procreazione assistita

Procreazione assistita: l’accesso è solo per una coppia su tre

Cristina Siciliano 14/12/2022
Updated 2022/12/14 at 10:06 AM
5 Minuti per la lettura

Fatti: siamo in crisi demografica. A segnarlo è l’anno 2022, post pandemia, che sta portando conseguenze drastiche sulle nascite con procreazione assistita. Mettendo a paragone il numero di donne infertili con desiderio di genitorialità che si sono dichiarate disponibili a richiedere un supporto medico (288.760), con il numero di coppie trattate con tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (Pma), è emersa un’altissima percentuale di rinunce, legata a barriere quali la mancanza di supporto o ostacoli burocratico/clinici. Un patrimonio disperso, un possibile investimento nel futuro mancato. Le coppie trattate, rispetto a quelle eleggibili, sono state solo il 27%.

Procreazione assistita: coppie sempre più mature

Quando un figlio non arriva il cuore si rallenta e tutto perde di significato. Ma, sono sempre più mature le coppie che ricorrono alla procreazione assistita. Aumenta l’età media delle coppie che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita. Sia da parte dell’uomo (dai 37,7 anni del 2008 ai 39,8 anni del 2016) che della donna (da 35,3 a 36,7 anni).

L’impatto economico è evidente: tant’è che una coppia su tre paga di tasca propria, spendendo fino a 5.200 euro. Ciò è quanto emerge dalla ricerca “Diventare genitori oggi: il punto di vista delle coppie in Pma” realizzata dal Censis in collaborazione con la Fondazione Ibsa a otto anni di distanza dalla prima ricerca sul tema.

PMA: Il percorso

Riguardo al percorso, dal primo contatto con il medico al ricorso al primo centro di Pma ci passa più di un anno. Il ginecologo è il professionista a cui si rivolgono le coppie (72%) e rispetto al 2008 è raddoppiata la quota di chi si è rivolto direttamente allo specialista del centro Pma (24%).

Solo al 55% delle coppie è stata riconosciuta una condizione clinica come causa specifica dell’infertilità (circa 9 punti percentuali in meno rispetto alla precedente indagine), che è stata individuata nel 40% dei casi dallo specialista del centro e nel 36% dei casi dal ginecologo.

Con riferimento all’ultimo ciclo di trattamenti effettuato, per il 14% delle coppie i costi della Pma sono stati sostenuti interamente dal Servizio sanitario regionale, il 49% ha pagato il ticket, il 35% invece ha pagato interamente le prestazioni di tasca propria, soprattutto nelle regioni dove è più forte la presenza di strutture private, cioè al Centro (dove la percentuale di chi ha pagato di tasca propria sale al 67%) e al Sud (dove si arriva al 51%).

Procreazione assistita: le conseguenze post Covid-19

Le restrizioni pandemiche del 2020 hanno impattato pesantemente sulla procreazione medicalmente assistita, traducendosi nel 20% di bambini nati in meno rispetto al 2019. A causa della pandemia sono diminuiti infatti sia i cicli da scongelamento di embrioni FER e FO (19.314 cicli contro i 23.157 del 2019), che quelli senza donazione di gameti (38.728 cicli, contro i 50.324 del 2019).

Il risultato è che le coppie che hanno avuto accesso a un trattamento sono state 65.705, rispetto alle 78.618 del 2019. Di queste, 57.656 hanno utilizzato gameti della coppia, mentre 8.049 gameti donati da terze persone.

Nel primo lockdown fra marzo e maggio 2020, era stata stabilita solo la preservazione della fertilità nei pazienti oncologici con tecniche di crioconservazione di gameti e tessuto gonadico.

A maggio 2020 il Registro Nazionale PMA aveva condotto una Survey per valutare l’impatto della pandemia sui cicli di PMA in rapporto alla incidenza dei casi di infezione. Da ciò era emersa una riduzione dell’attività nel primo quadrimestre del 2020 pari al 34,8% di tutte le tecniche applicate. In questo modo si declinava nella riduzione del 32,6% di attività per i centri pubblici, del 37% per i centri convenzionati e del 35,7% per i privati. Nei diversi contesti assistenziali il recupero di attività si è svolto infatti in maniera diversificata.

Così la popolazione ha subito un drastico decremento del 29,2% dell’attività rispetto al 2019. In termini di mancato recupero di attività, a risultare più impattati sono stati i centri del Nord Ovest dove c’era stata una maggiore diffusione dell’infezione. Infatti, si è registrata una riduzione del 30% delle attività nelle regioni di Nord Ovest, del 15% a Nord Est, del 12% al Sud e Isole e del 6,6% nelle regioni del Centro.

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