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Il documentario di Catia Barone, “Plastic War” , tra i migliori film ambientali italiano dell’anno al Festival Cinemambiente Torino

Un documentario che racconta il vero volto del “materiale del secolo”, le lobby, gli interessi delle grandi aziende, lo scempio ambientale. Dalla spiaggia di plastica di Castel Volturno ai corridoi delle istituzioni europee si continua a combattere una guerra senza fine dove il campo di battaglia è la “comunicazione che convince di più” per ammaliare i consumatori.

Un riconoscimento importantissimo dopo Planet or Plastic Bari – Io scelgo il Pianeta del National Geographic e il Festival del Cinema Città di Spello.

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Tra i nomi che spiccano dei protagonisti di questo meraviglioso lavoro troviamo quello del maestro Giovanni Izzo, fotografo campano, originario di Grazzanise,  che ha dedicato tutta la sua vita a combattere il degrado ambientale e umano con l’arte delle sue opere in bianco e nero, spesso su uno scenario particolare come quello di Castel Volturno.
Un documentario che tra i vari temi ci racconta anche il sistema economico malato nel quale vige la cultura dello scarto, un’economia che uccide, con 396 milioni di tonnellate di plastica vergine prodotte su scala globale ogni anno, ne parliamo proprio con G. Izzo.

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Maestro com’è stato lavorare al documento “Plastic War”?

«È stato un lavoro molto bello ma duro, soprattutto per convincere le persone a rilasciare una loro testimonianza. Abbiamo cercato di coinvolgere sia italiani che immigrati, ma molto spesso hanno timore delle telecamere e diventa complicato avere materiale».

Quindi ha fatto lei da tramite, è stato un po’ la chiave per accedere alle porte di Castel Volturno?

«Si, conoscendo bene il territorio e le persone è stato più semplice per me rintracciare e riuscire ad ottenere ciò che serviva per il documentario sia ambienti che persone».

Lei è da tempo che fa una guerra ambientale, da dove è partita?

«La molla è scattata circa 4-5 anni fa a seguito di un giro fatto sul peschereccio di un pescatore. In quell’occasione mi sono reso conto di quanti plastiche vengono tirate su dalle reti da pesca e poi rilasciate di nuovo in mare. Li decisi che, nel mio piccolo, dovevo fare qualcosa. Credo che tutti possiamo fare la nostra parte ed io ho cominciato denunciando usando le mie fotografie».

Pensa di lavorare a qualche altro documentario?

«Se mi dovessero contattare per qualche lavoro interessante, sì! Non è il primo e forse non sarà l’ultimo».

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