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Per seguir virtute e canoscenza: il taglio dei finanziamenti pubblici alla cultura

Updated 2023/07/12 at 10:12 PM
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Due uomini, una guerra, un popolo da soddisfare. Dopo anni di lotte, per un capriccio, il comandante decide di sottrarre ad uno dei suoi soldati il suo bottino, causando una rottura irreparabile tra i due che condizionerà inevitabilmente le sorti del conflitto. Persa la fiducia, la guerra troverà una fine, ma porterà con sé più tragedie di quante ne avessero previste. Che si parli dei quindicimila versi omerici o di un tira e molla di cui siamo testimoni nella nostra regione, poco importa: è impossibile restare indifferenti. In Campania, nello specifico, la lotta che si sta conducendo sulla cultura è senza precedenti. Qui infatti, anziché renderla il fiore all’occhiello della nostra regione, la cultura è stata trasformata in un campo minato su cui le istituzioni possono farsi la guerra.

L’odissea dei finanziamenti pubblici alla cultura ha inizio ben prima dello scoccare della mezzanotte che ha dato avvio al 2023. Già a dicembre dello scorso anno, il governatore della Regione Vincenzo De Luca aveva annunciato una stretta ai fondi destinati ad alcune istituzioni culturali campane, tra cui il Teatro San Carlo. Con la delibera n. 83 28/02/23, avente come oggetto: “Piano per la promozione culturale anno 2023”, la Giunta regionale delibera così l’istituzione di nuovi finanziamenti per la rassegna di concerti-evento “Irpinia sound e travel”, per l’auditorium “Leo de Bernardis” e per la rivalutazione del territorio del comune di Qualiano. Col passare del tempo, tuttavia, non pochi nodi sono venuti al pettine, e quella che avrebbe dovuto essere una “spuntatina” ai fondi si è trasformata in un taglio drastico. Nessun finanziamento per il Teatro San Carlo (da considerare ormai il “nemico giurato” di De Luca) e per il Mercadante di Napoli. Taglio anche per il Giffoni Film Festival, a dispetto dei numeri che ogni anno registra. Emergono vittoriosi, invece, le Luci d’Artista ed il Teatro Verdi di Salerno, due viandanti nel deserto che sono riusciti a raggiungere l’oasi promessa: che siano stati graziati da una stella benevola locale o meno non ci è dato saperlo. La Regione, per difendersi dalle accuse, giustifica il tutto affermando che i tagli sono necessari per fronteggiare le numerose misure sociali volte a sostenere le fasce più deboli. È lecito domandarsi, allora, se solo alcune istituzioni culturali – “casualmente” raggruppate in un’unica provincia – devono risentire di questi tagli.

NON ESISTE CULTURA SENZA DENARO

Nelle rappresentazioni di spesa del 2023, notiamo come la porzione di grafico dedicata alla tutela e valorizzazione dei beni e delle attività culturali sia piuttosto esigua: un simbolo più che evidente di una tendenza, tanto campana quanto nazionale, che non sembra aver alcuna intenzione di effettuare un’inversione di rotta. La verità è indiscutibile: non si può far cultura senza denaro. L’arte non è soltanto bellezza e stupore. È fatta di tempo ed energie talvolta sprecate che ripagano solamente attraverso il pubblico, di persone a cui nessuno regala niente, di spettacoli che a volte non riescono neanche a veder la luce. È fatta di materiali che devono essere pagati, di lavoratori da stipendiare, di instabilità continua nei flussi finanziari. Stato e Regione, tra i cui compiti costituzionali rientra la valorizzazione della cultura in ogni sua manifestazione artistica, hanno l’obbligo di considerare la cultura un bene primario e non un settore di cui possiamo farne tranquillamente a meno, o su cui fare braccio di ferro con altre figure che non ci stanno simpatiche. Il Pompeii Theatrum Mundi, manifestazione organizzata dal già citato Mercadante di Napoli, ha rischiato di venir sospeso per mancanza di finanziamenti che sono poi giunti dal Ministero della Cultura in un’azione congiunta col Comune di Napoli. E per cosa? Per delle prese di posizione che, stando alle parole pronunciate in certe circostanze, sembrano non aver niente a che vedere con il bene della regione, ma con questioni personali?

Non si può giocare con la cultura, rischiando di vederla cadere tra le mani di privati, i cui interessi si distanziano notevolmente da quelli pubblici. Le istituzioni di ogni schieramento, che tanto vantano di essere rappresentanti del “paese più bello del mondo”, dovrebbero allora essere lungimiranti e capaci di gettare lo sguardo oltre il mero conflitto; di trasformarsi in novelli Ulisse e di non esser nati per “viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

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