E alla fine Mafia non fu. Questa è stata la decisione dei giudici della Corte di Cassazione in merito all’associazione a delinquere messa in piedi da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi.

Gli antefatti

Il 2 dicembre 2014 i Carabinieri arrestano Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, insieme ad altre 35 persone, dopo una lunga indagine investigativa. La Procura di Roma aveva ricostruito la potente piovra che attanagliava la Capitale. Grazie a metodologie mafiose, infatti, i due riuscivano ad accaparrarsi gare d’appalto pubbliche, finanziavano e corrompevano politici, praticavano estorsioni ed usura. Il tutto non senza incutere timore nelle vittime, come nel testimone chiave che prima del processo ha dichiarato:“se accuso Carminati duro una settimana”.

I Processi

L’accusa guidata dal Procuratore Giuseppe Pignatone non resse nel processo di primo grado, quando venne esclusa l’aggravante mafiosa. In secondo grado però i giudici accolsero le istanze della pubblica accusa e l’11 settembre del 2018 condannarono proprio Buzzi e Carminati per mafia. Ieri invece il nuovo e definitivo ribaltone. Per la Cassazione l’organizzazione che controllava Roma in maniera capillare, con infiltrazioni fin dentro il Comune, le partecipate, i funzionari che gestivano gli appalti pubblici, riuscendo ad imporsi come un sodalizio criminale temuto, non può essere equiparata a Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra.

Come riconoscere la Mafia?

Per la legge italiana dice che si è davanti ad una organizzazione di tipo mafioso quando “coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”. Leggendo e provando ad interpretare la legge alla lettera, la sentenza della Cassazione appare incomprensibile. “Il mondo di mezzo“, così come è stato ribattezzato, è proprio questo.

Numerose sono state infatti le intimidazioni e corruzioni per controllare attività economiche,  le assegnazioni fraudolente di servizi e lavori pubblici, i riciclaggi di denaro in attività che potessero generare profitti ingiusti. Il tutto documentato da pedinaggi, intercettazioni e prove documentali raccolte dai Carabinieri.

La Mafia non è solo al sud

Questo verdetto è destinato sicuramente a far discutere. Non si possono non considerare mafiosi tutte quei sodalizi criminali che si impongono e fanno affari, utilizzando i metodi solitamente utilizzati dalle organizzazioni mafiose operanti nel Sud Italia. Ancora una volta a uscire sconfitto da questa vicenda è lo Stato. Incapace di contrastare efficacemente chi, nonostante non giri per Palermo o per Napoli con la lupara e in doppio petto, continua a danneggiare l’intera collettività gestendo i servizi pubblici e corrompendo la politica per mero tornaconto personale.

di Raffaele Ausiello

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