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PoliticaMente – Rubrica di riflessione civile e democratica. Ep 3, I Diritti e i Doveri dell’uomo e del cittadino

Nicola Iannotta 09/09/2022
Updated 2022/09/09 at 4:39 PM
7 Minuti per la lettura

Il grido di un furore, il grido dell’insofferenza, della vergogna e della fatica. L’individuo trattato alla stregua di un animale da soma, di una cosa, di uno strumento utile solo al lavoro. A ciò corrispose un moto dell’orgoglio, quello che fa alzare la testa e che porta a dire in maniera sprezzante: “No”. Quella parola, monosillabica, che ha fatto straripare un fiume di parole, di punti di vista, di idee, tutte egualmente valide e necessarie.

I sentimenti dell’individuo qualsiasi della società d’Antico Regime probabilmente non furono molto dissimili. Furono certamente sentimenti di intransigenza, legati al desiderio di esprimersi, di prender parola. Furono sentimenti di indescrivibile rabbia, verso una società che non legittimava l’esistenza umana. L’aristocratico era persona divina e intoccabile, il borghese buono a nulla, se non a faticare.

Da qui scaturì quel grido che portò al fatidico 14 luglio 1789, giorno della presa della Bastiglia; giorno dell’inizio della Rivoluzione francese, giorno che fece crollare i vecchi ruderi di una società ormai non più accettabile e consegnò all’uomo l’onore di una dignità, conferendogli la responsabilità di essere cittadino. Era il 26 agosto 1789: giorno in cui nacque la Dichiarazione dei diritti e doveri dell’uomo e del cittadino.

Partendo dall’esempio dei rivoluzionari francesi anche altre società si riscossero e in seguito alla ribellione interna riuscirono a dar vita alle società di diritto.

La Carta costituzionale italiana, nel suo testo attuale, nasce in un periodo storico diverso, lontano dai moti rivoluzionari francesi ma comunque da essi scaturita nella sua forma più antica.

E se la nostra rubrica si propone di essere, almeno nelle intenzioni, valida, non possiamo non parlare di quei diritti e doveri che il cittadino ha dichiarato di possedere già nel lontano 1789.

Tratteremo l’argomento con la Prof.ssa Annamaria Rufino, esperta di Sociologia del diritto.

Prof.ssa la nostra Carta Costituzionale quali obiettivi si prefissa?

La nostra Carta Costituzionale, interpretando i principi fondamentali della democrazia, individua gli obiettivi che si possono e si devono raggiungere, proprio per strutturare lo Stato democratico. In ogni dinamica, politica, economica, sociale, l’individuazione degli obiettivi non prescinde dalla valutazione dei punti di partenza, che, necessariamente, vanno connessi proprio agli obiettivi. Tutti, nel predisporre azioni da intraprendere, consapevolmente, operiamo tale connessione. Oggi, al contrario, assistiamo nella discissione pubblica alla strumentalizzazione generica e demagogica degli obiettivi da raggiungere senza valutare i punti di partenza. La proiezione verso un futuro fumoso del punto di arrivo annulla – interrompendo proprio quella connessione – e disattiva la possibilità di attribuire una responsabilità consapevole nell’utilizzo dei mezzi che si intendono utilizzare. È in questo passaggio che si produce l’annullamento di una concreta attenzione ai problemi dei cittadini.

C’è ancora memoria oggi giorno della connessione tra i diritti e i doveri che fanno dell’uomo un cittadino?

Al rapporto tra diritti e doveri, esplicativo del vivere in una società civile e democratica, si contrappone, oggi, il rapporto tra dare e avere, che domina il discorso politico e la vita delle persone. Due i termini che distinguono i binomi: nel primo caso, diritti e doveri, è il termine: responsabilità; nel secondo, dare e avere, il termine: interesse. I partiti, nel loro fraseggiare eludono qualunque riferimento alla responsabilità e argomentano solo in termini del dare e dell’avere, contribuendo, così, ad allontanare i cittadini da una presa di coscienza di cosa significhi vivere in una società civile e democratica. Così, tutti, valutiamo le promesse in termini quantitativi e non secondo il valore che dovrebbero avere, per garantire stabilità e coesione sociale. Se tutti usiamo questo strumento di valutazione, chiunque diventa un interlocutore misurabile solo in base all’interesse da tutelare. E, d’altra parte, gli stessi partiti sono un esempio incontestabile di questo criterio valutativo. Tutto ciò è causa non solo della frammentazione del sistema sociale, della coesione di ciceroniana memoria, ma anche del disseminarsi di processi di alterazione del benessere e della legalità. Se non sono più i diritti ad essere tutelati, ognuno misura i propri interessi secondo parametri quantitativi e qualitativi che contrastano con quelli degli altri cittadini. Da qui distanza ed estraneità. A livello decisionale, se non è più la responsabilità a dominare le scelte, intervengono meccanismi corruttivi che stravolgono ulteriormente il rapporto tra istituzioni e cittadini.

Pare dunque che la corruzione sia l’effetto conseguenziale di tale modo di amministrare la politica.

È sbagliato pensare che la corruzione sia un sistema operativo lontano, distante dal sistema sociale. La corruzione viaggia sottotraccia ovunque e si dissemina a cascata in ogni dinamica. Sta ai cittadini prendere le distanze. Ma se il criterio di valutazione è il dare/avere, in quanti riescono a non essere attratti da un vantaggio facilitato? Questo è il buco nero dove può precipitare la socialità e con essa la solidarietà e la condivisione. Ciò non significa che, inevitabilmente, ci si debba arrendere, anzi. I ritorni in termini di interesse privato sono, quasi sempre, transitori e non garantiscono quel benessere sociale e individuale che il Welfare intendeva tutelare. Andrebbe spiegato ai cittadini quali sono le differenze, in termini di qualità della vita, tra le due opzioni. Qui, il vero nodo problematico, e a spiegarlo dovrebbero essere le istituzioni e la politica, che, però, sono soggetti di parte! La coscienza civile si forma nelle istituzioni primarie, come famiglia e sistema formativo, che, come sappiamo, hanno subito penalizzazioni e trasformazioni negative. Dunque, urge una connessione di senso tra tutte le istituzioni, primarie e secondarie, al fine di garantire a tutti i cittadino uno spazio relazionale e sociale che rafforzi, nella condivisione, i principi statuiti a partire dalla nostra Costituzione.

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