Prof.ssa Annamaria Colao: “Una popolazione sana è la ricchezza di un Paese”

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Intervista alla Prof.ssa Annamaria Colao

 

Annamaria Colao è Professore ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo alla Federico II di Napoli e titolare della cattedra Unesco sull’Educazione alla Salute. È tra gli esponenti più illustri della comunità scientifica campana, italiana e internazionale. Infatti, dopo 25 anni, è stata la prima donna a ricevere il Geoffrey Harris Award 2020, il premio come miglior endocrinologo d’Europa.

Prof.ssa, nello specifico di cosa si occupa?

«Mi occupo di patologie che riguardano l’aspetto ormonale e metabolico da quarant’anni. Uno dei settori con cui sono diventata molto nota nel mondo è la neuroendocrinologia, che concerne una serie di patologie rare che riguardano l’ipotalamo-ipofisi, un’area funzionale situata tra il cervello e il sistema endocrino, centralina di controllo di tutti gli ormoni.
Poi ho allargato i miei interessi e attualmente mi dedico alla nutrizione, all’obesità e alle malattie del metabolismo. La cattedra Unesco, invece, deriva dal mio interesse per l’ambiente. Molte sostanze inquinanti si comportano da interferenti endocrini, cioè incidono sugli ormoni. Alcuni interferenti sono nelle plastiche, altri nei tessuti, come in quelli impermeabilizzati. Proprio per studiare il rapporto ambiente-salute ho proposto una cattedra all’Unesco, che ha accettato».

In cosa consiste lo stile di vita e quando può dirsi “corretto”?

«Lo stile di vita viene spesso ridotto all’alimentazione, ingiustamente.
L’alimentazione è uno dei quattro pilastri dello stile di vita. Ciò che mangiamo da quando nasciamo si trasforma in noi stessi, quindi se commettiamo degli errori sull’alimentazione, questi avranno una ripercussione sul nostro stato di salute. Ma insieme all’alimentazione serve l’esercizio fisico. Il nostro sistema muscolo-scheletrico e il nostro metabolismo pretendono che ci esercitiamo tutti i giorni. Il terzo punto è l’astensione dai tossici e quindi da alcol, droghe, fumo e sostanze anche naturali, come alcuni derivati della cannabis (la cocaina, per esempio, che deriva dalla coca, una sostanza naturale). Il quarto pilastro è il rispetto dei bioritmi. Siamo stati programmati per dormire in un determinato periodo del giorno, che corrisponde all’arrivo del buio, e a svolgere attività fisiche, ricreative, lavorative, quando c’è la luce. Quindi bisogna controllare il rapporto sonno-veglia e l’assunzione del cibo».

Perché si riscontra un forte aumento dell’obesità?

«L’obesità è un fenomeno globale e “normale”, visto che abbiamo cambiato completamente lo stile di vita. In un’epoca globalizzata e industrializzata in cui il cibo viene prodotto dalle industrie e viene composto per essere sempre più appetibile, con molti grassi, sali e zuccheri, l’obesità è una conseguenza logica. Lo Stato dovrebbe dare dei contributi per far sì che una persona abbia tempo e modo per fare la spesa e preparare gli alimenti giusti per tutta la famiglia ogni giorno. Si risparmierebbe in spese sanitarie. Diceva Winston Churchill: “Una popolazione sana è la ricchezza più grande di un Paese” e io concordo con lui».

Qual è la sua posizione sulla ricerca?

«La ricerca è parte della nostra vita professionale e comporta, in tutti i campi della medicina, l’evoluzione. Attualmente c’è un fermento culturale tra medici, biologi, nutrizionisti, ma questo non mi stupisce per niente.
Le idee non mancano, manca il sistema della ricerca che alimenta il genio attraverso finanziamenti strutturati. Questa è una critica che va fatta a tutti i livelli: al Governo, alla Regione, alla nostra capacità di prendere i fondi europei, perché siamo completamente disorganizzati. Soprattutto in Campania, se la Regione ci desse la possibilità di lavorare strutturalmente con i cervelli che già abbiamo, credo che saremmo difficilmente battibili da altri. Nell’800, uno dei nostri ricercatori, un medico militare della marina italiana, Vincenzo Tiberio, scoprì per primo il potere battericida di alcuni estratti di muffe e su questo studio, che pubblicò su un giornaletto, Alexander Fleming inventò la penicillina. La ricerca è stata fatta da un campano, ma l’Italia non aveva la struttura per portarla avanti e così l’abbiamo persa. Questo esempio è molto esaustivo, perché è quello che accade tutt’ora per incapacità del Paese, non di certo per incapacità di cervelli».

di Mara Parretta

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°209
SETTEMBRE 2020

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