“Più gentili e solidali” – Il nuovo volto della criminalità organizzata

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Lo scorso mese di settembre è stata presentata la relazione al Parlamento della Direzione investigativa antimafia (DIA), relativa al semestre luglio-dicembre 2020. Nel documento si evidenzia innanzitutto la metamorfosi evolutiva delle dinamiche operative della criminalità organizzata, le quali non si avvalgono più dei tradizionali sistemi di violenza, ricatto ed omertà, bensì ricorrono al metodo “solidaristico”.

Nel report della DIA è infatti emerso che le ingenti risorse liquide illecitamente acquisite vengono “offerte” per “aiutare” privati e aziende in difficoltà al fine di rilevare o asservire le imprese in crisi finanziaria, ottenendo così il duplice effetto di incrementare, indirettamente, il consenso sociale e, contestualmente, ipertrofizzare l’ostacolo granitico al diffondersi della cultura della legalità. Un’infiltrazione criminale efficacemente descritta nel documento come “silente”.

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La rinnovata strategia mafiosa si rivela poi particolarmente utile per il riciclaggio e per l’infiltrazione nei pubblici appalti. Più chiaramente il fenomeno della “silente infiltrazione” del sistema imprenditoriale, peraltro effetto collaterale del perdurare dell’emergenza sanitaria da COVID-19 e delle connesse severe misure rese necessarie per contenere l’espandersi del contagio, è stato in tali termini spiegato dal Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho:

«La modernizzazione delle mafie si completa nel reinvestire capitali in soggetti economici deboli; in quei soggetti che non trovano più un accesso al credito bancario per la crisi. Le mafie non hanno bisogno di firmare atti, non hanno bisogno di documenti; al contrario occultano comportamenti illeciti con lo schermo di soggetti solo apparentemente sani, entrando così nel mercato dell’economia legale. Questo è veramente preoccupante. A tutto questo si risponde con le segnalazioni dal territorio, dalle stesse associazioni di categoria, con la segnalazione delle transazioni sospette».

In effetti, da sempre, la storia criminale della camorra è stata caratterizzata da un “andamento carsico” (Sales, 1988): «sembra scomparire nei periodi di forte repressione, per riapparire, più forte e determinata nelle fasi di debolezza delle istituzioni e di crisi economica. La visibilità dell’organizzazione sembra essere un indicatore negativo dello stato di sviluppo di un sistema sociale».

Ed è vero che negli studi di indagine del fenomeno del crimine organizzato costantemente emerge una corrispondenza positiva fra la permeabilità criminale e il manifestarsi di crisi economico-finanziarie nazionali e internazionali. In realtà, si tratta di un circolo vizioso poiché, come ancora osservato dal Procuratore De Raho, il flusso è biunivoco, cioè sono anche le mafie a ingenerare l’arretratezza socio-economica, tanto che «quando le mafie hanno cominciato a prendere il sopravvento e manovrare elementi della società e dell’economia, una parte del Paese si è fermata e si è arretrata». Ora il rischio è che queste mafie infiltrino e contaminino anche l’altra parte.

Per quel che attiene specificamente la camorra, appare in linea con i risultati della ricerca la capacità delle consorterie criminali campane di strumentalizzare a proprio vantaggio le gravi situazioni di disagio. Le prestazioni previdenziali verso famiglie e imprese in crisi costituiscono infatti, per i clan, un’occasione di potenziamento del proprio controllo del territorio. Ma connesso alla crisi finanziaria è anche il rischio ulteriore, denunciato dal Procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo, che la multiforme dimensione imprenditoriale delle principali organizzazioni camorristiche renda la crisi sanitaria ed economica un’opportunità per la diversificazione dei propri affari, in particolare nei nuovi settori economici strettamente connessi con il fenomeno pandemico, ma soprattutto un veicolo fisiologico per l’accesso ai finanziamenti pubblici stanziati per consentire il sostegno proprio a quelle stesse imprese in difficoltà.

I clan campani pur essendo connotati in genere da una forte “interpenetrazione” con il tessuto sociale in cui si inquadrano, sono particolarmente abili a rimodulare di volta in volta gli oscillanti rapporti di conflittualità, non belligeranza e alleanza in funzione di contingenti strategie volte a massimizzare i propri profitti fino ad arrivare, per i sodalizi più evoluti, alla costituzione di veri e propri cartelli e holding criminali.

Di qui anche il contenimento, in linea di massima, del numero degli omicidi di matrice camorristica il più delle volte ormai paradossalmente ascrivibili proprio a politiche di “prevenzione” e/o logiche di epurazione interna, finalizzate a preservare gli equilibri complessivi e a controllare ogni spinta centrifuga. Segno evidente della creativa teatralità criminale sono i numerosi altarini e murales che più che forme folcloristiche di devozione verso figure emblematiche degli ambienti del crimine, rappresentano veri e propri atti di sfida contro lo Stato.

Continua, infine, a trovare riscontro su più fronti l’ingerenza delle consorterie criminali nel mondo politico-amministrativo dell’intera Regione. Sono passati più di trent’anni da quando si scriveva a proposito delle organizzazioni criminali: «Certo è che, secondo gli investigatori, Gionta, con l’apertura del negozio, cercava di inserirsi in maniera diretta e massiccia nel commercio. Probabilmente dietro le quinte il boss della N.F. controlla ancora altri negozi nei quali non compare direttamente ma con dei prestanome» (“Osservatorio sulla Camorra” n. 4, 1985 – La camorra a Torre Annunziata).

Con queste parole un aspirante e arguto giornalista, Giancarlo Siani, già tenacemente rivelava le strategie del metodo mafioso, con la speranza di accendere forse un potente motore, quello del cambiamento.

di Vittoria Serino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°223 – NOVEMBRE 2021

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