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Pozzuoli, le detenute mettono in scena “Una stanza tutta per sé”

Redazione Informare 03/10/2022
Updated 2022/10/03 at 10:34 AM
5 Minuti per la lettura

Non c’è niente di biografico, nemmeno a sforzarsi. Non c’è. Che tanto è di tutti questa storia, non mia.
Così si è aperta la performance “Una stanza tutta per sé” a cura di Manovalanza con attrici le detenute della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli.
In occasione del Campania Libri Festival è stata proposta, in alcune carceri del territorio, la lettura di un testo, con la possibilità di poterlo liberamente interpretare. A Pozzuoli questo è stato fatto con “Là dove inizia l’orizzonte” di Carmine Ammirati e il risultato è stata una scrittura scenica installativa con incursioni e suggestioni multimediali, sonore e grafiche messa in scena sabato 1 ottobre in tre repliche all’interno della Casa Circondariale Femminile.

Le suggestioni dello spettacolo

Le performance messe in scena sono cariche di emozioni; le detenute portano sul palcoscenico la gioia, il dolore, la ripetitività, la rabbia che caratterizzano la loro quotidianità. Camminano tra le fila del pubblico offrendo biscotti artigianali e il caffè della torrefazione del carcere a tempo di musica, mentre si raccontano attraverso suoni e immagini, lasciando alle parole un ruolo marginale. Forse è proprio questo che stava a significare quell’avvertimento iniziale: non c’è nulla di biografico. Troppe volte raccontare il carcere a spettatori esterni vuol dire soddisfare una morbosa curiosità sul passato di coloro che lo abitano, spettacolarizzando con voluto sensazionalismo il loro vissuto. Al contrario, il progetto della regista, Adriana Follieri, sceglie con consapevolezza di raccontare storie attraverso delicate suggestioni aperte a infinite interpretazioni.

Le dichiarazioni della regista

«Siamo entrati nel lavoro il giorno 8 settembre, oggi è il 1° ottobre, già questo racconta l’intensità dell’esperienza – ci racconta in un’intervista la regista – In un tempo molto breve abbiamo composto insieme il lavoro, cucendo un abito addosso a ciascuna di loro.

Qui a Pozzuoli c’è un’aria educativa e una direzione straordinaria, questo è molto raro. Gli istituti di pena dovrebbero essere luoghi di rieducazione ma spesso sono solo luoghi punitivi e restrittivi.

Vado via da questa full immersion più nutrita che mai. Non ho solo dato, ma preso un carico di suggestioni, di possibilità. Ho trovato delle collaboratrici artistiche, delle vere attrici. Hanno dimostrato una grande dote di coraggio, perché esporsi su una struttura scenica che è in divenire significa fidarsi e fidarsi è un esercizio complesso. Me ne vado carica di meraviglie».

L’intervista all’attrice Nunzia, detenuta della Casa Circondariale

Mentre parlavamo con la regista, l’intero corpo di attrici detenute ci si è avvicinato; chi per ascoltare, chi par partecipare, così abbiamo avuto l’occasione di conoscere ed intervistare Nunzia:
«Per noi era importante, tanto, poter fare arrivare quello che sentiamo. È stata una carica di emozione enorme. Sul palco c’era la sofferenza, c’era la gioia. Noi proviamo questo tutti i giorni, specialmente in questo luogo».

Con lei abbiamo parlato delle numerose attività offerte dal carcere nel tentativo di lenire l’inevitabile peso dell’isolamento.

«Aiuto chef, pizzaiolo, imbianchino, giardinaggio, scuola, portamento, fitness, boxe, facciamo tante attività. Tutto questo veramente riempie un vuoto, perché è importante: la persona non si deve fossilizzare su quello che ha fatto, deve andare avanti. Tutte queste sono opportunità, ognuna di noi deve avere una seconda possibilità nella vita. È questo che vuol dire prendere il positivo di questa brutta esperienza. Io non mi sarei mai aspettata di trovarmi qua, a fare l’attrice, a dare voce al mio dolore o alla mia gioia. Ci sono riuscita e per me è già un grande sogno che si è realizzato».

Alla fine dello spettacolo ci viene chiesto di riempire un foglio rispondendo a tre diversi input: cos’è reale? cosa manca? cosa desideri? Ogni risposta fornita dagli spettatori servirà da spunto per futuri laboratori. Abbiamo scelto di rivolgere una di queste domande alle detenute stesse: per voi qui dentro cos’è che manca?
«Questa è una domanda molto difficile, a noi manca stare fuori. Qui dentro abbiamo tutto quello che ci serve per sopravvivere ma a noi manca stare fuori a guardare la libertà. Questa esperienza, però, mi ha dato tantissima libertà, non ricordavo nemmeno di essere in carcere. Recitavo sentendomi oltre, da un’altra parte. È stato un laboratorio intenso, andava a toccare qualcosa dentro e ci ha fatto sfogare cose che avremmo avuto difficoltà a dire. Loro sono stati fantastici, una famiglia, già ci mancano».

di Roberto Giuliano e Marianna Donadio

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