Periferia: il non-luogo a margine della città

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Nate dai bisogni abitativi della popolazione in crescita nel post-guerra, le periferie sono disseminate in tutta Italia negli spazi adiacenti alle grandi città. In Campania, le Vele di Scampia e il Parco Verde a Caivano sono tra i maggiori esempi della pianificazione urbanistica di metà Novecento: nate come agglomerati residenziale mirato alla connessione tra città e provincia, sono diventate la testimonianza della distanza tra queste due. Le periferie sono diventate dei raccoglitori di istanze complesse, caratterizzate dalla mancanza dei servizi e infrastrutture presenti nelle città e marchiate da una condizione di marginalità politica, sociale ed economica. 

Proprio in virtù di questa marginalità, esse smettono di essere un luogo unicamente geografico-fisico, venendo intese principalmente nella loro dimensione sociale-politica: insediamenti abitativi creati per ospitare una determinata categoria di lavoratori si sono evolute accogliendo nuove identità, formulando così istante politiche sempre più sfaccettate. 

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Il Villaggio Coppola a Castel Volturno è un esempio di questa evoluzione: progettato dagli imprenditori Coppola nel 1960 come residenza turistica poco distante della città, diventò velocemente un polo di attrazione per le famiglie napoletane. Negli anni 70- vantando 12mila appartamenti, un porto, una darsena e 15mila residenti estivi- il Villaggio Coppola rappresentava un grandissimo successo dell’imprenditoria campana e di architettura futuristica. Nel 1980, 5000 appartamenti del Villaggio Coppola vennero espropriati e destinati agli sfollati del terremoto in Irpinia, causando la svalutazione immobiliare della zona. Le accuse di abusivismo edilizio spinsero i militari americani della NATO ad abbandonare il Villaggio alla fine del decennio, dando inizio alla degradazione del litorale Domizio. 

Lo spazio abbandonato del Villaggio Coppola è solo uno dei non-luoghi di Castel Volturno: comune che conta 40mila abitazioni abusive lungo i 27 chilometri della via Domiziana, diramandosi dalle spiagge di Bagnara alle palazzine di Parco Saraceno. Questa periferia è da trent’anni il rifugio delle classi più svantaggiate, che vengono espulse dall’hinterland napoletano. Il centro città, soggetto alla gentrificazione dei suoi quartieri, cioè a strategie di “riqualificazione” urbana, costringendo le classi lavoratrici a migrare verso le periferie, viene destinato alle classi a reddito più elevato. La migrazione della popolazione urbana è coincisa con quella internazionale: secondo il Ministero dell’Interno nel 2021 sono quasi 35mila gli stranieri non regolari a Castel Volturno, la maggior parte dei quali provenienti da Nigeria, Ghana ed Europa dell’Est, che vanno a popolare le file degli “invisibili” agli occhi dello Stato. 

L’assenza delle istituzioni viene quindi rapidamente colmata dall’infiltrazione della criminalità organizzata, che aggrava la complessa e delicata situazione di convivenza tra popolazione migrante e i cittadini italiani.  A Castel Volturno l’aggregazione sociale è una sfida scandita dalla compresenza di numerosissimi gruppi etnici: questo comune “contenitore” di identità ed esigenze politiche eterogenee rivela le sfide future del nostro Paese, che stenta a conformarsi alle richieste di un panorama internazionale sempre più multietnico e sfaccettato. Questa commistione tra identità politiche diversissime, che hanno in comune delle condizioni di vita precarie, ha dato vita ad esempi virtuosi di aggregazione comunitaria: il Tam Tam Basket, l’ambulatorio di Emergency e la stessa sede del Magazine Informare sono tutti meccanismi di difesa dal degrado della periferia. 

Le periferie sono dei non-luoghi: realtà parallele che viaggiano ad una velocità diversa rispetto alle città e che si assomigliano tra loro, in quanto luoghi di marginalità e di assenza delle istituzioni, offrendo terreno fertile all’infiltrazione della criminalità. Il margine è la cifra identitaria dei gruppi sociali che abitano questi spazi, venendo profondamente influenzati dall’assenza di opportunità e servizi, che aggrava la condizione di subalternità rispetto al centro. Se da un lato, quindi, Castel Volturno può essere inteso come esempio di fallimento urbanistico e sociale, potrebbe diventare anche modello di integrazione comunitaria. 

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