true crime

Perché i cattivi ci piacciono così tanto? Il fenomeno del true crime

Redazione Informare 07/12/2022
Updated 2022/12/06 at 11:32 AM
4 Minuti per la lettura

Affondando le sue radici nel XVI secolo, dove in Gran Bretagna si potevano trovare opuscoli contenenti storie di omicidi e crimini, il true crime è divenuto il genere più popolare di prodotti artistici, siano essi podcast, serie tv o libri. Nel 1827 Thomas De Quincey si domandò come la società vedesse il crimine, col suo saggio “On Murder Considered as One of the Fine Arts’’ infatti, tentò di dare un significato artistico ed estetico dell’omicidio, portando numerosi esempi che spaziano dall’antichità sino all’epoca dell’autore. Nonostante le radici così antiche, la prima menzione del termine “true crime” si colloca nel 1964 e la si riconduce allo scrittore americano Edmund Pearson.

La crescente fama del fenomeno crime ha fatto sì che ci ponessimo qualche interrogativo, ai quali ha trovato risposta il criminologo dott. Raffaele Russo.

Cosa porta uno spettatore a usufruire del prodotto true crime?

«Per rispondere a questa domanda, mi appello al fenomeno aristotelico della catarsi. Esso mette fine alla repulsione interna dell’essere umano e al male come categoria concettuale.
Quando approcciamo un fenomeno dal quale normalmente fuggiremmo, non facciamo altro che risolvere un conflitto interno all’essere umano. Con un’esperienza estetica di questo tipo si attivano i circuiti celebrali della paura ed entrano in circolo dei neurotrasmettitori che producono nello spettatore la sensazione di attacco-fuga. Questo sistema ci permette di vivere in tranquillità anche il fenomeno di comprensione: attraverso l’esperienza di qualcosa che è lontano da noi, abbiamo la possibilità di elaborarla.
Ragion per cui anche ai bambini non bisogna impedire di avere a che fare con “i cattivi”, perché non sono altro che la realizzazione di un immaginario che vive dentro di noi».

Perché si simpatizza o imita il “cattivo”?

«Il fenomeno dell’imitazione crea apprendimento, pensiamo appunto a quando i bambini imitano o si travestono da questi personaggi. Il bambino attraverso l’imitazione fa esperienza e, identificandosi, impara. Questo non significa che il bambino diventerà come Jeffrey Dahmer, per diventarlo non dovrebbe avere autocontrollo all’impulso ancestrale che divide il mondo nelle due categorie di chi una cosa la fa e di chi invece la pensa soltanto: bisogna dissociare il male dal fenomeno true crime».

Chi è il maggior fruitore di questi prodotti true crime?

«In termini percentuali il 70% dei fruitori sono donne. Questo perché la maggior parte dei prodotti crime propongono aggressioni ai danni della donna. La mente, attraverso l’esperienza della visione del serial, elabora l’esperienza e questo le permette di anticipare quelli che sono i possibili risvolti. Una donna attraverso un processo cognitivo ha la possibilità di ipotizzare uno scenario dal quale può fuggire catalogando gli elementi come potenzialmente pericolosi».

Ma non dimentichiamoci dell’altro lato della medaglia: le vittime. Come si possono trattare queste storie senza avere ripercussioni su vittime e familiari?

«Le uniche critiche in senso etico sono proprio mosse dalle famiglie delle vittime. Si sentono sfruttati perché qualcuno ha utilizzato il loro dolore. Purtroppo in questi casi vige la legge del mercato: si crea un guadagno su quello che è il dolore subito da altri. La cosa importante da fare è raccontare queste storie con il massimo rispetto e provvedere, ove richiesto, ad una censura di immagini o contenuti che identificano le vittime. Usare la sofferenza di qualcuno può essere costruttivo solo nel momento in cui viene inserita in una struttura narrativa in cui si utilizza per fare comprendere un qualcosa, per dare un insegnamento».

di Ludovica Palumbo e Rossella Schender

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *