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L’America è davvero la patria della democrazia? Non c’è bisogno di un’approfondita analisi della politica statunitense per comprendere che questo concetto è quanto di più lontano si possa immaginare dalla realtà. Basta basarci su un singolo elemento che differenzia da sempre i governi barbari da quelli democratici, i tiranni dai liberali: la pena di morte. Questa, infatti, è prevista ancora in 29 dei 50 stati USA. Che sotto l’amministrazione di Trump, poi, la democrazia sia divenuta sempre più impalpabile è un altro dato di facile lettura, confermato dalle 13 condanne a morte eseguite in soli 7 mesi, numero grazie al quale l’ex presidente si aggiudica un primato secolare. Se in numerosi stati, infatti, la pena di morte era già in vigore, erano state sospese ormai da 17 anni le esecuzioni federali, reintrodotte solo nel luglio scorso. Non sono servite le denunce di Amnesty International né la diffusa prassi di sospensione delle condanne capitali tra un’amministrazione e l’altra ad evitare le ultime tre esecuzioni stabilite nella fine di questo mandato.
Lisa Montgomery, Corey Johnson e Dustin Higgs. Sono loro le ultime tre vittime dell’amministrazione Trump, sottoposte all’iniezione letale nonostante l’infermità mentale di Montgomery e Johnson e i dubbi sull’innocenza di Higgs, ribadita anche in punto di morte.
L’afroamericano Higgs, innocente o meno, ha certamente subito un processo che lascia molte perplessità. Accusato di essere il mandante di tre omicidi, l’uomo ha ricevuto la pena capitale, mentre è stato condannato all’ergastolo l’esecutore materiale. Non sono bastate neanche le sue condizioni di salute, positivo al coronavirus, a rimandare l’iniezione.
Dunque, non è solo la pena disumana ad essere denunciata, ma anche l’ampio margine di errore che la giustizia non può di certo permettersi quando si parla di vite umane. In meno di 50 anni 173 ex prigionieri condannati alla pena capitale sono stati prosciolti dalle accuse ingiuste che li avevano posti nel braccio della morte, ma è ancora troppo alto il numero degli innocenti che, invece, non sono riusciti a sfuggirgli.
Uno studio dell’University of Michigan School Law condotto dal docente Samuel Gross analizzando le 7482 condanne a morte inflitte dagli Stati Uniti dal 1973 al 2004 rivelò che il numero degli innocenti arrivava già a 340, oltre il 4% dei condannati.
Un altro fattore significativo nelle condanne americane, denuncia la “National Coalition to Abolish the Death Penalty”, è quello razziale.
«La pena capitale è usata in modo sproporzionato contro le persone di colore – scrivono gli attivisti – è una punizione arbitraria e discriminatoria che non ha posto in un paese che si vanta di avere pari protezione per tutti i cittadini ai sensi della legge».
Tra questi numerosi casi potrebbe quindi annoverarsi anche quello di Higgs, che forse avrebbe potuto salvarsi dall’iniezione letale semplicemente con un diverso colore di pelle. Ma non è tanto il suo caso a turbare l’opinione pubblica quanto quello di Lisa Montgomery, prima donna giustiziata negli Stati Uniti dopo 70 anni. La sua storia, di cui è stato diffuso ormai ogni più atroce dettaglio, è una storia di abusi e di violenze che iniziano dalla primissima infanzia fino ad alterare profondamente la psiche della donna. La sua palese infermità mentale non basta però a fermare la condanna, dovuta all’omicidio di una donna incinta (Bobbie Jo Stinnett). Ma per capire quanto siano inumane queste sentenze non serve indugiare nei terribili particolari del passato della donna. La riflessione a cui ci devono spingere, invece, casi come quello della Montgomery è che non si nasce criminali, non si nasce pazzi. La violenza è figlia della violenza stessa e lo Stato può e deve cercare di disinnescarla con ogni mezzo a sua disposizione. La pena di morte viola la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, oltre che ogni legge non scritta di etica sociale e personale, e non può essere considerata in alcun modo conciliabile con un’amministrazione democratica.
L’appello che facciamo ai lettori e ai cittadini è quello di riservare lo stesso disprezzo e la stessa ripugnanza rivolte ai colpevoli dei delitti più efferati a quegli stati come l’America, la Cina, il Giappone, che si macchiano della stessa identica colpa di cui sono accusati Lisa, Corey, Dustin e chi come loro: l’omicidio.

di Marianna Donadio

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TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 214
FEBBRAIO 2021

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