Pompei: Ifigenia in Tauride, la storia di un dramma familiare

136
ifigenia in tauride
Pubblicità

Pèlope il tantalíde, a Pisa giunto / con veloci cavalle, ebbe consorte / la figlia d’Enomào. Nacque da Pèlope / Atrèo: furon d’Atrèo figli Agamènnone / e Menelao. Del primo e della figlia / di Tíndaro io son figlia, Ifigenía, / che presso ai gorghi cui mulina l’èuripo, / e insiem con le frequenti aure sconvolge / il cerulëo mar, sacrificata / fui da mio padre – ei sel credé – per Elena, / nelle famose alpestri gole d’àulide, / d’Artèmide su l’ara.

Al Teatro Grande del Parco Archeologico di Pompei, Pompeii Theatrum Mundi, è andato in scena nella giornata di ieri venerdì 15 luglio, con nuova replica questa sera sabato 16 luglio, il dramma classico “Ifigenia in Tauride” o “Ifigenia fra i Tauri”, per la regia di Jacopo Gassman.

Pubblicità

La vicenda di Ifigenia è la vicenda di una famiglia sconvolta, devastata da una maledizione che ha colpito la stirpe di Agamennone, il leggendario re dell’Argolide e capo supremo degli Achei nella Guerra di Troia.

La riflessione sulla famiglia come elemento di valore indispensabile per la presenza dell’uomo nel mondo è centrale in questo dramma e segue le linee della distruzione e della sua ricomposizione in un nuovo ordine.

Agamennone, incosciente, ha reso impuro il suo destino e la sua stirpe macchiandosi di un crimine nefasto. Egli pur di ottenere un’intercessione divina che favorisse il suo esercito durante la Guerra di Troia ha sacrificato la propria figlia, Ifigenia (Anna della Rosa), sull’altare, come omaggio, per ottenere i favori della dea Artemide.

Tuttavia, Agamennone non sa che sua figlia non è morta, che la stessa dea Artemide l’ha salvata (sostituendo il suo corpo sull’altare con quello di una cerbiatta), maledicendo il gesto del comandante acheo, che ha ingannato un’innocente conducendola alle soglie del Tartaro e l’ha pertanto portata con sé, facendone una sua sacerdotessa, nella terra dei Tauri; terra che si trova al di là delle famose colonne gemelle che si aprono su quel mare inaccessibile, ignoto e pericoloso che segna i confini del mondo.

ifigenia in tauride

Qui, Ifigenia è viva, e «abita come straniera in terra straniera». Qui, Ifigenia vive, ma infelice, piangendo il suo amaro destino di separazione da ciò che le è più caro: famiglia, patria, amici. Ifigenia ammette: «Tutto ho perso: le nozze, i figli, la città, i miei cari».

Qui, Ifigenia esegue, passivamente, ciò che le è demandato: uccidere gli uomini che giungono sull’isola, sacrificandoli alla dea Artemide.

L’azione è uguale ma di segno opposto a quella compiuta dai greci: questi hanno sacrificato una donna per i favori divini; le sacerdotesse sacrificano invece uomini alla dea casta.

Artemide è infatti in collera con i Greci che hanno compiuto l’atto impuro di sacrificare una innocente fanciulla, traendola col l’inganno verso la tomba, per inseguire e realizzare le proprie brame bellicose. Per questo sulla stirpe di Agamennone è scesa l’ira divina «Il sole ha invertito la sacra orbita» affermerà la sacerdotessa con tono oracolare. La famiglia è stata distrutta per mano dei suoi stessi familiari: Agamennone ha ucciso, o crede d’averlo fatto la figlia Ifigenia; Clitennestra moglie di Agamennone e madre di Ifigenia uccide il marito per vendicare la figlia e, Oreste (Ivan Aloviso) figlio d’Agamennone e Clitennestra e fratello di Ifigenia uccide la madre per vendicare la morte del padre.

Le Erinni hanno attaccato Oreste per vendicare il matricidio e il ragazzo ne ha pena. Sogni e illusioni muovono le sue azioni e lo porteranno a partire in un viaggio burrascoso e pericoloso che lo condurrà sui lidi inospitali della terra dei Tauri, dove, sotto consiglio del dio Apollo, l’uomo dovrà rubare una statua dal sacro tempio di Artemide e portarla con sé in Grecia per rendere omaggio alla dea Atena e ottenere il perdono divino per la sua stirpe.

ifigenia in tauride

Oreste parte in compagnia del fido compagno Pilade (Massimo Nicolini). Giunti nella Taulide Oreste e Pilade vengono catturati dagli aborigeni e condotti dalla sacerdotessa Ifigenia per celebrare gli abituali riti sacrificali del luogo. Sembrerebbe che la sorte stia per concludere quel ciclo di uccisioni innescato dal gesto di Agamennone; ma qualcosa cambia: i figli non sono colpevoli dei crimini dei padri, è questo che sembra volerci dire il mito, perché proprio nel momento in cui Ifigenia sta per tagliare la gola del fratello, chiudendo così quel cerchio di uccisioni e morti innescato dal loro padre avviene l’agnizione e cioè il riconoscimento delle parti, la realizzazione di trovarsi di fronte al proprio fratello/sorella. Anche l’agnizione ruota tutta lessicalmente intorno al concetto di famiglia. Ifigenia e Oreste si riconoscono attraverso ricordi collettivi, i ricordi che compongono le memorie del destino familiare. I due parlano stupiti utilizzando la formula “Sei tu che…”, alla quale segue tutta una serie di vicende passate e familiari che provocano lacrime e forti dolori dell’animo ricolmi di gioia. «(Oreste), tu fai dei giri sempre più stretti intorno al mio cuore».

Di qui, Ifigenia, Oreste e Pilade (sposo di Elettra e perciò altro membro della nuova famiglia) tesseranno un intrigo di trame che li porterà a salpare per il sospirato ritorno in Grecia, così da ricostruire una nuova famiglia, insieme purificati e lontani dalle colpe e dalle brame dei genitori.

Pubblicità