Le peripezie della Catalogna con effetti digestivi e diuretici

Catalogna

Ecco ci siamo. È successo! Una “discussione da bar” è diventata un fattaccio. Un “pasticciaccio brutto” come direbbe Gadda. Ma non siamo in via merulana a Roma. Una parola dietro l’altra, una botta e risposta. “Oh ma questo mi risponde. Non ha capito che io faccio sul serio”. Lo stesso pensiero in testa ai contendenti. Ma nessuno dei due smette.

Ed è successa una peripezia. Anzi si va incontro a delle peripezie. Come “peripezie”? Come le intendeva Aristotele, uno dei padri, con Platone e Socrate, del pensiero filosofico occidentale. Dal greco [peripèteia], da [peripetés] “che cade dentro”, composto di [peri-] (di solito vuol dire “intorno”, ma qui vale “dentro”) e [pìptein] “cadere”.

Il pensatore greco la usa nella “Poetica” come un termine tecnico per indicare quel fatto rapido ed imprevisto (pasticciaccio gaddiano) che muta radicalmente la situazione: la commedia diventa dramma. Si “cade dentro” un qualcosa, un vortice, un tunnel dove imprevisto si somma a imprevisto, ostacolo ad ostacolo. Se ci fate caso si è usi ad utilizzare il plurale “peripezie” al posto di “peripezia” a cui fa eco un altro detto, meno aulico e più popolare, “i guai non vengono mai da soli”. Ehm si fanno accompagnare dai propri simili.

E la “Catalogna” che fino a poco tempo fa per noi italiani era la “cicoria” – erba di campo dal sapore amarognolo, piena di fosforo, calcio e vitamina A, con proprietà digestive e diuretiche – oggi è un peso sullo stomaco che però non impedisce la pipì.

Perché non si intravedono elementi così forte da giustificare quel principio maldestramente invocato di “autodeterminazione dei popoli”. Non c’entra. Questo principio nasce nel diritto internazionale e come tutto il diritto internazionale si forma con la prassi – chi ha studi giuridici sa che si chiama common law – e si concretizza nell’obbligo spettante alla comunità internazionale degli Stati di riconoscere ad “un popolo sottoposto a dominazione straniera o facente parte di uno Stato che pratica l’apartheid” di ottenere l’indipendenza, associarsi o integrarsi ad un altro Stato già esistente o la libertà di scegliersi autonomamente (e ci mancherebbe altro) il proprio regime politico (cd autodeterminazione esterna). Ben altro è quella che si chiama “autodeterminazione interna” che non ha valore nella comunità internazionale. È un gioco tra le forze politiche all’interno di uno Stato. Ed è un gioco di maggioranze. Gli indipendentisti confondono gli interni con gli esterni come confondere Fàbregas (interno) con Jordi Alba (esterno).

Tuttavia occorre registrare che da almeno 30 anni – con il crollo del sistema internazionale dei blocchi comunisti-capitalisti e la costruzione dello “Stato Europeo” – le realtà locali annidiate all’interno degli stati nati dopo le 2 guerre mondiali hanno mostrato una certa vivacità e stanno mettendo in crisi la forma di stato nazionale del cinquecento. In Italia il movimento della Lega, prima lombarda e poi del “Nord”, è ben conosciuto. Occorre dire il referendum regionale consultivo del “Lombardo-Veneto” avrà un seguito nel riequilibrio statale dei prossimi anni, complice anche una legge elettorale (rosatellum) che mortifica la rappresentanza.

È molto interessante un articolo di Maurizio Ferrera “La rivolta delle piccole patrie ricche” sul Corriere della Sera del 17 settembre 2017 che pone “3 interrogativi strategici” che aiutano a capire:

  • Valori e principi: chi muove l’indipendentismo afferma “se siamo ricchi, è merito nostro, dunque giù le mani dai nostri soldi”.
  • Economia e società: la competizione territoriale, fatta tra sistemi “autonomi” può avere conseguenze positive sulla crescita delle risorse e delle opportunità per tutti ma fino ad un certo punto. Le politiche della UE sono, giustamente, di coesione per rafforzare mercati e diritti in modo che anche “chi produce possa vendere”. Siamo sicuri che nelle piccole comunità i ricchi stiano meglio.
  • Politica: il processo di integrazione europea ha operato come una “forza gentile” (Tommaso Padoa Schioppa) ma, come dicevo prima, sta uccidendo progressivamente lo Stato-nazione che è stato contenitore territoriale capace di garantire «libertà, eguaglianza e fraternità» tramite istituzioni liberaldemocratiche.

I movimenti indipendentisti sono numerosi ma quelli “più inquieti” sono 21 e non vi è il Sud Italia. Vi è l’Occitania ma non vi è il Regno di Napoli. La Bretagna, la Cornovaglia, le Fiandre, la Frisia ed addirittura le Isole Canarie ma non l’ex Regno delle Due Sicilie. Nonostante le rivendicazioni storiche, morali, culturali, economiche e finanziarie sulla costruzione dello Stato unitario da parte di intellettuali di varie estrazioni culturali e movimenti neoborbonici.

Perché? Perché al Sud piace stare con gli altri, stare insieme nel mediterraneo ed in Europa, il Sud vuole parlare con gli Arabi e con i Vichinghi. Perché siamo Arabi e Vichinghi (normanni). Perché siamo Aragonesi e pensate che il grosso delle fondamenta storiche delle rivendicazioni catalane si basa proprio sull’appartenenza della Contea di Barcellona alla Corona D’Aragona.

Nel 1137 Ramon Berenguer IV, conte di Barcellona (‘o catalano), si sposò con Petronilla d’Aragona, costituendo la Corona d’Aragona quale unione personale dei territori della Contea di Barcellona e del Regno d’Aragona.

Sarà la provenienza ma se io stessi in Spagna mi sentirei Aragonese. Anzi sono aragonese, napoletano, casertano, mondragonese, spagnolo, casalese (sia … di principe che di Monferrato), altoatesino, europeo.

(Nota dell’autore: se avvicinate l’orecchio sentirete un suono di mandolino)

Una lotta di ricchezza allora? Di solitudine? Non di identità? Non di violazione di diritti? Volevo solo dire che la “catalogna” è un’erba di campo dal sapore amarognolo, piena di fosforo, calcio e vitamina A, con proprietà digestive e diuretiche. Questo volevo dire.

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 176 Dicembre 2017