È strano notare che la presentazione di un libro come Pascià passi così inosservata non solo da parte della stampa e del mondo dell’associazionismo ma soprattutto da parte di chi tiene sempre in alto il vessillo della legalità. Ed è strano perché Pascià racconta un lato buio della “nostra” storia, quella di un pezzo di territorio chiamato “Terra dei Mazzoni”. E’ qui che è germinato il seme di quella che oggi chiamiamo camorra e che un tempo è nata in modo graduale attraverso l’imposizione della sorveglianza alle aziende agricole, all’epoca poco più che capanne disseminate in quella zona paludosa, sterminata e selvaggia ed infestata dalla malaria dove i mandriani vivevano mesi interi in quel tanfo di bufalo, lontano dalle loro famiglie, per appallottare le mozzarelle. Eppure, da quel sudiciume, come per magia, uscivano uscivano formaggi così buoni che la gente di Napoli e Caserta pagava profumatamente. Una terra talmente impenetrabile che gli uomini del Fascio, mandati da Mussolini per bonificarla, dovettero fare dietrofront, in quanto anche gli animali erano  ammaestrati per attaccare gli esseri umani. I primi camorristi cavalcavano pony senza sella ma col tempo i loro affari si ampliano ed iniziano ad intromettersi nelle mediazioni, nelle transazioni agricole e nelle estorsioni sui mercati agricoli, “o sanzan” cammina su macchine di grossa cilindrata, insozzate di fango. Man mano, le macchine iniziano a diventare sempre più lucide cosi come i loro colletti sempre più bianchi, è il momento in cui iniziano ad interessarsi all’attività edilizia fino ad ad approdare poi al business dei rifiuti, forse ancora più redditizio di quello della droga.

E’ strano questo silenzio inquietante, perché ancora oggi questa zona ha questo stampo e se fossimo un pò meno distratti potremmo trovare in queste pagine tante risposte ai problemi che maggiormente ci affliggono, del perchè ad esempio ci ammaliamo sempre di più ed anche del perché siamo sempre più costretti ad andare via dalla nostra terra per trovare lavoro, nonostante viviamo in una territorio ricco e fecondo.

Salvatore Minieri era un bambino di appena sei anni quando andava a mare a Formia. I suoi genitori avevano casa a Gianola. Era il 1979 e nel suo passeggino rosso, spinto dalla mamma, attraversavano una strada di canneti per raggiungere il mare che distava circa 150 metri. Nel frattempo nasce il fratello più piccolo che prende il suo posto nel passeggino rosso e quando nel 1982 ritornano al mare, al posto del canneto c’erano le villette a schiera. Erano gli anni in cui l’ Immobiliare Tirrena nell’arco di poco più di 24 mesi aveva cambiato il volto di Gianola. La fortuna più grande di quel bambino è stata quella di avere dei genitori che gli hanno insegnato, in modo netto, la linea di demarcazione tra il bene ed il male, e questo gli ha dato la forza di scrivere questo pezzo di storia criminale che mai nessuno finora ha avuto il coraggio di raccontare.

E’ questa la genesi di Pascià, definito “Il libro della consapevolezza” da Sergio Nazzaro, anche lui uno dei massimi esperti di criminalità che ne ha curato anche la prefazione. Un libro che narra di una storia vera che Minieri ha potuto ricostruire attraverso dei documenti che giacevano abbandonati in un cassetto, pieni di pidocchi, e che lui è andato a scavare. A Formia.

600 pagine per raccontare una storia di camorra, di mafia e di massoneria durata ben duemila anni nel golfo tra tra Formia e Gaeta, considerata la “provincia di Casale” o anche dallo stesso autore la “Svizzera dei casalesi”. Un libro fondamentale per conoscere gli inconfessabili segreti del Sud” è stato definito dal Corriere della Sera.

In verità sono segreti “italiani”. Abbiamo spesso sentito parlare della trattativa Stato mafia ma, prima dei Pascià, quasi nessuno finora ha parlato di patto Stato camorra, perché altrimenti non si spiegherebbero quelle villette a schiera sorte in così poco tempo né come sia stato possibile costruire una discoteca come il Seven UP, la più grande d’Europa, 800 mq di cemento, e poi rendersi conto che non aveva nessuna licenza ed è ancor più difficile comprendere i 750 mila euro versati dal comune di Formia per  acquistare i resti di quello che era il Seven Up che fu fatto saltare in aria il 3 agosto del 1985 e nel quale persero la vita anche alcuni ragazzi.

Il libro Inizia con la storia di Mamurra, il primo mafioso formiano, un massone. L’uomo più potente dell’impero romano, colui che aveva la più forte influenza su Caio Giulio Cesare, abitava a Gianola e siamo nel 60 a.c.. In molti carteggi Formia viene addirittura denominata Civitates mamurrarum (città di Mamurra). Non c’è il nome Formia, praticamente possedimenti di Mamurra, un mafioso, omosessuale, amante di Cesare, adepto di alcune divinità oscure.

“Credo che questo abbia tracciato il destino, il karma di Formia – ha detto  Minieri nel corso della prima presentazione di questa II° edizione che si è tenuta sulla terrazza Smeraldo sul lungomare formiano – Ho scritto la prima edizione senza tener conto di questi segnali come Mamurra, ma ce ne sono tantissimi. Se potessi, abbatterei con un martello tutte le scritte “Città di Cicerone” perché Cicerone qui lo hanno ucciso nel peggiore dei modi, fatto a pezzi e spedito ad Antonio a Roma in sei casse.” 

Siamo nel periodo classico di Formia quando Mamurra, uno degli uomini più ricchi dell’Impero Romano, costruisce a Gianola la sua villa faraonica. Scambiata per il tempio di Giano, la villa di Mamurra ha un ingresso con 8 lati. Dopo 80 anni Nerone fa costruire per la sua Domus aurea lo stesso ingresso ottagonale dove sotto la volta c’era la riproduzione del cielo stellato con stelle e pianeti, tutti d’oro che si muovevano meccanicamente. Sopra la villa del megalomane Mamurra c’era la riproduzione di se stesso di 8 m che si vedeva da Vindicio, uno dei primi punti di possesso di Mamurra sul promontorio di Gianola. “Mamurra è in quasi tutte le invettive di Catullo ma poi Catullo andava a mangiare a casa di Mamurra. Era così potente economicamente Mamurra da corrompere Catullo, lo pagava per far scrivere invettive su stesso, un genio della pubblicità – sorride Minieri – Berlusconi è un dilettante al suo confronto”.

Nel 1978, a 100 metri dalla villa di Mamurra, Antonio Bardellino costruisce la più grande discoteca d’Europa, il Seven Up.

Il più grande tempio moderno della mafia – lo definisce l’autore dei Pascià –  Al suo interno viene intercettato per la prima volta Il termine “casalesi”  quando c’è la rottura con il clan Moccia che voleva inserirsi nel grande business formiano e qualcuno vicino ad Antonio Bardellino disse che loro non dovevano entrare perché non erano “casalesi”. E’ all’interno del Seven Up che prende vita una sorta di etnia, una koinè mafiosa. L’idea del clan dei casalesi viene quindi creata a Formia quando a Casal di Principe li chiamavano ancora con i loro nomi: Zagaria, Bidognetti, Bardellino.”

E’ questo l’inizio di una storia lunghissima. Molti conoscono i rapporti strettissimi tra il Seven Up, questo grande mostro mafioso e la politica di Formia, ma nessun giornale e nessun libro ha mai raccontato prima d’ora, del rapporto che c’era tra la politica e la camorra. In uno dei primi capitoli del libro, l’autore narra del viaggio di Bettino Craxi a San Cipriano D’Aversa, mandato da Sandro Pertini a parlare con il fratello di Antonio Bardellino.

Ernesto Bardellino, in quegli anni di terrore e di sangue, era stato eletto, con un plebiscito di voti, Sindaco di San Cipriano d’Aversa ed ha rischiato anche di diventare Senatore della Repubblica se Sandro Pertini non se ne fosse fosse accorto ed avesse inviato Bettino Craxi a bloccare il fratello del più sanguinario boss d’Europa e quindi evitare uno scandalo per il governo.

Il più giovane segretario del Partito Socialista, il partito più aggressivo e potente d’Europa, a 46 anni già Presidente del Consiglio, è costretto a mettersi in macchina, lasciando la sua amante a Roma, una ragazza che si chiamava e che, secondo l’autore, si chiama tuttora Moana Pozzi (perchè nè il suo corpo nè quello di Antonio Bardellino sono stati ritrovati),e venire fino a San Cipriano, perdendosi con la sua scorta nelle campagne tra le bufale, per pregare Ernesto Bardellino di ritirare la candidatura. A che prezzo? verrebbe da chiedersi!

“Dopo aver trovato queste carte non ci credevo – racconta Salvatore Minieri – ma la cosa che mi lascia più amareggiato è che questo libro che stasera presentiamo la prima uscita della II° edizione, completamente rinnovata, e che nell’edizione precedente è stato ristampato ben tre volte, è stato presentato in tutta Italia, 4 volte solo a Formia, poi Roma, Brescia, ecc. tranne che a Casal di Principe, San Cipriano D’Aversa e Casapesenna. Questo libro fa paura, non ci sono altre spiegazioni!”

“Pascià” narra vicende di 40 anni fa e verrebbe da chiedersi dov’era l’informazione in tutti questi anni, forse anch’essa sottomessa al potere e quei pochi giornalisti che hanno tentato di farlo o sono stati minacciati o destituiti dal loro incarico.

“Formia è una città di persone perbene che fino agli anni 80 ha prodotto tantissimo soprattutto nel settore del turismo – racconta Minieri –  poi negli anni 80 anni arriva una società che si chiama Immobiliare Tirreno che ha costruito mezza Formia. All’interno c’è Alberto Beneduce, socio di Bardellino conosciuto in Europa come “don Alberto a cocaina”, l’unico uomo che aveva una linea diretta di telefono con Pablo Escobar“. 

Subito dopo viene costruito il Seven Up, su cui aveva messo le mani anche la banda della magliana. Aldo Ferrucci, infatti, il manager che gestiva gli affari di Antonio Bardellino nel Lazio, nonchè direttore del Seven Up, ricercato come un fantasma in tutta Europa, nell’unica foto che lo ritrae è insieme ad Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana.

“Fra i nuovi capitoli della II° edizione – prosegue – ho inserito anche i documenti relativi alla Banca Popolare del Golfo di Gaeta che, senza alcuna garanzia, prestava alla holding criminale ingenti somme somme di denaro, parte delle quali sono servite per costruire il Seven Up per il quale ci sono voluti 10 miliardi di vecchie lire. Infatti, secondo la Banca Centrale d’Italia, ci sarebbe ancora un passivo di 15 miliardi. Ho messo nomi cognomi, praticamente ci hanno mangiato in tanti ed ancora ci hanno i debiti.”

Un altro capitolo agghiacciante, aggiunto a questa nuova edizion,e è quello che narra della discarica di Borgo Montello, il primo mostro chimico, un invaso che, all’inizio non è neanche tanto grande ed anche qui c’è Craxi dietro. La discarica, grosso modo, nasce negli stessi anni del Seven UP. Erano gli anni in cui i coloni tunisini italiani erano tornati indietro perché c’erano state delle leggi che avevano imposto delle tasse molto pesanti agli italiani che erano andati in Tunisia per lavorare. Erano tornati in Italia ma non avevano un lavoro. Grazie al Partito Socialista Italiano due imprenditori, Andrea Proietto e Umberto Chini, mettono le mani su Borgo Montello e nasce il primo grande business dei rifiuti. Quella è la prima grande discarica esterna di Roma. Non sappiamo con quali soldi abbiano realizzato il primo indotto di questa grande discarica a Borgo Montello che inizialmente si chiama proprio ProChi, dalle loro iniziali.

Da Casal di Principe qualcuno allungò l’orecchio questo qualcuno si chiama Carmine Schiavone, che inizia a comprare terreni intorno alla discarica che, non si sa con quali modalità, diventa improvvisamente una delle più grandi d’Italia: Nel frattempo, in giro per i mari italiani, europei e non solo, c’è una nave che si chiama Zanoobia, definita “la nave dei veleni”, carica di fusti talmente tossici che, quando a causa di una mareggiata ne cadono 3 ed il contenuto finisce addosso a due marinai, questi diventano verdi con tutte bolle addosso. C’è tuttora intorno a quei due uomini un cordone sanitario che nessuno è riuscito a penetrare. Nè tuttora si sa cosa ci fosse all’interno della Zanoobia. Questa nave continuava ad andare in giro per il mondo perché nessuno la voleva in quanto si era capito che nel suo ventre ci fossero i residui tossici provenienti da da una zona industriale di Milano dove c’era in mezzo una specie di termovalorizzatore ante litteram costruito da una società che era a partecipazione aperta ed uno dei maggiori azionisti era proprio Bettino Craxi. Africa, America, Argentina, tutti hanno respinto questa nave fino a quando ad un certo punto essa attracca in Emilia Romagna ed i camion cominciano a scaricare i fusti. Ma i camion non si fermavano nelle zone emiliane, partivano lì di mattina e li vedevano entrare la sera a Borgo Montello. La Zanobia è tutta sepolta sotto Borgo Montello.

Un prete molto anziano, don Cesare Boschin, amico anche di Andreotti, allarmato dai tanti casi di tumore che si stavano verificando nel piccolo Borgo, iniziò una battaglia contro la discarica e fondò un comitato di lotta, ma, quando egli decise di chiedere al suo amico Andreotti di intervenire per bloccare lo sversamento all’interno di Borgo Montello, due persone entrarono in casa dell’anzianissimo prete che ormai aveva compiuto 82 anni ed era già ammalato di tumore, e lo picchiarono così selvaggiamente da sfondargli l’arcata della dentiera che lo soffocò perché fu costretto ad ingoiarla e lo incaprettarono.

Nella stanza del prete furono trovati 7 milioni liquidi che non vennero toccati, così come non erano stati toccati i crocefissi d’oro, gli oggetti preziosi ed un portafogli con 700.000 lire. Non è stato rubato nulla ma i giornali vicini alla Democrazia Cristiana ed al Partito Socialista parlarono per 3 anni di rapina finita male. Don Cesare venne ucciso un giovedì notte, il comitato contro la discarica si sciolse il venerdì a mezzogiorno.

Don Boschin, primo martire delle ecomafie, è stato ammazzato in un modo così crudele perché forse aveva capito quello che i giornalisti non volevano capire e che sotto la discarica non c’erano solo i rifiuti della Zanobia ma tonnellate di eroina e cocaina. Chi sarebbe andato a controllare sotto una discarica tossica?

C’è infatti un mistero che avvolge una Renault 5 che per mesi è stata vista a Formia, sulla discarica di Borgo Montello e sul litorale, nei pressi del Seven Up ed è la stessa che si è fermata fuori la casa di Don Boschin la sera del massacro.

“Oggi gli invasi di quella discarica dicono che siano saturi – riferisce Minieri – ma intanto c’è stata una richiesta di ripristino dell’attività quindi Borgo Montello entro la primavera del 2019 o gennaio del 2020 potrebbe ricominciare ad assorbire rifiuti, anche tossici e pericolosi”.

Cosa rimane oggi a Formia di questo rapporto tra politica, criminalità e commercio? Secondo Minieri, casertano di nascita e formiano per scelta “La Formia attuale non è tanto differente dalla Formia dei Pascià, diciamo che ha delle cravatte più costose, dei colletti inamidati meglio però c’è una speranza, ci sono persone che iniziano a metterci la faccia a dire noi non siamo più il sistema Formia. Eugenio Montale, in uno dei suoi scritti usa l’aggettivo “equoreo” che si riferisce alla calma piatta del mare nonostante le stagioni ed in esso vi ho visto l’essenza dei formiani. Per quanto mi riguarda Formia comincia ad avere gli anticorpi ma rimane troppo equorea guarda troppo questo mare calmo ma non guarda cosa succede alle sue spalle”.

Ed i casertani invece? “Quando ho detto che avevo in mano questi documenti e mi stavo apprestando a scrivere il libro mi hanno detto che sono un pazzo, <questi ti sparano!> . A Caserta questo sappiamo fare, fotterci di paura oppure andare ai centri commerciali o fare gli stati generali della legalità a Casal di Principe. Fumo e fuffa!”

Girolama – Mina Iazzetta

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