informareonline-sardine-3Identikit di una sardina

Nel corso di questi mesi abbiamo visto un inaspettato ritorno alle piazze, un’ondata di partecipazione che, da Bologna alla storica Piazza San Giovanni di Roma, ha visto diverse generazioni unirsi sotto la figura simbolica di una sardina.

Un ritorno inaspettato perché, quelle tantissime anime, che hanno affollato tutte le piazze italiane, sembravano ormai essersi rassegnate ad una politica sempre più dichiarazionista, divisiva ed estremamente inconcludente. La politica italiana ha vissuto nell’ultimo periodo una fase di grande deficit comunicativo, perché se da una parte Salvini non è mai uscito dalla campagna elettorale, dall’altra sia i democratici che i cinquestelle sembrano incatenarsi in un fastidioso conflitto di dichiarazioni che si distacca sempre di più dalla realtà concreta dei cittadini, dagli italiani che di mattina lavorano e da quelli che devono fare a gara con le enormi difficoltà occupazionali e sociali che anni di malapolitica gli hanno regalato. In un’Italia narcotizzata dalle statistiche, dall’opportunismo politico e da un linguaggio istituzionale becero, le Sardine hanno avuto un ruolo di risveglio sociale.

La splendida Piazza Maggiore di Bologna aveva stupito i media nazionali e non (uno degli ultimi endorsment alle Sardine è di Patti Smith), un dissenso partito inizialmente contro Salvini, ma che poi si è esteso per muovere critiche a tutta la politica nostrana.

Quella parte d’Italia che sembrava esser caduta nell’astensione, nel “ci tocca votare il meno peggio”, nella frustrazione di non aver degna rappresentanza, si è ritrovata fisicamente per portare avanti una battaglia antipopulista e a sostegno di una cittadinanza attiva. Antipopulismo significa non cedere alla retorica spicciola di Salvini che continua a predicare la sua buona azione di governo contro l’immigrazione, mentre una silenziosa Lamorgese lo batte per numero di rimpatri. Le anime che si intrecciavano nelle piazze andavano contro la necessità di trovare un nemico, in genere occupante gli ultimi gradini di un’ormai altissima piramide sociale.

informareonline-sardine-2Le Sardine sono quei cittadini che prima, invece di una Piazza, avevano con sé un lenzuolo sul quale mostrare il loro dissenso alla politica salviniana; quelli che ci hanno fatto sorridere con la protesta della lenzuolata, leggera ed irriverente, in pieno stile italiano. Le Sardine sono le persone che hanno smesso di credere ai siparietti politici, mentre l’Italia muore sotto i colpi di un livello occupazionale che trascina molti giovani nel baratro o all’estero; quella parte di cittadinanza che ha visto il “MES” (Meccanismo europeo di stabilità)  regnare la cronaca politica e giornalistica per giorni e giorni, mentre la notizia della maxi-retata anti-‘ndrangheta contro politici, massoni, imprenditori, affaristi e mafiosi, non ha trovato una chiara e univoca risposta politica (la notizia non è stata pubblicata nemmeno nelle prime pagine della maggior parte dei quotidiani italiani). Dietro questa rabbia nasce il dissenso di una parte di popolo a cui la politica non parla più, le Sardine non sono state che un nobile pretesto per un segnale di vita quanto mai necessario a questo paese.

Sardine sì, Sardine no

Da Bologna il fenomeno ha iniziato ad estendersi abbracciando tutte le maggiori città, con una partecipazione che ha portato alla ribalta mediatica i giovani organizzatori della manifestazione emiliana, uno su tutti Mattia Santori, sempre più il volto delle Sardine. Già dalle prime ospitate e dalla trattazione dei temi che le Sardine si proponevano di contrastare, diviene lampante l’impreparazione di questi giovani trovatisi di punto in bianco sul grande schermo.

Dichiarazioni spesso fuori luogo e misunderstending che hanno caratterizzato la comunicazione delle Sardine, hanno inevitabilmente portato ad una diminuzione di credibilità per un movimento partecipativo che, forse, avrebbe fatto meglio a tenersi lontano dagli scenari televisivi. Se alcuni cronisti politici hanno trovato il più grande scivolone nell’apertura a Forza Nuova da parte di un “sardiniano” evidentemente molto impacciato, ciò che resta dubbio e fuori dalle aspettative di chi seguiva con interesse il fenomeno delle Sardine è di certo il discorso di Mattia Santori proprio in Piazza San Giovanni a Roma.

Le sei proposte elencate da Santori, a mo’ di listone della spesa, potranno anche essere condivisibili, ma esposte in maniera estremamente superficiale per il peso che stavano avendo quelle piazze in questo preciso momento storico.

Invitare i giornali a scrivere la verità, allontanare la violenza verbale o fisica dalla politica, far chiarezza sull’uso dei social da parte della politica (la proposta più lungimirante) sono di certo cose sacrosante, ma rischiano di finire nel dimenticatoio se non accorpate a proposte concrete o a focus su ognuna delle problematiche fatte sorgere dalle Sardine. È con questo linguaggio semplicistico ed emozionale che si rischia di non aver séguito, di confondere Santori per un leader e di scambiare questa imponente partecipazione con una fase transitoria che verrà gettata nel cestino dalla noia e dal continuo flusso di informazioni.

Le Sardine non sono un partito e, con tutta probabilità, non lo saranno mai, ma ciò non toglie che possano essere un fenomeno che potrebbe segnare la partecipazione politica di un paese spento, dove i giovani corrono lontano dalla politica, anche comprensibilmente, considerandone il livello dibattimentale. Per farlo però bisogna sottolineare e focalizzarsi su determinate parole d’ordine, approfondendole e sviscerandole nelle piazze, non lanciate come una ola da stadio che rischia di soddisfare solo superficialmente le volontà e le esigenze di molte sardine.

Democrazia emotiva

Gustave Le Bon, medico e antropologo francese, nel libro “Psicologia delle folle” afferma che: «Certe idee, certi sentimenti, nascono e si trasformano in atti, soltanto negli individui costituenti una folla». Le Bon si riferiva al fatto che le folle sospendessero i princìpi di ragione e verità, dando spazio alle emozioni; sono quest’ultime il vero potere di una folla.

All’interno della nostra democrazia le emozioni hanno un ruolo centrale, la comunicazione politica l’ha ben capito ed è così che i vari leader sembrano entrarci nelle case attraverso le foto e i post sui loro canali social.

La piazza, per coltivare queste emozioni, è una risorsa essenziale per il politico moderno, da ricordare il dibattito celodurista tra la folla di Obama e quella di Trump durante la cerimonia di insediamento del tycoon arancione. Anche oggi la politica italiana è in cerca di folle, una dipendenza che vediamo nitida in Matteo Salvini e nella sua voglia di consegnarsi alle emozioni dei suoi sostenitori con sbaciucchiamenti, selfie e abbracci.

In crisi d’astinenza di piazze è il Movimento 5 Stelle che, a causa di discutibilissime scelte politiche, si è inevitabilmente allontanato dalla sua gente. Il PD venderebbe di tutto pur di immergersi in una piazza stracolma. Nella democrazia delle emozioni questi assembramenti fisici fanno gola e non a caso molte forze politiche hanno provato a far calare bandiere sulla testa di Santori e delle Sardine. Le loro piazze restano ancora senza simboli di partito, sperando che le loro idee non si perdino nella tempesta di emozioni.

di Antonio Casaccio
Ph. Marika Fazzari

Print Friendly, PDF & Email