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Peggy Pickit guarda il volto di Dio in scena al Teatro Nuovo

Mina Grasso 08/04/2022
Updated 2022/04/08 at 11:14 AM
5 Minuti per la lettura

Peggy Pickit guarda il volto di Dio in scena al Teatro Nuovo

Lo spettacolo dal titolo Peggy Pickit guarda il volto di Dio fa parte della Trilogia Africana dello scrittore Roland Schimmelpfennig e ha debuttato in teatro la prima volta a Toronto nel 2011. A settembre dello scorso anno la pièce è stata presentata in Italia in prima nazionale nell’ambito della XXI edizione della rassegna «Primavera dei Teatri» a cura di Teatri Associati di Napoli e Interno 5, e in questi giorni, dal 7 al 10 aprile sarà in scena al Teatro Nuovo di Napoli.

Roland Schimmelpfennig è un cinquantatreenne autore tedesco, originario di Göttingen, uno dei drammaturghi viventi più rappresentati e premiati al mondo. Schimmelpfennig pur partendo dalla lezione di Brecht, è stato influenzato nel suo lavoro anche dagli inglesi Harold Pinter, Martin Crimp e Sarah Kane. Lo scritto Peggy Pickit guarda il volto di Dio ha la struttura di una satira, nella quale emerge con forza l’effetto di straniamento tipico del teatro di Brecht.

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In teatro a cura di Marcello Cotugno, Valentina Acca, Valentina Curatoli, con scene a cura di Sara Palmieri, i costumi di Ilaria Barbato, la colonna sonora e le luci di Marcello Cotugno, lo spettacolo vuole sintetizzare nei dialoghi tra i protagonisti lo sguardo dell’Occidente sull’Africa e sui paesi in via di sviluppo.

Protagonisti sono Karen e Martin, Liz e Frank. I primi lavorano nello staff di un’organizzazione del tipo Medici senza frontiere in un paese africano; gli altri dal divano di casa sono finanziatori del progetto. Rientrati in patria dopo qualche anno fuori, i primi accettano un invito a cena dai vecchi amici Liz e Frank, con i quali avevano frequentato la facoltà di Medicina, per poi separare in percorsi lavorativi differenti le loro vite, i secondi perseguendo obiettivi come la carriera, la famiglia, la nascita di una figlia, il denaro. La cena tra le due coppie si rivelerà disastrosa.

Ma le vere protagoniste della scena saranno due bambole, una di plastica e una di legno. Peggy Pickit, che dà nome all’opera, è la bambola di plastica, di fabbricazione occidentale in circolazione da un paio di anni, mentre l’altra bambola in legno, soprannominata Annie-Abeni, è il dono portato dall’Africa alla bambina degli amici.

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La tematica di fondo di tutto lo spettacolo è il divagare su altri temi anzichè affrontare l’argomento principale, mentre l’architettura del testo costruisce una continua ripetizione di frasi sempre uguali, condivise col pubblico, come ad esempio il commento più volte pronunciato dai coniugi ospiti Liz e Frank: «Lui l’aveva tradita con una delle infermiere, alla fine venne fuori questo a un certo punto, tra le lacrime, in cucina, quella sera, mentre ci concedevamo qualche minuto tra vecchie amiche. E anche lei lo aveva tradito, come mi disse lui dopo, con un collega, un medico di Montreal, Rob o Robèrt, che a sua volta a un certo punto aveva avuto una relazione con l’infermiera. Prima. La stessa con cui aveva avuto una storia Martin. Dopo».

Capitalismo dell’Occidente e sottosviluppo del Terzo Mondo diventano gli argomenti della cena e le due bambole rappresentano il simbolo della difficoltà nella comunicazione tra le persone, il divario tra il capitalismo del mondo occidentale e la povertà dei paesi in via di sviluppo.

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Le due coppie si ritrovano legate tra loro anche dalla presenza di due bimbe, Kathie e Annie, la bimba di una coppia di tipo tradizionale e la bimba adottata dall’altra coppia. Una lettera scritta tra bambine sarà nuovamente argomento di contrapposizione, come anche il continuo rimando alle diverse abitudini in campo medico delle due coppie. Ecco che i perbenismi si chiederanno di continuo: «Siete stati in quarantena? In teoria avreste dovuto passare quattro settimane in quarantena. Chissà che cosa vi portate addosso. Che diffondete anche qui».

Sul finale, mentre si pronuncia la frase: non è colpa mia! e uno dei commensali cade svenuto al suolo, l’altro si lascia andare sul divano, e le donne che si sono scontrate per tutta la cena si uniscono al centro della scena a riparare i pezzi rotti, parte la musica di «Lord’s Prayer», il «Padre nostro» cantato da Mahalia Jackson, attivista per i diritti degli afroamericani.

ph. Mina Grasso

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