#PizzaUNESCO, da iniziativa popolare a riconoscimento mondiale

Pizza UNESCO

Alfonso Pecoraro Scanio: «Progetto partito dal basso che ha coinvolto l’Italia e il mondo intero»

 

Il valore della pizza si misura in base alla sua popolarità: la sua accessibilità fa di questa rappresentazione storica il piatto più diffuso al mondo, nonostante la forte globalizzazione del prodotto e la declinazione in tante forme (molto discutibili). Riconoscere l’artigianalità dei pizzaioli napoletani è un valore aggiunto imprescindibile. L’UNESCO, infatti, ha qualificato la tradizione di scuola partenopea come patrimonio immateriale dell’umanità, un viaggio lungo oltre 10 anni giunto fino a Jeju, in Corea del Sud, dove un comitato Unesco, con voto unanime, ha riconosciuto il valore di un’arte unica nel suo genere. Il tutto inserito in una comune ottica di tutela del Made in Italy. A farsi promotore dell’iniziativa e della petizione, con oltre 2 milioni di firme, è stato Alfonso Pecoraro Scanio, ex ministro all’ambiente e all’agricoltura.

 

Alfonso Pecoraro Scanio
Alfonso Pecoraro Scanio

 

Essendo quello dell’UNESCO un riconoscimento internazionale, bisogna aspettarsi delle conseguenze, oltre che d’immagine, anche commerciali per i pizzaioli delle nostre città? Se sì, in che termini?
«Innanzitutto è vietato qualsiasi uso indebito del simbolo UNESCO. Il riconoscimento ha una ricaduta economica positiva ed è evidente che fa conoscere al mondo l’arte della pizza più antica del pianeta: quella napoletana. Due sono gli obiettivi fondamentali: diffondere una tradizione per formare pizzaioli in tutto il mondo di scuola napoletana, a Napoli possibilmente; abbinare a questa iniziativa una grande azione di tutela del vero made in Italy: chi fa la pizza secondo l’arte napoletana la deve fare anche con prodotti di qualità e di provenienza italiana. Questa è un’altra mia battaglia: la lotta all’agropirateria».

Nonostante una forte globalizzazione del prodotto pizza, prima ci sono state oltre 2 milioni di firme a favore della proposta, poi a Jeju c’è stato un voto unanime: che valore ha questa consapevolezza mondiale del prestigio dell’artigianalità dei pizzaioli napoletani?
«La particolarità di questa campagna è che io lanciai l’idea già nel 2006 quando ero Ministro dell’Ambiente. Quando vidi questa pratica che risultava inceppata nel 2013 lanciai una petizione su change.org, proprio per sbloccare l’inerzia dell’attività governativa. La differenza con il passato è che ho raccolto anche firme cartacee da tutto il mondo: ad esempio, solo 200.000 ne sono arrivate dal Giappone. L’obiettivo non era una battaglia di Napoli, bensì di tutta Italia e di coloro che amano l’arte della pizza napoletana. Infatti, il primo presidente di regione che ha firmato la petizione è stato Roberto Maroni, presidente leghista della Lombardia, anche il primo a farmi gli auguri perché ha seguito in diretta l’evento di Jeju. L’importante è stato coinvolgere il Paese tanto che è diventata la più grande campagna di candidatura dell’UNESCO. Di solito le candidature riescono ad ottenere il supporto di lobby mentre la nostra è stata una mobilitazione della società civile. E anche questo è stato un segreto per vincere: lUNESCO valuta la mobilitazione e le comunità locali dell’associazione pizzaioli, associazione Univerde, il Comune di Napoli e Regione Campania. Abbiamo vinto nel 2015 e nel 2016 alla commissione Unesco nazionale dove abbiamo avuto il voto dei ministri anche se alcuni funzionari del Ministero dei Beni Culturali non erano entusiasti dell’iniziativa perchè “non abbastanza culturale”. L’ambasciatrice italiana Unesco, Vincenza Lo Monaco, ha lavorato molto bene. Altra particolarità: la campagna è stata totalmente autofinanziata».

Cosa Le rimarrà dentro di questo lungo cammino che l’ha portata fino ad un riconoscimento storico e di cui si è fatto promotore?
«Io sono stato contento di vedere l’allegria e l’entusiasmo di tutti coloro a cui ho chiesto di sostenere l’iniziativa. L’entusiasmo con cui hanno firmato oltre 1.000 grandi personalità, gente come Katherine Kelly Lang (la Brooke di Beautiful) o Gilberto Gil (ex Ministro della Cultura del Brasile), oltre agli italiani, nel vedere l’entusiasmo a Sydney, a Buenos Aires, in Svezia, a Istanbul, a Vancouver, a Doha: ovunque l’entusiasmo è stato incredibile. L’entusiasmo con cui la gente ha aderito è stato sorprendente. Avrei voluto una maggiore partecipazione in Corea, dove speravo di vedere se non un Ministro ma almeno un sottosegretario italiano al nostro fianco. La cosa più importante ora è promuovere tutte le azioni per tutelare questo riconoscimento con le iniziative che abbiano valore culturale, evitando strumentalizzazioni anche per piccole operazioni speculative».

di Fabio Corsaro

Tratto da Informare n° 177 Gennaio 2018

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!