Lega Filo d’Oro

Pluriminorazione psicosensoriale, il lavoro della Lega del Filo d’Oro

Giovanna Di Pietro 05/12/2022
Updated 2022/12/15 at 12:33 PM
5 Minuti per la lettura

La Lega del Filo d’Oro nasce nel 1964 come associazione con l’obiettivo di sostenere le persone affette da pluriminorazione psicosensoriali, cioè quando alla sordità o cecità, si aggiungono altri deficit di tipo motorio, intellettivo o comportamentale. La storia della Lega del Filo d’Oro – oggi una Fondazione Onlus – si intreccia con quella della sua fondatrice Sabina Santilli che, affetta lei stessa da sordocecità, aveva l’obiettivo di creare “un filo aureo” per unire i sordociechi tra loro e nel mondo.

Intervistando il Presidente Rossano Bartoli emerge chiaramente la missione della Fondazione: «La filosofia che ci anima è porci come un riferimento, affinché queste persone siano incluse per davvero. La nostra prospettiva parte da cosa la persona può fare invece di sottolineare le sue incapacità. Ci focalizziamo sulle sue capacità, così raggiungiamo importanti obiettivi di comunicazione e autonomia».

LE SFIDE PER IL FUTURO DELLA LEGA DEL FILO D’ORO

«La sfida è continuare a crescere. Vorremmo ampliare la nostra attività nelle regioni in cui non ci siamo e rafforzarla nelle regioni in cui siamo presenti, perché le persone che ci chiedono un aiuto sono sempre di più. Confidiamo sulla capacità di avere anche in futuro tanti- tra volontari, enti e aziende- che ci aiuteranno, come quelli che abbiamo oggi».

«Ci occupiamo di una problematica molto difficile, che può capitare a chiunque. Quando facciamo attività di sensibilizzazione, le scolaresche sono colpite dalla realtà, capiscono che è importante che ognuno dia il proprio contributo. Questo è il messaggio che portiamo: ciascuno di noi può mettere a disposizione il tempo, oltre al supporto economico».

La diramazione sul territorio è fondamentale per garantire l’accessibilità ai servizi, ecco perché la Lega – oltre alla sede centrale di Osimo – è presente in 10 regioni con Centri Residenziali e Sedi Territoriali, che nel 2021 hanno offerto i loro servizi socioeducativi e riabilitativi a 895 persone. Dal 1996 la Lega è presente anche su Napoli: dove l’anno scorso sono stati seguiti 171 utenti, il numero più alto tra le cinque Sedi Territoriali. Francesca Dati, la referente della sede campana, per cui lavora dal 2002 come assistente sociale, spiega che ciò avviene anche «a causa della mancanza di servizi nella nostra Regione».

IL LAVORO NELLA SEDE DI NAPOLI

«Offriamo servizi di ascolto e accompagnamento alle famiglie che hanno all’interno soggetti affetti da pluriminorazioni psicosensoriali. Il nostro approccio viene suggerito dalla sede di Osimo: vogliamo creare un filo conduttore tra tutti gli aspetti educativi, per la piena riabilitazione della persona. Puntiamo sui professionisti del territorio e sugli stessi genitori che, con l’aiuto della Lega, si muovono su un percorso integrato».

Quest’approccio mira a favorire un dialogo attivo tra la Fondazione e i servizi già esistenti localmente, che vengono pungolati, suggerendo una programmazione, non solo a favore dei più piccoli: «Con l’aumentare dell’età vi sono più problematiche e c’è un impoverimento delle risorse a disposizione. Noi riteniamo che a tutte le età si possa garantire una vita migliore».

Le attività spaziano dai laboratori che permettono di sperimentare con la pratica manuale, agli sportelli di ascolto per le famiglie, fino alle gite fuori porta e alle visite guidate nei musei, che vengono messe in pratica grazie al lavoro dei volontari e dei sostenitori. Una qualità di vita migliore è il faro che guida l’azione della sede napoletana: 8 operatori e circa 30 volontari, grazie ai quali è possibile «supportare ogni singolo utente, consentendo che sia protagonista di ciò che accade, non marginale».

Dalle parole di Francesca emerge in modo sorprendente la motivazione che da più di 50 anni anima la Lega del Filo d’Oro: «Cerchiamo di guardare alla persona – e alla famiglia – nella sua interezza, non alla sua disabilità. Vogliamo che i nostri ragazzi siano inseriti in un contesto di normalità e non di specificità. Sono innanzitutto persone e devono avere la possibilità di vivere esperienze comuni, semplici e accessibili a tutti».

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