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Il concetto tradizionale di cultura implica l’idea della sua dinamicità, ossia della naturale trasmissione di conoscenze, competenze e valori da una generazione a quella successiva. I cambiamenti del mondo contemporaneo, tuttavia, hanno imposto una parziale revisione di tale prospettiva.

Siamo abituati a pensare che in ogni società la trasmissione di cultura segua una linea “verticale” e “discendente” che va dagli adulti ai giovani, e in parte ciò è vero: nei luoghi socialmente deputati alla formazione, come la famiglia e la scuola, avviene proprio così.

Anche nelle società non occidentali studiate dagli antropologi, sono gli anziani a introdurre i giovani nella vita collettiva del villaggio o della tribù attraverso l’insegnamento orale e pratico. Tuttavia da qualche tempo le cose stanno cambiando.

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Nel mondo occidentale contemporaneo le nuove generazioni possiedono mediamente maggiori conoscenze e competenze rispetto alle persone più anziane per effetto della scolarizzazione diffusa e del progresso tecnologico, di cui i giovani assimilano rapidamente le acquisizioni. Per fare un esempio, oggi spesso sono i ragazzi, grazie alla loro dimestichezza con le nuove tecnologie informatiche e con le lingue straniere, ad aggiornare i loro genitori in questi particolari campi del sapere.

Quando un adulto acquista uno smartphone, riceverà istruzioni su come usarlo da un giovane addetto alle vendite del negozio di telefonia oppure dal proprio figlio, abilissimo con le applicazioni e i social network. Talvolta, invece, navigando in rete, lo stesso adulto ogni tanto chiederà il significato di un termine inglese alla figlia universitaria.

Pertanto il punto di vista sostenuto per tanto tempo anche dalle scienze sociali, secondo il quale la continuità dei modelli culturali è garantita dalla trasmissione del sapere dagli adulti ai giovani, deve tener conto di una novità importante: nelle società modernizzate i giovani sono agenti di cambiamento culturale e avviene una sorta di “civilizzazione rovesciata” (dai più giovani ai meno giovani).

di Mina Falco

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