Prof. Pecchinenda: «Il pericolo resta la filosofia dietro i new media»

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Il mondo dei social influenza sempre di più le nostre vite, soprattutto in questo periodo storico durante il quale siamo costretti a restare a casa. Nonostante sia un grande passo avanti per l’umanità, negli ultimi anni gli effetti di queste nuove tecnologie sono sempre più evidenti. Insieme al professor Gianfranco Pecchinenda, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università “Federico II” di Napoli, abbiamo analizzato il funzionamento dei nuovi media, il modo in cui sono riusciti ad entrare nella nostra quotidianità e ciò che potremmo aspettarci nei prossimi anni.

Il primo social network è nato nel 1997. Quali sono stati i risvolti sociali avuti da quel momento fino ad oggi?

«I social media si inseriscono nel processo di comunicazione umana che si è sempre manifestato attraverso l’uso di strumenti per entrare in relazione con gli altri. Dalla fine degli anni ’90 il cambiamento è stato su due ambiti. In primis l’ambito temporale, che da un punto di vista del tipo di comunicazione non cambia molto con ciò che avveniva tramite telefono, grazie al quale essa era già istantanea.
E poi anche l’ambito spaziale, per cui cambia il senso del luogo. Difatti, durante una videochiamata, si è co-presenti in un luogo virtuale, immaginario. Queste stanze servono al duplice scopo di conoscersi e ad esercitare una situazione di controllo sociale, che è spesso sottovalutata. Un sociologo molto importante, McLuhan, diceva che con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione ci sarebbe stata la creazione di un villaggio globale.
In effetti, la globalizzazione sarebbe impossibile senza lo sviluppo delle tecnologie digitali. Oggi, gli ultimi social hanno un grande impatto sulla politica e l’economia, ma anche su noi stessi perché cambiano il rapporto con il proprio corpo».

Per i giovani, i media rappresentano una vera e propria dipendenza. Quali sono i meccanismi che causano questo comportamento?

«È una dipendenza non per forza negativa, ma lo diventa se viene assunta acriticamente. Noi facciamo le cose più per abitudine che per necessità, apparentemente sembra che ci soddisfi ma ad un certo punto diventa una dipendenza neurologica: il cervello è come drogato e viene soddisfatto dal piacere della ripetitività. Quest’attitudine disabitua a forme di comportamento e pensiero naturali.
Personalmente ho meno paura per i giovani che per le persone già adulte, in quanto i primi ci nascono già con una capacità di utilizzo, mentre gli adulti sono molto più in difficoltà. Ci vorrebbe un’educazione umanistica alle tecnologie, poiché la loro interfaccia semplice ti invita, ma una volta che ci sei dentro ti controlla. Si dovrebbe aumentare la capacità critica, è un discorso molto complesso a cui non siamo abituati».

Si dibatte molto su come il web non sia in grado di tutelare la nostra privacy. Si faranno mai dei passi avanti al riguardo?

«Per come la vedo io, no. Queste forme evolutive non hanno momenti di regressione. Una delle grandi conseguenze dello sviluppo dei social è che le nostre azioni vengono sottoposte alla visibilità pubblica.
Basti pensare ai primi blog, spesso chiamati “diari”, che in realtà hanno come scopo la messa in scena dell’intimità e quindi la perdita dell’individualizzazione. Questo non riguarda solo i social in senso stretto. L’intrusione del controllo tecnologico sulle nostre attività che continuiamo a vedere in maniera positiva rimane un mito. Quando prende il sopravvento, è inevitabile l’aumento degli aspetti negativi e la diminuzione di quelli positivi».

Le preoccupazioni riguardo il futuro sono molte. Come potrebbero svilupparsi le nuove tecnologie nei prossimi anni?

«Io provo a non pensarla per forza male, il problema è quando si travalca e si usano le tecnologie per controllare le persone. Il miglioramento tecnologico non è niente rispetto alla perdita di fiducia nelle qualità dell’uomo. Siamo ormai convinti che le tecnologie vedano meglio di noi, ma la loro forma di controllo è disumanizzante. È questo il passaggio che dobbiamo temere, non la tecnologia ma la filosofia che porta dietro».

di Iolanda Caserta

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°212
DICEMBRE 2020

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