Passamontagna colorati, performance provocatorie e coraggio da vendere. Sono questi gli ingredienti che contraddistinguono il collettivo punk rock delle Pussy Riot, rivoluzionarie femministe russe che a febbraio di quest’anno sono arrivate per la prima volta in Italia. Qui si sono esibite a Milano e a Bologna, dove le loro performance hanno causato non poco scalpore.

Ma qual è la loro storia?

Le Pussy Riot nascono nel 2011 da un gruppo di una decina di giovani donne unite dalla musica, da un femminismo radicale e dalla voglia di denunciare la situazione politica russa. In quell’anno scoppia infatti quella che sarà definita rivoluzione bianca, ovvero un’ondata di proteste nate in seguito alla rielezione di Vladimir Putin, durante la quale furono denunciate numerose irregolarità. L’opposizione al presidente russo è quindi, assieme alle tematiche femministe, uno dei punti centrali delle contestazioni del gruppo, portate avanti attraverso esibizioni musicali, considerate illegali, eseguite nelle metropolitane e sui tetti dei filobus. È proprio una di queste performance anti-governative a costare a tre delle esponenti del gruppo la condanna a due anni di carcere.

Foto dell'esibizione di Punk Prayer nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca
Esibizione di Punk Prayer nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca

“Maria Vergine, liberaci da Putin” canta la band nell’esibizione non autorizzata della canzone Punk Prayer durante una celebrazione religiosa nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. L’accusa nei loro confronti, incoraggiata dal patriarca Cirillo I, è di teppismo motivato da odio religioso per quella che è stata definita dalla stampa una danza blasfema.

Ad essere arrestate sono Marija Alëchina, Ekaterina Samucevič e Nadežda Tolokonnikova. Le ultime due ragazze avevano già un passato di attivismo politico nel gruppo di artisti di strada Vojna con cui il gruppo femminista condivide lo stile fortemente provocatorio. “Siamo giullari, skomoròchi, forse addirittura pazzi sacri” sostiene la Tolokonnikova durante il processo. Le attiviste si smarcano però dalle accuse di blasfemia sostenendo che “la cultura ortodossa non appartiene solo alla Chiesa ortodossa russa, al Patriarca e Putin, ma potrebbe anche allearsi con la ribellione civile e lo spirito di protesta in Russia.”
Nel periodo del loro arresto sono numerosissimi gli artisti e non solo che spingono per la liberazione delle attiviste, dichiarate prigioniere di coscienza da Amnesty International. Anche la cancelliera tedesca Angela Merkel si espresse sulla condanna defindendola non conforme ai valori europei di democrazia.

Le tre ragazze, membri delle Pussy Riot, al processo.
Le tre ragazze, attiviste delle Pussy Riot, al processo.

Subito dopo la scarcerazione uno dei nuovi obiettivi del gruppo diventa quello di raccontare cosa succede dietro le sbarre russe. Le attiviste parlano infatti di condizioni di schiavitù e di disumanità. La Tolokonnikova spiega che nel carcere in cui era rinchiusa erano costrette a produrre ogni giorno un preciso numero di uniformi, senza aver ricevuto alcuna formazione, per un totale di 17 ore giornaliere di lavoro. Le punizioni per il mancato raggiungimento della quantità di uniformi pattuita prevedevano la privazione del diritto di usare il bagno o di parlare con la propria famiglia, se non l’isolamento. La donna afferma inoltre che molte delle morti nei campi di prigionia si sarebbero potute prevenire. “Come possiamo definirci un popolo civilizzato se abbiamo ancora la schiavitù?” denuncia ancora la Tolokonnikova.
A focalizzare l’attenzione dei media mondiali sulle Pussy Riot è una delle loro più recenti azioni di protesta: l’invasione di campo durante la finale dei Mondiali tra Francia e Croazia. Ad entrare nel campo da gioco sono quattro attivisti vestiti da poliziotti, che denunciano simbolicamente l’operato della polizia russa, la cui violenza il movimento ha sperimentato sulla propria pelle, e le condizioni dei prigionieri politici.

Non si è fermata ai confini della Russia la contestazione delle Pussy Riot che nel 2016 individuano come nemico il futuro presidente americano, simbolo del più smaccato maschilismo. A lui dedicano una canzone, che prende nome dal suo slogan “Make America Great Again”, accompagnata da un video che denuncia senza mezzi termini la violenza delle parole del politico americano, cariche di sessismo, omofobia e razzismo. Nel videoclip, che vede come attrice protagonista la stessa Nadezda, le attiviste, forse profetiche, immaginano un mondo grottesco in seguito alle elezioni di Trump, in cui chiunque si dissoci dai canoni imposti dal presidente viene marchiato a fuoco.

Le Pussy Riot oggi continuano, attraverso la loro musica e le loro dimostrazioni, a battersi per l’ottenimento della democrazia in tutti quei Paesi come la Russia che, per quanto considerati democratici, sono ben lontani dal raggiungere l’utopia dell’uguaglianza.

di Marianna Donadio

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