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Carcere di Poggioreale: ciò che non vediamo

1.659 posti regolamentari (di cui 94 non disponibili) e ben 2204 detenuti presenti: questi gli impressionanti numeri del carcere di Poggioreale, primo in Italia per numero di reclusi nell’anno 2018. Un sovraffollamento che persiste da anni, trascinando con sé problematiche complesse che a loro volta sono le cause di morti incredibili. “Poggioreale: detenuto muore con febbre alta”, “Poggioreale: 21enne tenta il suicidio”; questi i titoli che hanno preso spazio tra le principali testate giornalistiche campane e nazionali, due eventi tragici accaduti quest’anno, nello stesso giorno.
«Appena entri si sente solo una puzza di cemento e ferro battuto, è un mostro». A parlarci è Pietro Ioia, ex narcotrafficante che ha passato ben sei anni nel carcere di Poggioreale; oggi è un uomo libero ed è punto di riferimento per i detenuti e per i loro diritti.
«In Italia, specialmente a Poggioreale, i detenuti sono in ozio, si pecca nella rieducazione e nel reinserimento sociale della persona».

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Ma a far paura non è unicamente la visione retrograda di far divenire il detenuto “un uomo perso, finito”; oltre ciò vi è l’enorme problematica riguardante il reclutamento di nuovi affiliati della camorra, un’affiliazione che comincerebbe direttamente nelle celle. «Poggioreale produce criminalità, perché all’interno si possono fare incontri particolari. Se tu vai per il primo reato e ti mostri furbo, scaltro, non è raro che tu venga avvicinato da un “capo-quartiere” che si offra di fornirti un futuro nel clan, oppure l’aiuto di un avvocato. Potrebbe essere ancora più diretto e pericoloso, invece, un contatto tra due detenuti della stessa sezione, in particolare all’interno di quella A.S. (Alta Sicurezza), nella quale vi sono forti esponenti dei clan». Pietro conosce bene queste dinamiche, alcune di queste le ha vissute sulla propria pelle ed è stato tra i primi a raccontare della “Cella Zero”, una stanza in cui i detenuti subivano continue violenze. Ancora oggi, infatti, gli trema la voce nel raccontare le esperienze vissute durante la sua permanenza in carcere.
Ma c’è un altro tipo di silente violenza a far paura all’interno delle mura del “Mostro di cemento”, un disagio enorme che spesso e volentieri colpisce giovani detenuti, un fenomeno che continua ad aumentare: l’autolesionismo.
«È un problema di cui si preferisce non parlare, ma accade ogni giorno. Purtroppo molte di queste notizie non escono fuori per la prontezza degli interventi delle guardie penitenziarie». Pietro però non è solo un attivista, ma potrebbe essere per molti detenuti un’alternativa, una strada scostante da quella criminale, anche se ciò appare sempre più difficile. La complessità nel farsi spazio in un’opinione pubblica che condanna, senza comprendere, rappresenta per il detenuto un ostacolo immenso, a tanti ragazzi non viene concessa una seconda possibilità e troppo spesso vanno a ricoprire il ruolo degli ultimi, della “gent ‘e merda”.
Per far sì che non accada c’è bisogno spesso di un aiuto, una mano, non dal cielo, ma dall’altro.
Don Giovanni Liccardo, cappellano del carcere, è l’altro: «Un sacerdote dev’essere portato verso gli altri, soprattutto verso gli ultimi, gli esclusi» – afferma Don Giovanni – «Mi sono spogliato dei pregiudizi, comprendendo che, per quanto giusta la pena, dietro al reato c’è un uomo. Ciò spesso è difficile da comprendere. Pochi giorni fa ho parlato con un uomo che ha ucciso suo figlio, versava in uno stato di completa prostrazione, voleva essere buttato in una fossa con dei leoni. Molto spesso dietro questi atti ingiustificabili ci sono contorsioni mentali, dello spirito, di un’infanzia drammatica. Non possiamo esprimere un giudizio asettico e dire “ammazzatelo!”, io ci sono andato, gli ho parlato. Spesso e volentieri su un reato concorrono tante colpe, anche familiari e sociali». Oggi è un pensiero in controtendenza ed è forse questa la vera condanna.

TRATTO DA Magazine Informare N°191
Marzo 2019