ovosodo

Piccolo e grande schermo – Ovosodo

Giuseppe Spada 30/08/2022
Updated 2022/08/30 at 5:46 PM
4 Minuti per la lettura

Paolo Virzì è uno di quei pochi registi italiani che è capace di vivere nel mezzo. Non sforna capolavori ma ottimi film. Pellicole che si lasciano guardare da ogni classe sociale, che offrono uno spunto di comprensione per ogni livello di sforzo che lo spettatore decide di dedicargli. Personalmente penso che il prodotto meglio riuscito di Virzì sia Ovosodo. È il settembre del 1997 e nelle sale italiane viene proiettato questo piccolo spaccato di umanità.

Sembra strano, quasi ridicolo, che siano pochi oggi a ricordarsene, a parlarne. Io l’ho recuperato scorrendo in maniera compulsiva il mio catalogo Netflix e ad essere onesto, più di tanto non ci avrei scommesso. Invece, Ovosodo, mi ha colpito molto forte sul muso proprio perché avevo abbassato la guardia. Il film racconta la storia di Piero, un ragazzino che vive nella periferia Toscana più nera, orfano di madre, con un fratello disabile e cresciuto da una matrigna disperata a causa del padre in prigione. Insomma la situazione di Piero non è sicuramente idilliaca, quelle elencate insieme ad altre piccole sfortune, però, ci costringono senza via di scampo ad immedesimarci in lui. Piero è un protagonista quasi archetipale ma mai scontato. È brutto, poco curato ma estremamente intelligente e con una spiccata sensibilità. Una delle poche figure positive della sua vita è la sua professoressa di Italiano delle medie, un’altra emarginata che riesce però a scorgere e a valorizzare il grande potenziale di Piero.

Il film segue per intero le vicende della sua adolescenza fino ad arrivare al suo presente, tanto statico da rappresentare anche il suo futuro. Ecco, probabilmente Ovosodo rappresenta questo: le paure che soffocano l’ambizione. Il destino del protagonista sembra scritto sin dall’inizio: un posto fisso da operaio, un figlio, il matrimonio con la ragazza della porta accanto, la morte. È lo stesso per Tommaso, il suo migliore amico. Sappiamo che prima o poi abbandonerà i suoi ideali e la sua sindrome di San Francesco per assoggettarsi al potere economico del padre, ma in entrambi i casi non vogliamo crederci. Ci illudiamo che i protagonisti possano scegliere da soli il proprio destino, che possano scegliere una compagna di vita più bella e tossica, che possano vivere nella povertà. Purtroppo non è così. Questo film ci insegna che la vita ti risbatte sempre al tuo posto, al tuo destino. Anche se riesci a inseguire un sogno, prima o poi, la tua classe sociale verrà a chiederti il conto.

Tutto il meraviglioso contesto umano di Ovosodo è poi condito da un impeccabilmente dialetto toscano, sempre credibile, che sporca la recitazione e la rende semplicemente vera. Insomma, i drammi, la semplicità e la comicità spicciola di questo film non potranno che farvi sentire la nostalgia di quel periodo in cui ogni scelta era possibile, in cui eravate invincibili.

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