Pino Imperatore: tante novità in “Casa Esposito”

Un nome e un cognome che da anni sono familiari a chi divora libri, in particolare ai lettori che amano il genere umoristico: Pino Imperatore.

Chi può meglio rappresentare il genere, se non un docente di scrittura umoristica? Un narratore che è anche giornalista e che con l’amico Edgardo Bellini ha fondato a Napoli il Laboratorio di scrittura umoristica “Achille Campanile”. Un autore nato per caso a Milano da genitori partenopei, ma che prontamente fu portato a vivere a Napoli.

Ti definisci un lettore onnivoro, che ricerca testi originali e coinvolgenti; storie scritte bene e capaci di procurarti trepidazioni e riflessioni, con la giusta dose di umorismo. Chi o cosa ha influito di più sulla tua formazione letteraria?

«Ogni scrittore è la sintesi di ciò che ha letto e delle opere che più ha amato. Nella mia scrittura rivivono, e lo dico con tutta la modestia possibile, lo stile lapidario di Hemingway, la visionarietà di Borges e Murakami, le invenzioni umoristiche di Campanile e Paasilinna, le magiche atmosfere di Márquez, la crudezza espressiva di Kafka e McCarthy, l’intensità narrativa di Saramago. E ho citato solo alcuni dei miei autori preferiti, con la consapevolezza di avere ancora un’infinità di libri e scrittori da leggere e scoprire».

Ancor prima che scrittore, nasci giornalista, e hai vissuto come dolore personale l’omicidio di Giancarlo Siani avvenuto nel 1985. Quest’anno, nel 35esimo anniversario dalla morte di Giancarlo, l’Ordine dei Giornalisti ha consegnato ai suoi familiari il tesserino da giornalista professionista. Cosa pensi avrebbe “detto” Giancarlo oggi della nostra città? Quanto il suo assassinio ha influito sulla tua scrittura, che è sì definita di genere umoristico, ma è intrisa di grande impegno civile? 

«Giancarlo avrebbe semplicemente seguito la sua vocazione e passione, che consisteva nel raccontare in modo impeccabile il bene e il male di Napoli, gli eventi belli e quelli brutti, denunciando le storture della città e mettendo in luce, allo stesso tempo, gli aspetti positivi della realtà partenopea. Lo avrebbe fatto, ne sono convinto, come lo ha fatto in vita: senza fronzoli, andando al cuore dei problemi, con l’asciuttezza e l’incisività delle sue parole. Giancarlo il giornalismo – quello vero, non quello costruito a tavolino – ce l’aveva nel sangue. Da lui ho imparato a non avere paura. La narrazione di un universo sociale complesso come quello napoletano deve essere scevra da condizionamenti e timori. Se poi la si costruisce con il sorriso sulle labbra e nella penna, meglio ancora».

Attraverso spaccati divertenti e nel contempo crudeli della Napoli contemporanea, non perdi occasione per stimolare l’animo civile dei cittadini, che vivono una società che troppo spesso preferisce voltarsi dall’altra parte. Quanta della realtà che vivi è protagonista indiscussa dei tuoi romanzi?

«È interamente protagonista, senza esclusioni o preclusioni. Io racconto ciò che vedo intorno a me, ciò che provo e sento. Non uso filtri e mediazioni. Per dirla alla Pessoa, io sono, nel medesimo momento, osservatore, attore e narratore delle mie storie».

Il tuo più grande successo letterario è la saga della famiglia Esposito. Con “Benvenuti in casa Esposito” e “Bentornati in casa Esposito” hai stravinto. Due grandi best seller, oltre che casi letterari. Hai saputo toccare il tema della camorra e della città senza cadere nei cliché e negli stereotipi “gomorriani”. Hai saputo ridicolizzare con maestria una famiglia partenopea di camorristi senza idolatrarla, con provocazioni nascoste tra le righe di ogni scena comica. Nel 2014 “Benvenuti in casa Esposito”, adottato da centinaia di istituti scolastici napoletani e non solo, è diventato un’opera teatrale, scritta da te con Paolo Caiazzo e Alessandro Siani. Quante repliche ha fatto e cosa conservi di quell’esperienza? 

«E chi se li scorderà più quegli anni! Dal 2014 al 2016, per tre stagioni teatrali consecutive, l’opera è andata in scena in decine e decine di teatri e ha totalizzato più di centomila spettatori, registrando ovunque il tutto esaurito. Le risate dietro le quinte e in platea, le improvvisazioni in scena, le trovate goliardiche, gli applausi, le innumerevoli emozioni: tutto indimenticabile, compreso il ricordo struggente di una splendida donna e attrice, Loredana Simioli, grande protagonista della commedia, che ha lasciato nei nostri cuori un vuoto incolmabile».

Da pochissimo si sono concluse le riprese del film tratto dal tuo “Benvenuti in casa Esposito”. Dal teatro al cinema: cosa puoi rivelarci in attesa di poterlo vedere nelle sale?

«Ho seguito tutta la preparazione del film e posso dire di esserne già entusiasta. Sul set ho visto impegno, professionalità, bravura, cura dei dettagli: tutti hanno dato il massimo. Il regista è Gianluca Ansanelli. Le società di produzione sono tre: Bartleby Film, Run Film e Buonaluna. La distribuzione sarà affidata alla Vision Distribution. Gli attori sono uno più straordinario dell’altro; ne cito alcuni, augurandomi di non fare torto a nessuno: Giovanni Esposito, Antonia Truppo, Francesco Di Leva, Nunzia Schiano, Salvatore Misticone, Gennaro Silvestro, Antonio Orefice, Naomi Piscopo, Genny Guazzo, Betti Pedrazzi, Olga Balan, Peppe Lanzetta, Gianni Ferreri, Gigi Attrice, Gigi Savoia, Francesco Del Gaudio, Gennaro Di Biase, Emanuele Vicorito, Antonio De Matteo, Ivan Fedele, Salvatore Gisonna. Ci sarà da divertirsi e da emozionarsi, ve l’assicuro».

Il secondo romanzo degli Esposito reca una dedica importante: “Alle vittime innocenti della criminalità”. Mentre lo scrivevi, nel 2012, si verificarono gli omicidi di due giovani estranei alla criminalità, Andrea Nollino di 42 anni e Pasquale Romano di 30 anni. Cosa hai provato? Quanta rabbia e indignazione?

«Tanta, tantissima. La camorra fa schifo. In tutti i sensi, in tutti i suoi comportamenti. E fa schifo mille volte di più quando uccide persone innocenti».

Nell’antologia “Un giorno per la memoria” hai voluto ricordare Pasquale Romano. Hai dato voce a Lino, come affettuosamente lo chiamavano in famiglia. Un racconto di grande emozione, ma che è anche un grido di denuncia. Raccontaci il tuo Lino.

«Nel testo, intitolato “Ai miei assassini”, ho immaginato che Lino scriva dall’aldilà una lettera alle persone che l’hanno ammazzato. Una lettera arrabbiata, forte, ma priva di rancore: “Per voi provo soltanto pena. Credete di essere forti, potenti. Vi atteggiate a grandi uomini e vi vantate della vostra spavalderia e della vostra arroganza. In realtà siete dei vigliacchi che si muovono fra le ombre. Siete ciechi più dei ciechi. Tentate di farvi rispettare con la legge della ferocia, ma non meritate alcun rispetto. Voi non rappresentate niente”. Una lettera che si conclude con queste parole: “Siete dei cadaveri ambulanti. Siete polvere, polvere, polvere. Siete il nulla del nulla”. Sono felice che il racconto, insieme a tutti gli altri pubblicati nell’antologia, sia stato apprezzato da tanti lettori e in particolare dai ragazzi, ai quali io dedico da anni una grande attenzione. Lino era uno di loro: aveva speranze, sogni, entusiasmi, un futuro luminoso davanti a sé. Il suo martirio sia da monito per quanti stupidamente credono che sia meglio puntare un’arma che donare sorrisi».

Con “Bentornati in casa Esposito” ci hai lasciati con il fiato sospeso e con una punta di amaro in bocca. La domanda nasce spontanea: a quando il terzo romanzo degli Esposito?

«Lo sto scrivendo proprio in questo periodo, con l’auspicio che venga pubblicato in concomitanza con l’uscita del film. È giusto che le due opere viaggino insieme; poi sarò io, nella duplice veste di padre legittimo del libro e di padre putativo del film, a prenderle per mano e a portarle in giro per il mondo». Grazie Pino, come sempre a chiacchierare con te non ci si annoia. Non ti trattengo oltre, ti lascio con la Famiglia Esposito, felice che presto la ritroveremo al cinema e nelle librerie.

di Anna Copertino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°210
OTTOBRE 2020

 

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