Proroga delle concessioni balneari: una prassi illegittima?

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Il caso delle concessioni balneari in Italia è ancora una volta alla ribalta in seguito alla proroga al 2033 confermata nel decreto Rilancio.

Il decreto Rilancio ha bloccato i procedimenti amministrativi di messa a gara o di riacquisizione al patrimonio pubblico delle aree demaniali. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di dare un po’ di respiro ai concessionari e rilanciare il settore in un periodo di grande difficoltà per il sistema economico che si estenderà, almeno in parte, al 2021. Per questo motivo, le concessioni balneari scadute nel 31 dicembre 2020 per moltissimi stabilimenti lungo le coste italiane sono state automaticamente rinnovate. Sul sito dell’Ufficio Coordinamento Demanio Marittimo è possibile consultare una mappa delle concessioni oggetto del rinnovo.

Secondo Callari, l’assessore al Patrimonio e Demanio, si tratta di una soluzione dovuta all’emergenza e che prende in considerazione una sentenza della Corte di giustizia europea. La sentenza ha previsto, infatti, la possibilità per gli Stati membri di agire in deroga all’applicazione della direttiva Bolkestein in casi eccezionali, per assicurare l’ordine e la salute pubblica.

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Non si comprende, allora, la scelta di una proroga lunga 15 anni. E non si comprende come mai l’intenzione fosse già emersa nella Legge di Bilancio 2019, prima dello scoppio dell’epidemia. Proprio a causa della norma sulla proroga e della sua incompatibilità con il diritto europeo, la Commissione Europea aveva avviato una procedura di pre-infrazione.

Nulla di nuovo, quella delle proroghe è una storia vecchia tutta italiana, che ha più volte sollecitato l’intervento dell’Unione Europea.

L’art.1 della legge 400 del 1993, poi l’art.10 della legge 88 del 2001, fissavano la durata della concessione in sei anni, con rinnovo automatico alla scadenza per atri sei e così successivamente ad ogni scadenza. La ratio della norma, abrogata nel 2011 per chiudere la procedura di infrazione avviata dall’Ue tre anni prima, è stata più volte ripresa e ha concesso la proroga delle concessioni balneari dal 2012 al 2020 (e poi al 2033), portando a una sentenza della Corte di giustizia europea nel 2016.

La normativa dell’Unione europea prevede, infatti, l’impossibilità di prorogare automaticamente le concessioni per dare a tutti i prestatori di servizi interessati la possibilità di competere per l’accesso alle spiagge, per promuovere l’innovazione e proteggere i cittadini dal rischio di monopolizzazione.

Si tratta, in particolare, della direttiva Bolkenstein (2006) e dell’art. 49 TFUE in materia di restrizione alla libertà di stabilimento. “Gli Stati membri sono tenuti a garantire che le autorizzazioni, il cui numero è limitato per via della scarsità delle risorse naturali, siano rilasciate per un periodo limitato e mediante una procedura di selezione aperta, pubblica e basata su criteri non discriminatori, trasparenti e oggettivi” – si legge nel documento ufficiale dell’Ue che contiene le infrazioni di tutti i Paesi membri.

Con la proroga al 2033, la Commissione ha attivato nuovamente una procedura di infrazione nei confronti dello Stato italiano.

“La normativa italiana, oltre a essere incompatibile con il diritto dell’Ue, crea incertezza giuridica per i servizi turistici balneari, scoraggia gli investimenti in un settore fondamentale per l’economia italiana e già duramente colpito dalla pandemia di coronavirus, causando nel contempo una perdita di reddito potenzialmente significativa per le autorità locali italiane”. L’Italia dispone ora di 2 mesi per rispondere alle argomentazioni sollevate dalla Commissione.

L’ennesima proroga non solo viola il diritto comunitario ma presuppone il permanere, in capo ai concessionari, del possesso dei requisiti richiesti dalla legge. Determina, quindi – in molti casi – l’impunità nel costruire edifici, offrire servizi non previsti, chiudere l’accesso al mare, provocare degrado ambientale o non essere in regola rispetto al pagamento del canone. Ciò impedisce, al contrario, di premiare esperienze virtuose di corretta, sostenibile e accessibile fruizione del litorale.

Infine, la proroga conferma la privatizzazione delle spiagge per un altro decennio, venendo meno alle richieste di adeguamento agli standard europei circa la percentuale minima di costa sabbiosa da mantenere pubblica. In Italia, infatti, a differenza degli altri Paesi europei, non ci sono ancora riferimenti normativi a riguardo. Secondo l’ultimo Rapporto Legambiente, il 42.2% della costa sabbiosa è occupata da stabilimenti balneari, campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, con regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Campania che arrivano al 70%. Un business enorme (secondo le stime di Nomisma 15 miliardi annui) a fronte di canoni bassissimi: lo Stato incasserebbe poco più di 100 milioni annui.

Interrogativi sorgono spontanei: Perchè? E soprattutto, com’è possibile che una prassi del genere persista da anni?

 

di Giorgia Scognamiglio

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