“Per inerte che sia la vita”: Renato Caccioppoli, matematico napoletano

Redazione Informare 05/01/2023
Updated 2023/01/06 at 1:28 PM
6 Minuti per la lettura

Lorenza Foschini ricostruisce – attraverso le testimonianze e i ricordi di parenti e di amici – la storia, diventa per molti leggenda, della tormentata vita di Renato Caccioppoli.  

La prima piacevole impressione che si può avere – leggendo il nuovo libro di Lorenza Foschini, L’attrito della vita – è quella di sfogliare un personalissimo album di famiglia, dove stanno raccolte insieme pagine scritte in una bella prosa narrativa (sembrano fogli di diario senza nessun ordine cronologico, in ricordo di persone e luoghi cari, di personaggi noti o meno conosciuti della storia del secolo scorso); e qualche vecchia fotografia, sempre rigorosamente in bianco e nero.

Poi però l’autrice, nel sottotitolo, chiarisce che si tratta di un’“indagine” sulla tormentata vita – fino alla tragica morte – del matematico napoletano Renato Caccioppoli. E subito la geografia del narrato si perimetra alla Campania e, più nello specifico, a Napoli: in uno spazio urbano ben definito che va da Chiaia a Mezzocannone, ideale scenario d’azione della drammatica – “per inerte che sia” – vita del professore Caccioppoli. Resta, comunque, ben evidente il ‘taglio’ familiare di questa documentatissima indagine: nelle tracce genealogiche poste in apertura di volume con i due alberi: la discendenza paterna e quella della madre Giulia Sofia, figlia dell’anarchico russo Michail Alexandrovicˇ Bakunin; nella rivelazione che la stessa voce narrante sia imparentata – essendo figlia di una cugina – col matematico protagonista.

Chi è Renato Caccioppoli

Davvero protagonista assoluto del libro è il geniale professore di matematica: per le sue eccentricità, per la sua sregolatezza, che tanto contribuirono in vita a creare la fama del ‘personaggio’ Caccioppoli: “Renato è un figlio della città”, scrive Foschini”, “nelle cui vene scorre – si favoleggia – l’esotico sangue russo del fondatore del movimento anarchico Michail Bakunin, e le sue stranezze sarebbero dunque il frutto di questa singolare commistione, slava e partenopea, all’origine di un male di vivere di cui per molto tempo si sarebbe cercata la causa”. Perennemente in bilico tra la solitudine del genio e la malinconica sofferenza caratteriale, il giovane cresce curando le passioni più raffinate e che meglio si abbinano al suo spirito: la letteratura francese – Proust, Rimbaud e Celine, di cui sarà amico e che lo definirà “un’anima” – il cinema – soprattutto i film dei registi francesi Duvivier, Renoir e Carné, oppure Chaplin, Ejzenštejn, Rossellini – e la musica. Finito il liceo, infatti, vorrebbe intraprendere la carriera di pianista o di direttore d’orchestra.

Ma Don Benedetto Croce, amico della famiglia paterna, gli indica la via: “Caccioppoli, continuate in matematica. Ci vuole un metodo che la passione non può dare. La musica sopravviverà”. Un suggerimento che si rivela giusto: poco più che ventenne Renato si laurea e diventa assistente di Mauro Picone. Una coppia stranamente assortita ma che durerà nel tempo. “Il più adulto, quarantenne, elegante, severo, dal viso rotondo su cui spiccano gli occhiali dalla montatura dorata. Accanto a lui un giovane uomo che ha la metà dei suoi anni, vestito alla meno peggio, magro, scattante, sempre in movimento come argento vivo. Il maestro, fascista della prima ora come ama dichiararsi, e l’allievo anarchico e ribelle, che dopo la caduta del regime difenderà tuttavia il suo professore dimostrando di essere, al di là delle valutazioni sommarie, capace di guardare, lui così insofferente e vittima della dittatura, dentro gli uomini e le cose”.

Negli anni a seguire, diventa sempre più travagliata la vita di Caccioppoli: le affollatissime lezioni universitarie; la politica – con eclatanti prese di posizione antifasciste e antimonarchiche – e i complicati rapporti col PCI; il matrimonio con la giovane Sara Mancuso e la sofferta separazione; poi tante altre donne e il vino per lenire, soprattutto nei vagabondaggi notturni nel ventre di Napoli, la sua drammatica solitudine intellettuale. Infine, nel 1959 il gesto estremo del suicidio. Moriva a cinquantacinque anni il matematico napoletano, uccidendosi con un colpo di pistola nel suo appartamento di Palazzo Cellamare.

Chi fosse veramente Renato Caccioppoli – e chi l’avesse veramente capito – lo disse una volta Fabrizia Ramondino a Lorenza Foschini, che bene fa a ripeterlo nelle pagine conclusive del suo libro: “Chi è riuscito a saldare la figura del grande matematico, dell’intellettuale umanistico, antifascista e filo-comunista, con quella del ‘genio sregolato’, sono stati i più umili fra gli amici di Renato; osti e ostesse, portinaie, mendicanti, parenti poveri; gli ‘umiliati e offesi’ dostoevskijani, tanto di casa a Napoli. Essi sono stati in grado di cogliere contemporaneamente, senza trovare in questo una contraddizione logica insanabile – le vette dello spirito, i turbamenti dell’animo, la miseria del corpo di Renato. Onore quindi al popolo napoletano, che dei suoi re riconosce ancora l’investitura spirituale, pure sentendoli carne della propria carne, tanto nelle sofferenze del corpo che nelle essenze dell’animo – che in dialetto hanno una sola espressione: ‘pucundria’.”

di Enzo Salerno

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