“People in mind”: premiati a Roma i vincitori campani

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La Campania presente con 11 opere. Premiato dalla Giuria Tecnica, Domenico Puglia di Salerno 
L’arte aiuta ad affrontare il pregiudizio contro il disagio mentale, che la pandemia da COVID-19 sta contribuendo ad aumentare, con 150 mila casi nuovi attesi quest’anno solo di depressione, oltre stati di ansia, insonnia e disturbi psichici più importanti. Lo fa mettendo in luce creatività, forza, talento, emozione.

È sempre l’arte che unisce, da Nord a Sud, le 477 opere che hanno partecipato alla seconda edizione del concorso ‘People In Mind 2020‘, voluto da Lundbeck Italia con il patrocinio del World Mental Health Day, dell’Ambasciata di Danimarca e delle principali Società Scientifiche e Associazioni che operano nel mondo della salute mentale: 203 quadri, 124 disegni, 113 fotografie, 37 fumetti pervenuti da 19 Regioni. La Campania, al 12° per numero di candidature, ha presentato 11 opere. Vincitore al 2° posto, per la Giuria Tecnica, Domenico Puglia con la pittura Ultimi Passi.

“People In Mind” ha inoltre aperto nel 2020 una candidatura per il terzo settore per valorizzare l’impegno delle associazioni. Venti i progetti pervenuti, valutati da un’apposita giuria di esperti. La premiazione si è svolta all’Acquario Romano di Roma, con 24 finalisti: 12 decretati dalla giuria ‘tecnica’ (clinici, psichiatri e psicologi, sociologi, esperti della comunicazione e del mondo dell’arte) e 12 dalla Community social ‘People In Mind’ di 2.290 utenti. I primi classificati dalla giuria tecnica ricevono un buono spesa (Amazon) di 1000 euro. Il progetto vincitore del terzo settore (dedicato a supporto e formazione di genitori di pazienti con disturbi alimentari) riceve una donazione ricavata dalla vendita delle 27 opere finaliste dell’edizione del concorso 2019.

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“Le persone con disturbi mentali sono parte integrante del nostro tessuto sociale e offrono un importante contributo con il loro vissuto di emozione e creatività. Potenzialità che invece spesso ignoriamo a causa di pregiudizi, diffidenza e scarsa conoscenza del disagio mentale – dichiara Tiziana Mele, AD di Lundbeck Italia –. Ci uniamo così all’impegno delle Istituzioni e delle Società Scientifiche di settore nel sottolineare il dovere e la responsabilità individuale e collettiva nel difendere il diritto alla Salute Mentale”.

“Le priorità attualmente individuate dalle associazioni europee che operano per migliorare la prevenzione, la cura e la riabilitazione dei disturbi mentali includono la promozione del rispetto dei diritti umani in tutti i contesti della salute mentale; l’esigenza di destinare più risorse a questo settore; il miglioramento dell’accesso alle cure mediche, incluse quelle psichiatriche, anche attraverso l’implementazione e la diffusione di piattaforme digitali; l’implementazione di modelli di intervento precoce, integrato e personalizzato basati sull’evidenza per migliorare quantità e qualità della vita dei pazienti con disturbi mentali; il coinvolgimento dei pazienti e dei loro familiari in progetti di ricerca e percorsi di cura – spiega Silvana Galderisi, Past-President European Psychiatric Association (EPA), Professore Ordinario di Psichiatria, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Fisica e Medicina Preventiva, Università degli Studi della Campania “L. Vanvitelli” di Napoli –. In Europa l’organizzazione di servizi di salute mentale è molto variegata e va da sistemi ancora incentrati sull’ospedale psichiatrico a sistemi di psichiatria di comunità molto avanzati. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, i servizi non rispondono pienamente alle priorità individuate. La pandemia ha evidenziato la fragilità dei nostri servizi e la discriminazione di cui ancora sono oggetto i pazienti con disturbi mentali. Le istituzioni Europee sembrano voler prendere atto dell’enorme gap esistente tra bisogni e offerta nell’ambito della salute mentale, prevedendo un aumento dei finanziamenti per la ricerca; ma questo non basta; bisogna unificare e incrementare gli sforzi perché siano disponibili più risorse, anche alla luce dell’incremento nella richiesta di aiuto che la pandemia sta determinando”.
L’attuale contesto socio-culturale legato alla pandemia da COVID-19 e alle misure di sanità pubblica per il suo contenimento, hanno e continuano ad avere un impatto significativo sui pazienti con pregressi disturbi mentali gravi, i quali hanno un rischio elevato di contagio a causa di molteplici fattori, tra cui marginalizzazione sociale, difficoltà a rispettare le misure di sanità pubblica, altre comorbidità – aggiunge Andrea Fiorillo, Professore Ordinario di Psichiatria, Università della Campania “L. Vanvitelli” di Napoli, Presidente Società Italiana di Psichiatria Sociale (SIPS) –. Ciò significa anche un rischio aumentato di mortalità rispetto alla popolazione generale. Inoltre, le misure di distanziamento fisico e di contenimento hanno modificato il rapporto medico-paziente, rendendo necessario “ripensare” le pratiche operative degli psichiatri. Sebbene le attività dei servizi di salute mentale non si siano mai interrotte, nei primi mesi della pandemia si è registrata una riduzione del numero delle visite di controllo, in parte arginato con il potenziamento dei servizi di telepsichiatria, seppur con qualche difficoltà di utilizzo delle nuove tecnologie. Occorre inoltre considerare che la pandemia da COVID-19 rappresenta una nuova forma di trauma, completamente differente da quelli conosciuti, in precedenza come guerre, terremoti o tsunami, gravati dalla mancanza di sicuri strumenti di cura o protezione, aumentando un senso di incertezza e inadeguatezza verso il futuro, a sua volta fonte di sintomi ansiosi e depressivi nella popolazione generale. Senza contare le implicazioni sociali: recessione economica, chiusura delle istituzioni scolastiche-educative, aumento di violenza domestica, femminicidi e rischio di suicidio. Si tratta di campi d’azione tipici della psichiatria sociale, che dovrà definire in maniera chiara l’impatto di questi “nuovi” eventi traumatici sulla salute mentale, sviluppando adeguati interventi terapeutici per evitare o ridurre una “seconda” pandemia di disturbi mentali.
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