Playng for Change: la voce di Dio è un artista di strada a prescindere da chiacchiere, tosap e Pataturk

Playng for Change

“Playing for Change” è un supergruppo musicale formato essenzialmente da artisti di strada di varie etnie nato nel 2004 dal progetto multimediale (immagini, suoni, canti) di due intelligentoni: l’americano Mark Johnson, produttore discografico ed ingegnere del suono, e l’italo-argentino Enzo Buono, musicista, fotografo e cameraman.

Lo scopo è quello “di ispirare e mettere in collegamento musicisti per portare un messaggio di pace nel mondo attraverso la musica”. Sembra una cosa da “Grande Fratello” o “domenicain” ma non è così. Ci sono i contenuti.

I due intelligentoni si sono recati in diversi paesi molto distanti l’uno dall’altro – Stati Uniti, Spagna, Sudafrica, India, Nepal, Medioriente, Irlanda – e servendosi di uno “studio di registrazione mobile” hanno registrato le interpretazioni degli artisti che si esibivano in strada con pubblico vero che ti può dare un centesimo o farti un pernacchio. Più artisti in luoghi diversi, distinti e distanti, ma con il proprio stile e gli strumenti tipici delle proprie culture hanno cantato, suonato e ballato la medesima canzone. Tutto mixato in un ammiscamento generale.

Ad ogni film musicale, perché di questo si parla, partecipano cantanti e musicisti da tutto il mondo: grandi star come Keith Richards, Los Lobos, Bono, Manu Chao (chisto sta sempe mmieze quanno si tratta di fare burdello), alcuni noti a livello locale, come Char (Giappone), Ernest Ranglin (Jamaica), Alberto Manuel de la Rosa, Imorly Richardson (Cuba), Baby Black Ndombe (Congo) e molti altri sconosciuti.

Una cosa bella. La cultura popolare che diventa musica pop che diventa musica etnica e poi ritorna ad essere pop.

I generi musicali sono i più disparati (blues, rock’n’roll, pop, rumba, ed altro) gli interpreti variano, i posti anche ma il luogo è sempre lo stesso la strada, l’esibizione e lo stile non ne prescinde, vi è una contaminazione solare.

Pochi metri, senza pedana e si comincia. La gente sbircia i preparativi, qualcuno al cellulare distratto inciampa nei fili, i bambini ridono e si guardano intorno «Ma che sta succedendo?» sembrano dire.

L’artista prepara il pavimento, la sedia, il microfono nell’asta ed arriva il vigile. Il tenente Di Marco chiede se è stato pagato l’occupazione del suolo pubblico. Non c’è discorso, qui si canta e balla, e Di Marco si esprime a modo suo «Santa Pupa…». Un imprecazione innocente e di rammarico. «Santa Pupa» ripete e l’artista di strada ride facendo lo gnorri. Ma di che si tratta? «Ma Santissima Pupa, Misericordiosa e Santissima Pupa dei beati, cresimati e stigmatizzati dovete solo pagare l’occupazione del suolo pubblico… solo quello… e non lo fate? Non dovete più iscrivervi al registro in Comune perché nel 2001 sono stati abrogati gli articoli 121 e 124 del TULPS del 1931 (testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) che prevedeva» e qui parte una cantilena «non può essere esercitato il mestiere ambulante di… saltimbanco, cantante, suonatore…, senza previa iscrizione in un registro apposito presso l’autorità locale di pubblica sicurezza», ma puntualizza «pur rimanendo in vigore il divieto del mestiere di ciarlatano». Il dubbio l’assale «Sei tu un ciarlatano?». Il poeta di strada pur avendo dimestichezza di ciarle non ne ha di burocrazia: «Cosa intendi per ciarlatano?» E qui la forza dell’ordine lo spiazza letteralmente. Questa volta, seppur con lo stesso ritmo di cantilena, il graduato accompagna il tutto con un sorriso e ciglia inarcate: «Le definizioni sono tante ma noi preferiamo quella della Treccani». La gente a semicircolo apre la bocca in un «Oooohhh» generale. E detta «Per ciarlatano si intende chi un tempo, sulle piazze, cavava i denti o vendeva rimedî che decantava miracolosi – e precisa – la parola è rimasta in uso per indicare prestigiatori, giocolieri, e in genere chi vende in pubblico prodotti specifici o altre merci attirando la gente e incantandola con abbondanza di chiacchiere – ma poi avverte – ciarlatano è anche chi si spaccia per quello che non è, chi cerca il proprio guadagno dandola ad intendere, impostore, gabbamondo».

«Insomma» riprende il pubblico ufficiale «dovete solo pagare la TOSAP e fatelo! No?».

Il fatto è che da quando c’è stata l’abrogazione di quelle norme con il DPR 311/2001 ogni Comune si è data la propria disciplina. «Ed ha fatto bene!» ha proferito il Ministero dell’Interno con il parere n. 557/PAS.616.12007 del 6 febbraio 2008. Ma alcuni di questi pongono limiti di orari, spazi e tariffe che affaticano gli spettacoli a volte improvvisati. Libertà alla strada, agli artisti e alle strade degli artisti.

Ma il cantore di strada non è un ciarlatano, pur facendo opera di parole mischiate a musica. «Ma io sono un artista. E riempio le strade di musica e poesia!» ecco in quel momento l’aedo smette di fare lo gnorri.

Il tenente lo guarda fisso negli occhi, posizione stambecco delle Dolomiti, ginocchia rigide, schiena inarcata e mani nei fianchi, si bagna il pollice e l’indice, e fa una panoramica del pubblico accerchiato. Apre, di lato, il palmo della mano a destra come se volesse scorgere qualche goccia di pioggia. Ma c’è il sole. Pochi istanti e si materializzano un libretto ed una penna.

«Ed io sono matricola A35. E riempio le strade di multe!» ma quello era MILTON LEE “ROGER” RIDLEY JR, «la voce di Dio», e stava per cantare “Stand by me”, il capolavoro di Ben E. King composto da J. Leiber e M. Stoller.

Mannaggia ‘o Pataturk” esclamò curiosamente l’ufficiale deponendo il libretto e la penna alle prime note.

Il video che ha determinato il successo e lo stile del progetto “Playng for Change” è stata proprio questa performance. Vi è l’introduzione azzeccata e l’esibizione ispirata di Milton Lee “Roger” Ridley Jr un cantante e chitarrista statunitense morto qualche anno fa e noto come “la voce di Dio” proprio per la sua capacità di annunciare la canzone ciarlando la verità sulla canzone che canterà al pubblico della strada, che ti paga se è soddisfatto e ti fischia se lo hai beffato con abbondanza di chiacchiere inutili.

La pubblicazione della performance su YouTube ha registrato più di ottanta milioni di contatti.

“Roger”scelse volontariamente questo modo di fare spettacolo, una chitarra, un microfono ed una cassa di amplificazione ed ha sempre pagato l’occupazione del suolo pubblico.

“Roger”parla, spiega la canzone e poi attacca. Uno zucchero, un bigiù. Un negro alto due metri che per non far sentire in soggezione il pubblico canta seduto. Un uomo di colore? Di colore nero. Anche il nero è un bel colore e perché non lo dobbiamo dire. E questo nero ha la voce di Dio.

Un professionista di un genere conosciuto nel mondo, in tutto il mondo, che a Napoli si chiama posteggia.

“Roger” è un posteggiatore di Santa Monica, California, con la voce di Dio.

“Chisto è proprio nu Pataterno (padreterno), Mannaggia ‘o Pataturk”.

Ecco “Mannaggia ‘o Pataturk!”! Imprecazione napoletana. I napoletani, oltre che a cantare, mangiare la pizza e suonare il mandolino, imprecano pure ed, a volte, non hanno la dolcezza di quelle del ten. Di Marco (“Santa Pupa”).

Ma cosa vuol dire o chi è davvero “’o Pataturk!”. Cioè chi si impreca? L’espressione va letteralmente tradotta in “Maledizione al padre dei turchi” ma non è riferita a Mustafà Kemal “Atatürk”, eroe nazionale e primo presidente della Repubblica della Turchia nata nel 1923, bensì all’invasione che i turchi fecero, senza cantare, 300 anni prima il 13 giugno 1558 a Massa e Sorrento: si racconta che «…nel far del giorno venne l’armata Turca contra la Città di Massa e Sorrento con cento e più galere e saccheggiò queste Città al segno che non vi lasciarono cosa alcuna: si presero l’oro, l’argento, le gioie e le stoffe ricche; sturarono le botti del vino, ruppero i ziri dell’Olio e fecero tutto il male che era in loro potere. Fu grandissima la strage e le crudeltà che i Turchi usarono con questi disgraziati giacché oltre de’ schiavi che fecero in numero di quattro mila, uccisero ancora molti uomini e donne e segnatamente i vecchi; né solo usarono crudeltà contro degli uomini, ma contro ancora degli animali, mentre ammazzarono tutte le vacche che incontrarono, i cani, i muli, i maiali etc. e da questo terribile eccidio si contaminò l’atmosfera purissima di Massa in modo che per molto tempo non si poteva respirare; le case non si potevano più abitare perché i barbari ruppero e fracassarono tutte le porte e finestre…..» e, poi, si racconta ancora ancora.

A mio parere è meglio invadere le strade di musica e poesia a prescindere dalla tosap, Mannaggia ‘o Pataturk!

 

 

di Vincenzo Russo Traetto