Piero Armenti: da Salerno a “Il mio viaggio a New York”

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“Il progetto è nato dalla voglia di condividere il nostro amore con i turisti, e fare in modo che conoscano la città di New York”

Un viaggio oltreoceano, talvolta, può cambiarti la vita. È il caso di Piero Armenti, fondatore dell’agenzia “Il mio viaggio a New York”, una delle più importanti del settore. Grazie alla sua personalità, simpatia, e grande preparazione, Piero è diventato una vera e propria icona sui social. Tanto seguito ma non solo, “Il mio viaggio a New York” è solo la punta di un iceberg fatto di fatica e gavetta che lo stesso Piero ha avuto il piacere di raccontarci durante questa intervista.

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Tutti identificano la figura di Piero Armenti con la sola New York, ma quali sono state le tappe intermedie che hanno preceduto l’arrivo nella “Grande Mela”?

«Una laurea in giurisprudenza, 4 anni di vita a Caracas, la professione di giornalista e un dottorato in lingue iberoamericane conseguito all’Istituto Orientale di Napoli. Ma come hai ben detto, tutti mi identificano con New York, per la pagina Facebook, la guida e infine il romanzo pubblicato. Ma se cercate bene scoprirete che ho pubblicato anche libri di un certo tipo sul Venezuela».

Da Salerno a New York, come sono stati i primi mesi negli Stati Uniti?

«Come una nuova origine. New York ha la capacità di rigenerarti, farti sentire giovane e speranzoso. Arrivai un po’ deluso a causa di come stava andando la mia vita in Italia. Non ero riuscito ad entrare in una redazione di qualche grande giornale italiano, come speravo. Quindi decisi di lasciar tutto e di provare la nuova vita a New York. I primi mesi sono stati i più belli, perché sono i mesi della scoperta, in cui respiri un senso di libertà che ha solo New York. Metropolitana aperta h24, facilità di trovare lavoretti, persone da ogni parte del mondo. Un clima di ottimismo anche un po’ ingenuo che però fa bene, ti fa sentire fiducioso. Fu una scoperta».

Su Facebook hai più di 1 milione di follower, come ci si sente ad aver così tanto seguito e soprattutto, da un punto di vista professionale, ci sono delle accortezze da adottare?

«È come avere un canale televisivo tutto mio. Non ci sono particolari accortezze, tranne una: evitare di dire cose che possono ferire la sensibilità di alcune persone. Quindi bisogna dare sempre un messaggio positivo e di speranza».

Oggi “Il mio viaggio a New York” è l’agenzia italiana numero 1 a New York, di cosa si occupa e come è nato questo progetto?

«Offriamo tour in italiano, e altre lingue, a New York. Il progetto è nato dalla voglia di condividere il nostro amore con i turisti, e fare in modo che conoscano la città fino in fondo. Non ci chiamiamo guide, ma urban explorer proprio perché facciamo questo: esploriamo la città».

Stati Uniti finiti nell’occhio del ciclone in questi mesi, prima il lockdown imposto per il Covid, poi la vicenda George Floyd, come ha vissuto quello che probabilmente passerà alla storia come uno dei periodi più bui degli USA?

«Gli Stati Uniti sono un paese eccentrico, nel bene o nel male. Avevo intuito che il Covid sarebbe stato gestito male, perché hanno un problema con la gestione della salute pubblica, e un atteggiamento anarchico che li porta a non volere regole. Quindi anche indossare la mascherina diventa oggetto di lotta politica. Detto questo, lo supereranno e andranno avanti alla grande».

Si parla tanto, in Italia, della cosiddetta “fuga di cervelli”, lei cosa consiglia ai giovani che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro?

«Fate esperienze all’estero, poi la vita vi darà pian piano le risposte che cercate».

di Simone Cerciello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

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