“Pecunia non olet”: come la mafia è entrata nell’industria della Difesa

Il denaro non ha odore. Non importa da dove provenga e con che mani si sia sporcato, è pur sempre denaro e basta solo tapparsi il naso per accettarlo.

Devono aver fatto così i dirigenti dell’ex Finmeccanica, il gruppo industriale attivo nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, il cui maggiore azionista è il Ministero dell’economia e delle finanze italiano, quando si sono serviti di uno dei più importanti “colletti bianchi” di Cosa nostra per compiere affari in Sudafrica.
Vito Roberto Palazzolo, infatti, a dispetto delle condanne già emesse in Italia, stabilitosi in Sudafrica operava in qualità di rispettabile uomo d’affari per l’industria della Difesa italiana e come mediatore per i governi africani.
informareonline-alessandro-da-roldÈ in questa cornice che si inserisce il libro-inchiesta di Alessandro da Rold, il quale, con un meticoloso lavoro di indagine e comparazione, porta in superficie l’intera intera vicenda, con le sue luci e le sue ombre; infatti, se da un lato si assiste ad una classe dirigente intrisa di politica, illegalità e corruzione, dall’altro emergono anche figure positive, come quelle dei magistrati di Napoli e Palermo e, soprattutto, quella dell’avvocato Francescomaria Tuccillo, all’epoca dirigente di Finmeccanica per l’Africa subsahariana, il quale denunciò per primo la presenza di Palazzolo tra i salotti dell’azienda. Pochi e flebili punti di luce in un mare oscuro, che hanno però avuto un peso decisivo sull’esito delle indagini.

Cosa l’ha spinta ad indagare e a scrivere sul caso Finmeccanica?

«Il mio lavoro di giornalista. Da cronista politico e di giudiziaria nel 2012 ho seguito le inchieste sulla vecchia Lega Nord. Uno dei filoni su cui indagava la magistratura portava a Finmeccanica, la nostra azienda della Difesa, che ora si chiama Leonardo. Riguardava una presunta tangente da 50 milioni di euro sulla vendita di 12 elicotteri in India. Da lì ho iniziato a seguire le indagini e il processo.
Mi sono subito accorto che quello che girava intorno a questa azienda era difficile da decifrare. In pochi avevano voglia di parlarne.
Per come vedo il giornalismo, più un argomento è complesso e poco comprensibile per i cittadini, più va scavato a fondo. Ricordo poi che Leonardo è controllata dallo Stato, cioè anche da noi».

Com’è nata la collaborazione fra lei e l’avvocato Tuccillo?

«L’avevo cercato già nel 2012, quando iniziava a trapelare il nome di Vito Roberto Palazzolo, detto Vituzzo l’Africano, come possibile agente commerciale di Agusta Westland (attuale Leonardo elicotteri) in Africa: non ebbi risposta. Seppi che Tuccillo aveva incontrato Palazzolo nel 2009 in Angola e che la sua coraggiosa testimonianza era stata preziosa per i magistrati. L’ho rintracciato diversi anni più tardi e, dopo la condanna e l’incarcerazione di Vituzzo, sono riuscito ad incontrarlo. E ho deciso di raccontare la sua storia».

Che legame aveva quindi Vito Roberto Palazzolo con l’ex Finmeccanica in Africa subsahariana?

«Che legame ha ancora adesso, verrebbe da dire. Palazzolo è un imprenditore conosciuto a Cape Town e Johannesburg. Ho avuto modo di vendere i suoi possedimenti nelle winelands, una delle zone più belle del Sud Africa, una via di mezzo tra la California e la Toscana. L’ex tesoriere dei mafiosi Riina e Provenzano era scappato in questi luoghi meravigliosi dopo essere fuggito dalla Svizzera.
Era stato condannato negli anni Ottanta, dopo un’inchiesta del giudice Giovanni Falcone, che era stato il primo a capire le relazioni tra imprese pubbliche statali e mafia. Quell’intuizione è diventata un insegnamento per i magistrati che hanno portato avanti le sue inchieste».

Secondo la sua esperienza, quanto c’è ancora di sconosciuto riguardo i legami tra malavita e industria della difesa?

«C’è ancora tanto da scrivere. Il mercato della Difesa è tra i più importanti al mondo, non solo da un punto di vista strategico e politico, ma soprattutto dal punto di vista economico.
Parliamo di affari da miliardi di euro, che spesso vengono portati avanti da intermediari spregiudicati.
In tutto il mondo molti giornalisti indagano sui rapporti tra il mercato degli armamenti e la malavita organizzata. Come diceva Falcone «segui i soldi, troverai la mafia».

di Lucrezia Varrella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°207
LUGLIO 2020

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