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Piazza Social, i diritti hanno voce. Ep 4 Fuori servizio: ascensore guasto! I malfunzionamenti di un sistema che non sa ripartire

Nicola Iannotta 22/11/2022
Updated 2022/11/22 at 12:52 PM
7 Minuti per la lettura

Attraverso le sue ricerche e i suoi studi, ma ancor di più attraverso la capacità di osservare con lucidità critica il mondo circostante, la Prof.ssa Annamaria Rufino ha coniato, per il nostro tempo presente, la definizione di Medio-Globalità. In una passata intervista, la professoressa volle chiarire il significato di questa espressione che qui riproponiamo sinteticamente.

Per Medio-Globalità s’intende l’indice della nostra età: viviamo in un mondo caratterizzato da forti dinamismi che si succedono secondo dopo secondo. È questa l’età di un mondo fortemente interconnesso, globale appunto, dove gli strumenti indispensabili per attuare questa connessione sono rappresentati dai media. Medio-globalità; ma il significato di questo termine non si esaurisce solo nella capacità connettiva espressa, bensì si esprime anche nella capacità transitiva della nostra epoca. Così come il medio-evo si è configurato come un lungo periodo di transizione, la medio-globalità non è da meno, e questo nuovo viaggio attraverso il tempo storico ci farà approdare, in un futuro vicino o lontano, in un’età radicalmente diversa.

Tuttavia, nonostante la nostra nave sia più avanzata tecnologicamente delle tre imbarcazioni con cui Colombo salpò dalla terra medioevale per approdare nel mondo della Modernità, anche per noi il mare può essere in bonaccia e il nostro moto risultare nullo. Forse, la frenesia della globalità dell’oggi impedisce di osservare con attenzione ma, come suggerisce ancora la Prof.ssa Rufino, anche il nostro tempo presenta forti staticità che talvolta possono essere molto pericolose.

Prof.ssa dove possiamo leggere le immobilità del nostro presente?

La Medio-Globalità e le tante emergenze che abbiamo vissuto hanno sospeso tanto e, non da ultimo, la vita di tutti; come individui singoli e come appartenenti al sistema sociale, nelle scelte, nei desideri, nei pensieri e nel modo di comportarci.

Un tempo, un tema ricorrente nelle analisi sociologiche, erano gli stili di vita, funzionali per riconoscere il modello sociale a cui si apparteneva o con cui ci si relazionava. Anche da un punto vista psicologico e, ancor più medico, il tema degli stili di vita rappresentava e rappresenta una chiave di lettura fondamentale per comprendere noi stessi e il mondo che ci circonda; si pensi come esempio più vicino ai condizionamenti degli stili di vita dovuti al Covid. Quanto è cambiato o sta cambiando nei nostri stili di vita?

Possiamo dire tutto o quasi tutto, ma, forse, non si possono trovare definizioni adeguate per rappresentare, oggi, gli stili di vita.

È opportuno fare delle scelte di campo analitiche, ovvero privilegiare una o più chiavi di lettura per capire cosa si intendeva e cosa si intende o si percepisce, oggi, come stile di vita, al di là delle trasformazioni “fisiologiche” che esprimono.

Anthony Giddens aveva individuato nell’uso del tempo la chiave di lettura più significativa. Partiamo da qui. Un tempo, appunto, la vita delle persone era scandita da tempi prevedibili, prestabiliti e regolati. Tanto di ciò che eravamo dipendeva dal tipo di lavoro, dallo status sociale, dalle personali attitudini, ma anche dalle aspirazioni, che potevano contribuire a progettare e cambiare stile di vita, seguendo, appunto, i  tempi e le modalità di vita che avevamo scelto o che ci caratterizzavano perché ereditati o imposti.

Naturalmente, da questo “modello”, ad usum temporis, occorre escludere tante categorie pseudo-sociali, i cui tempi di vita non prevedevano scelte, si pensi a coloro che vivevano in povertà estrema, o regolazioni o “debiti” temporali, come per la nobiltà.  Senza ampliare il novero degli autori e delle chiavi di lettura, potremmo riandare ad un altro autore, Adler, il cui approccio analitico era di tipo psicologico e, diremmo, individualistico. Utilizziamo queste due visuali per comprendere cosa, oggi, si possa intendere per stile di vita.

In verità, oggi, non sembra facile individuare degli stili di vita, che siano comparabili a quelli risalenti ad almeno un secolo fa – pensiamo ai modelli agresti, a quelli vetero-operai, a quelli degli impiegati, solo per fare qualche esempio più noto – ma nemmeno a quelli di qualche decennio fa. Dunque, non sembra che si possano utilizzare categorie interpretative esaustive per chiarirci le idee.

Un’espressione tecnica, che, al contrario, spesso ascoltiamo, anche in termini alternativi allo stile di vita, è: ascensore sociale! L’espressione è apodittica, descrive ciò che si fa, in tutto la sua possibilità di movimento: ma chi sale e verso dove? Da quale a quale stile di vita si intende o si può transitare? Ammesso, ovviamente, che lo stile di vita sia il punto di partenza? Torniamo ai due autori selezionati e alle loro chiavi di lettura, per facilitare le risposte.

Per ora, le uniche salite e discese che vediamo sono quelle politiche e partitiche! Se il tema dell’ascensore sociale non contenesse un dato drammatico, economico soprattutto, ma, non da meno, sociale, potremmo accontentarci di parlare delle ascese politiche. Eticamente disdicevole, sarebbe l’opzione! Dunque, l’ascensore sociale può garantire un cambio di status e di stile di vita. Per poter aspirare a salire su quell’ascensore è necessaria una spinta motivazionale, un atteggiamento emulativo, direbbe Bourdieu, o una necessità, ma anche strumenti funzionali, in grado di garantire l’uso dell’ascensore. Non parlo di vanga e aratro, né di sega o martello, ma di saperi.

Ebbene, sia motivazioni, che saperi sembrano alla deriva e sembrano penalizzare in partenza chi vuole salire. Le prime, le motivazioni, sopraffatte dalla comunicazione insicuritaria, che sembra dirci: non si può, semplicemente! I secondi, i saperi, indeboliti dalle deficienze del sistema formativo, che si perde nelle genericità dell’orientamento al lavoro.

Il lavoro, in questo senso, sembra essere il problema principale. Sembra strano, ma in un mondo in cui tutto si muove freneticamente, l’ascensore non parte. E, cosa ancor più paradossale, il tempo, a cui ci richiamava Giddens, si è fermato! Fuori da metafora, la verità mente, e non è una metafora. Da tanti sentiamo annunciare l’arrivo ai piani verso cui sale l’ascensore, ma, più realistico è ammettere che siamo ancora al piano terra! Con buona pace dei manutentori.

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