PeppOh: un soul man nella periferia di Napoli

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“I was brought up on a side street / learned how to love before I could eat” (sono cresciuto in un angolo di strada / ho imparato ad amare prima di poter mangiare) queste le parole del brano di Sam & Dave, il duo vocale nato nei primi anni Sessanta, che sembrano descrivere perfettamente quella che è la figura di Giuseppe Sica, in arte PeppOh, il talento classe ‘89 nato e cresciuto nella periferia di Napoli nord.

Cos’ha PeppOh da dire alla musica? 

informareonline-peppoh-(1)«PeppOh ha tante cose da dire alla musica e la stessa musica dice tante cose a PeppOh. Il mio sogno finale è quello di riuscire a fare della musica non solo uno stile di vita ma la vita stessa, quindi un qualcosa visto nell’ottica materiale. La musica quando parla a PeppOh racconta storie di periferia, racconta cose di tutti i giorni, le sconfitte e le vittorie. La musica si esprime di notte e infatti la maggior parte dei miei testi li scrivo mentre la città dorme, io resto lì ad aspettare che mi dica qualcosa, aspetto ciò che può portarmi in consiglio la musica. Aspetto praticamente che la città mi ispiri».

Perché è nata AreaNordAmmo’? E perché con DJ Cioppi avete scelto di mettervi a disposizione di chi ha un sogno?

«AreaNordAmmo’ nasce come un polo creativo, vuole essere una sorta di casa di produzione per permettere di fare musica autoprodotta e indipendente. Il sogno finale, quello di rendere AreaNordAmmo’ una vera e propria etichetta discografica, ancora non l’abbiamo realizzato. Ma l’idea è quella di lanciare questo polo artistico di musicisti, scrittori, videomaker, fotografi e tante altre realtà che possono essere facilmente fruibili nel digitale fino a farlo diventare qualcosa di molto serio e importante come una casa discografica e un brand d’abbigliamento dato che abbiamo lanciato una collezione di magliette, cappellini e felpe.
Il progetto si chiama AreaNordAmmo’ perché sia DJ Cioppi che io siamo nati e cresciuti a Secondigliano che è una periferia che è situata, appunto, al nord di Napoli. Il nome è tutto un fattore di appartenenza, il resto è un sogno che vorremmo diventasse realtà perché, essendo periferici abbiamo sempre vissuto il distacco di chi vive in periferia rispetto a chi è del centro… ma alla fine, siamo tutti figli della stessa mamma».

Nel remake di “Passione”, lo storico brano di Libero Bovio, hai cambiato un verso specifico “e cammino e cammino ma nun saccio addo vaco” in “e ancora nun o saccio addo vaco ma saccio addo vengo”; quanto è importante Secondigliano nella tua musica? Quanto ha influito?

«Per me il luogo d’appartenenza è tutto. Secondigliano è quasi sempre presente nei miei testi per un motivo o per un altro. Chi viene dalla periferia di una grande città come Napoli è molto attaccato al suo luogo di provenienza. Ed è lo stesso spirito d’appartenenza che spinge a scrivere, è come se parlasse e si raccontasse. Avendo avuto poi come primo approccio musicale l’hip hop ho seguito molto la linea di pensiero che fa sì che ci si senta veramente legati al proprio quartiere. Infatti, ogni autore parla molto di realtà poiché è molto attaccato alla realtà del quartiere che lo circonda.
Per il verso della canzone, il punto è proprio questo. Si racconta la periferia nel suo complesso, non solo le cose negative che ci vengono mostrate. Io “saccio addo vengo” e per questo cerco di raccontarla nel complesso. Perché come disse Muhammad Ali “c’è un’altra America in America” e a me piace sempre pensare che ci sia un’altra Napoli a Napoli.
Non c’è solo la criminalità che purtroppo è un aspetto reale, ci sono anche persone che cercano di fare del proprio meglio e di realizzare i propri sogni.
Nel quartiere il progetto di AreaNordAmmo’ è stato molto apprezzato proprio per questo, perché non c’è il fattore di speculazione ma solo l’obiettivo di creare una realtà solida per poter crescere e un modo per dire alle persone che ci siamo anche noi. Che anche noi possiamo crescere».

Come mai, pur avendo una voce che si presta bene al canto, hai scelto un genere prettamente parlato come il rap?

«Perché il primissimo approccio è stato comunque quello al mondo del rap, poiché fin da bambino ho sempre ascoltato quel genere di musica e mi è sempre piaciuta la mentalità che si percepiva dalle canzoni americane, quello stile, quel sound. Poi in Italia, quando ero bambino, si diffuse il rap e il primo fenomeno di questo genere furono i Sottotono che andarono anche a Sanremo con i vestiti larghi. Poi è anche un concetto di chi vive in periferia. Chi vive in periferia si sente diverso e vuole anche esserlo a volte in modo ostinato. È stato anche un modo per differenziarmi, per dire “io non sono come voi, io ascolto questo e voglio fare questo”. Poi ho scoperto la passione del canto e ho iniziato a cantare io i miei ritornelli. Ora posso dire che nel mio prossimo progetto sono molto più proiettato verso il canto. Ultimamente mi piace definirmi più un soul man che un rapper. Il rap è un figlio diretto del soul, del jazz, del blues. È musica che è partita dal basso ma è arrivata molto in alto. Ultimamente mi piace definirmi più soul man perché sto scrivendo in modo diverso, mi sto facendo prendere da queste nuove sfide più cantautoriali».

Nei tuoi testi ricorre continuamente l’immagine del cuore, ha un ruolo specifico questa ricorrenza o è solo una casualità?

«No, non è assolutamente una casualità. Come topos letterali che utilizzo di più mi concentro nel dualismo mente-cuore, passione-razionalità, mi piace anche molto far ricorrere il tempo come argomento. Infatti in quasi tutte le canzoni c’è il riferimento al tempo.
Quando parlo d’amore poi, la maggior parte delle volte, le dichiarazioni sono volte alla musica più che a una persona specifica.
Il cuore per me è una parte fondamentale, cuore e pancia spesso sono più importanti della testa. A volte si è troppo istintivi rispetto al seguire la testa ma oggi sembra l’unica parte sana che ci è rimasta. Per questo cerco di dar maggior rilievo all’immagine del cuore. Mi piace credere ancora in qualcosa».

In “My people” dici che il tuo rap è dedicato alla periferia: perché hai sentito l’esigenza di parlare alla tua gente e talvolta di parlare per la tua gente?

«Molto spesso chi vive al margine si sente, appunto, emarginato. Nelle mie canzoni cerco di dar voce a chi vorrebbe urlare ma non viene ascoltato. Non voglio avere la pretesa di essere il Masaniello della situazione, non ho neanche la presunzione di salvare il mondo però mi piace rappresentare la verità, quindi raccontare il bello e il brutto. Perché la periferia è un mondo nel mondo, ci sono tante realtà diverse che potrebbero essere raccontate. E mi piace pensare, come diceva un detto, che nessuno deve rimanere indietro».

C’è un’altra immagine che nei tuoi titoli torna di continuo: le nuvole. Citi Nuvole Jazz, Nuvole Blues, Nuvole Nuove, che poi è il titolo del tuo album. Perché questa scelta?

«La scelta ricade in un periodo della mia vita, circa tre o quattro anni fa, in cui ero all’inizio della scrittura dell’album. Le nuvole mi piacevano perché è come se mi spingessero ad andare oltre. Il mio rapper preferito, Notorius B.I.G., diceva sempre “sky is the limit” quindi “il limite è il cielo”, e a me piace pensare di superare questo limite e in generale di superare i limiti che ci vengono posti. L’idea era quella di dare alla nuvola il ruolo di un periodo di transizione tra una cosa che poteva essere solo una passione e che stavo cercando di far diventare un impiego a tutti gli effetti. Questa fase transitoria mi ha portato a scrivere queste tre nuvole, Jazz, Soul e Blues, in cui sembra che io parli sono del rap mentre invece racconto la mia vita.
Nuvole Nuove è un album molto personale e introspettivo a differenza dell’album che uscirà in autunno, che si intitolerà Mood Street, sarà un album che in più avrà la caratteristica di essere un racconto che comincia con la traccia numero uno e termina con la traccia numero tredici».

Visto il viaggio introspettivo, in Nuvole Nuove, hai anche dedicato delle tracce ai tuoi genitori. Quanto hanno contato nella formazione dell’artista?

«Tanto. Hanno contato tanto sia per la formazione della mia persona, soprattutto per il posto difficile che è Secondigliano, che per la formazione dell’artista. Sono cresciuto in una famiglia a cui sta molto a cuore il concetto di arte. Mia madre da giovane era appassionata di canto, infatti era parte di un gruppo di canti popolari. Mio padre invece ama dipingere e ultimamente, vista la disoccupazione, si è concentrato molto sulla pittura.
La dedizione e la voglia di sognare di mio padre e la grinta e la caparbietà di mia madre mi hanno salvato e insegnato tantissimo».

di Rossella Schender

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°209
SETTEMBRE 2020

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