Silenzio di umane voci,
deserto di passi fraterni.
Incedo sul lungo viale
e vedo più grande
farsi di fronte
la nicchia vestita di edere.
Da dove mi giunge
la voce alle orecchie,
quel fresco arieggiare
che sembra tuonare
dall’alto potente?
E’ forse presenza di spirito antico
o segno di un varco nascosto
che meni a una cosmica dimensione
di cui ancor oggi s’ignora il nome?
Lo sguardo si perde incantato
nella bianca pupilla
che è spenta dell’iride.
Sulle rampe anguste del giallo di tufo
con gli specchi di mica
che al cielo rilucon,
si muovono i piedi
frenati al timore
dal cuore cosciente
del tempo solenne.
“Ferma viandante il tuo sguardo dolente
che indaga furtivo
e nulla comprende.
Questa è la tomba del divo Virgilio,
Maestro del canto di musica lirica”.
Volgo le spalle
graffiate dal brivido
e apro lo sguardo
che accoglie la vista
di chiara atmosfera;
con un raggio solare
che passa da un muro ferito
si accendono
i grani sospesi
di polvere antica.
Solo un cimelio,
solo un arredo
rimane al tempo sfidar
nella Casa del Poeta:
un braciere bendato
di più ragnatele,
dove pende nascosta
corona d’alloro.
Quale pianto io provo
del cuore a vederti
Maestro
nell’ultima traccia!
Sul piatto di bronzo
son piene d’amore
i messaggi dei nostri fratelli.
Mentre varco la soglia
della Casa paterna
accarezzo il granoso pilastro di stipite;
e stupore mi coglie
ancora una volta.
Una penna d’uccello,
confitta resta
sulle mura d’esterno,
che prima non c’era
o forse non vidi.
Era posta di sbieco
come in un calamaio
pronta per essere estratta
ma da chi
e poi quando?
Un messaggio hai lasciato
per un giovane fuggiasco
pur se lui non ebbe ardire
di sottrarlo dal suo incastro.
Da quel segno che parlava
con la lingua che non mente
ho capito che dovevo
continuare senza tema
nello scriver questi palpiti
fino all’ora mia suprema.

 

 

di Giuseppe Scrima.