In questi giorni, l’apprensione del mondo letterario è altissima. Andrea Camilleri è stato ricoverato dopo aver avuto un malore e no, nun’ cos’ e nient’. Facendo gli scongiuri del caso, la possibilità che un Maestro – anche se Camilleri non amava essere chiamato così, è doveroso concedergli quest’appellativo – lasci il nostro mondo, per recarsi chissà dove, se questo dove esiste, non ne sono certo, ha fatto nascere in me un dubbio. Chi è Andrea Camilleri? E per quale motivo ci si rigano gli occhi di lacrime al pensiero che possa morire?

Morire, l’ho detto. Perché possiamo usare mille sinonimi per addolcire la pillola, ma si tratta di questo, della morte, come sempre. E così ho setacciato la memoria alla ricerca di informazioni, che potevano essere più o meno rilevanti nella raffigurazione di Camilleri come personaggio pubblico e mentore. Gli studi del liceo? Ne abbiamo parlato poco. Gli studi universitari? Ne abbiamo parlato poco. Montalbano? Ne ho letto uno e non ho mai visto la serie. Allora, perché al pensiero che Andrea Camilleri possa morire, mi vengono i brividi? Poi ho capito, una folgorazione. Avevo cercato male, troppo indietro, troppo intellettualistico. C’è una storia molto più recente che potrei raccontare, sperando di cogliere il punto. Ma partiamo dall’inizio.  
 
Io e mio padre viviamo nella stessa casa, ma ai due poli opposti. Ora che sono cresciuto, che mi sento uomo, sebbene non lo sia, ho iniziato a paragonare i tratti del mio carattere al suo per scoprire quanto di lui c’è in me e quanto di me c’è in me. E ho notato una differenza radicale che ci oppone. Mio padre lavora con le mani e io lavoro con la mente. Attenzione, non bisogna scadere in facili malinterpretazioni.

Identificarsi come una persona che lavora con la mente, non mi mette in una condizione di superiorità morale nei confronti del mio genitore. El’evidenziazione di una differenza di impostazione, un metodo diverso. Lavorare con le mani significa vedere il frutto dei propri sforzi in maniera tangibile e quantificabile. Lavorare con la mente significa arrovellarsi in una serie di problemi astratti, che non hanno soluzioni immediate e che rientrano nella sfera della classificazione qualitativa.

Nessuno giudicherebbe mai un giornalista o uno scrittore per la quantità dei libri che ha scritto. Se contenesse la spiegazione precisa e dettagliata del senso ultimo della vita, di libro ne basterebbe uno. Quindi, lavorare con le mani o con la mente crea due personalità agli antipodi. Una pragmatica, l’altra problematica. Due razze in antica tenzone, avrebbe detto Saba. Una tenzone che ci rende inconciliabili e incomprensibili l’uno a l’altro. Tranne in alcuni momenti.  
 
Sabato, su Radio Capital, hanno ritrasmesso l’intervista fatta da Massimo Giannini ad Andrea Camilleri. In auto, silenzio. L’impostazione baritonale della voce di Camilleri, ne rende ostica l’ascolto Ma l’attenzione necessaria che ci vuole per captare le sue parole, rende la mente maggiormente predisposta alla loro comprensione. Silenzio, solo silenzio per l’uomo che ci faceva annuire simultaneamente, in un raro accordo di opinioni. Ed è questa la misura della grandezza di Andrea Camilleri. Più di Montalbano, del teatro, della fiction, dei romanzi storici, che ha sempre preferito scrivere rispetto ai gialli, Andrea Camilleri è un uomo ed un genio. Perché solo un genio può ricucire lo strappo ancestrale che separa chi lavora con le mani da chi lavora con la mente. E solo un genio può dire che senza conflitto, non nasce niente. 
 
di Marco Cutillo

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