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Piccole Donne: reinterpretare i classici in maniera femminista

Lorenzo La Bella 04/06/2020
Updated 2020/06/04 at 3:02 PM
5 Minuti per la lettura

Piccole Donne. È uno dei classici della letteratura americana del Tardo Ottocento, uno dei più importanti romanzi a tema e cast femminile, con una storia di giovani donne che cercano di trovare la felicità tramite l’amore e l’intraprendenza sociale nel maschilismo della loro epoca.

Le omonime “Piccole Donne” sono quattro: la scrittrice Jo, la cagionevole e timida pianista Beth, la “seconda mamma di casa” Meg e la giovane e confusa Amy. Le quattro sono ispirate dalla famiglia dell’autrice del libro, Louisa May Alcott, la quale è praticamente incarnata nel personaggio di Jo, con la differenza che la Jo del libro alla fine si sposa e apprezza lo scrivere un libro sulla propria famiglia, mentre la Alcott prediligeva scrivere thriller protofemministi e non si sposò mai, celebrando la propria indipendenza. Ed è su questa differenza che gioca l’adattamento del 2019 di Greta Gerwig, nominato come Miglior Film agli Oscar 2020 (e premiato solo con l’Oscar per Miglior Costume).
Il film si presenta a noi in ordine anacronico, aprendosi con una scena della seconda parte della storia (ambientata nel 1868) e alternando i periodi temporali della storia per un maggior impatto emotivo. Nella suddetta scena la giovane Jo prova a vendere un suo racconto d’azione a un editore di New York, scontrandosi sia con le attitudini maschiliste di questi (il quale pretende che l’eroina o si sposi o muoia) e le critiche (costruttive, in verità) del suo amico intellettuale Friedrich (per fortuna non cinquantenne come nel romanzo originale).

La sua precaria carriera di scrittrice è interrotta dal peggiorare della malattia della sorella Beth, e Jo parte per il Massachussets per andare ad accudirla. Lì ritrova Meg, la quale ha rinunciato ai propri sogni per amore e costruirsi una famiglia, mentre a Parigi Amy cerca di trovare un marito che possa assicurarle un futuro in un mondo in cui quasi tutte le carriere le sono precluse, scontrandosi con il ricco ribelle Laurie, amico d’infanzia rifiutato da Jo.
Presto il passato e le rivalità delle sorelle sono rivelate, mostrando come il desiderio di indipendenza di Jo abbia spesso causato problemi nella famiglia: gelosia in Amy, la quale si sentiva sempre nella sua ombra, e contrasti con Meg, la quale non aveva le sue stesse ambizioni di carriera. Persino gli amori delle sorelle sono esplorati, con Jo che si sente in difetto perché non si sente in grado di amare, se non in amicizia. Ma il sentimento della famiglia è più forte nonostante tutto questo, e le sorelle riescono a risolvere le proprie differenze, e Jo riesce finalmente a trarre da questa esperienza una storia che il suo editore possa pubblicare con successo. Ma anche quella è una strada ardua: chi vorrebbe mai leggere di problemi normali e amicizia femminile, chiede lui?
La risposta è: ogni donna e non solo, a partire dalle stesse figlie dell’editore. Così il film mette l’accento su uno dei più cruciali problemi di quel tempo e del nostro: la rappresentazione femminile e la forza della voce delle donne, ignorate allora come oggi sia nei successi che nelle difficoltà.

La chicca del film, a mio parere, è proprio in questo finale. Lì l’editore convince Jo a far sposare il proprio personaggio con Friedrich alla fine del romanzo per poterlo pubblicare, e Jo accetta con fare malizioso. Ci viene mostrata una scena del matrimonio, ma il finale lascia in dubbio se non sia inventata per il romanzo, o solo un’aggiunta ironica di Jo stessa, che mantiene la propria indipendenza e si prende una rivincita sui costumi del tempo.
La risposta? Chissà. Del resto, Louisa May Alcott non si sposò mai.

di Lorenzo La Bella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°206
GIUGNO 2020

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