di mostrare a Swanson l’intervista di Salman e anche rammendargli quale sia la pena inflitta per la sodomia nel Paese che lo ospita da uomo libero e gay.

Il mondiale dei diritti negati

È dunque nel silenzio del business del pallone nel quale Infantino, le alte cariche dello stato qatariota, tutte le delegazioni presenti e chiunque altro segua questa manifestazione si è rinchiuso che auguriamo a tutti voi un buon mondiale dei diritti negati. Noi amiamo il calcio, ma la libertà di più.

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *