A rischio privacy il parto delle madri anonime. Il racconto sofferto di una donna

LEI è rimasta sepolta nel mio cuore. Qui, dentro di me. Avevo soltanto 16 anni, mio padre mi obbligò a lasciarla in ospedale. Ho altri quattro figli, e ad ogni parto il loro pianto mi ha ricordato il suo pianto, la sua voce di bambina appena nata e subito perduta

Sul numero 159 del mese di Luglio 2016 affrontavo i pro ed i contro della modifica di Legge 184/1993 in materia di privacy rispetto ai figli adottati e non riconosciuti alla nascita. Ancora se ne discute e c’è chi sostiene che il diritto dell’una non deve negare quello dell’altro, nulla importa se la privacy alla base della norma venga minata.

Informare Anno XIV - Numero 159 - Luglio 2016 a Pag. 25
Informare Anno XIV – Numero 159 – Luglio 2016 a Pag. 25

 

Quella che segue è la storia di una delle tante mamme che ha dovuto rinunciare non una ma ben due volte al proprio figlio. 

image“LEI è rimasta sepolta nel mio cuore. Qui, dentro di me. Avevo soltanto 16 anni, mio padre mi obbligò a lasciarla in ospedale. Ho altri quattro figli, e ad ogni parto il loro pianto mi ha ricordato il suo pianto, la sua voce di bambina appena nata e subito perduta. Ma oggi non posso incontrarla, capitemi, non posso. Mio marito e i miei ragazzi non sanno nulla, nessuno sa nulla, forse il mio silenzio è stato un errore, ma questa notizia potrebbe sconvolgerli, distruggere la famiglia. Non cercatemi più: quella nascita è il mio segreto e tale deve restare”

Anna ha 50 anni ed è una “madre anonima”. Nel 1980, poco più che adolescente, resta incinta: un amore giovanile, un errore, o forse altro. I genitori nascondono la sua gravidanza, in famiglia è il padre che comanda e decide per tutti. Un uomo duro, autoritario, violento. Un paese del Sud, una morale arcaica. In segreto la ragazza viene portata a Roma, partorisce in un grande ospedale della città ed abbandona la sua bambina, chiedendo di restare anonima. “È stato il dolore più grande della mia vita, credete forse che si possa dimenticare un figlio?”.

Alcuni mesi fa, su mandato del presidente del Tribunale per i minori di Roma, un’assistente sociale la cerca e la contatta nel paese campano dove tuttora Anna vive con la sua grande famiglia. Una casa curata e lucida, quattro figli, due maschi e due femmine, queste ultime poco più che adolescenti.

Con delicatezza e cautela. “Signora, sua figlia vorrebbe incontrarla, ha presentato un’istanza…”. Ma Anna, a differenza di molte “madri segrete” felici di aver potuto ritrovare i figli abbandonati tanti anni prima, dice no. E affida il suo racconto, quello di una vita a metà, all’assistente sociale. La voce segnata dal dolore che riaffiora, il lungo pianto che accompagna le parole. La sua busta adesso, con i dati di quel dramma giovanile, verrà di nuovo blindata. Per sempre. Nei cassetti del tribunale di Roma.

Racconta. “Ho studiato, mi sono diplomata, a vent’anni mi sono sposata. Non sono mai riuscita a dimenticare, ma la mia vita è andata avanti, ho un lavoro che ho costruito a fatica, tanti figli. Tutti bravi ragazzi. Ma quel segreto è rimpasto un segreto. Forse è stato il condizionamento di mio padre, o la vergogna di aver abbandonato la bambina. Ma non potevo difendermi, ero prigioniera della mia famiglia e della mia giovinezza. Ho vissuto il presente, seppellendo il passato. Riaprire dopo 35 anni quel capitolo sarebbe un disastro per tutti “.

Anna resta vedova, si risposa, diventa madre altre due volte. È una donna istruita, gentile, dirige un negozio. “Spesso penso che avrei dovuto raccontare tutto ai miei compagni, ai miei figli. Magari avrebbero capito, ma adesso è troppo tardi. Viviamo in una realtà provinciale, soprattutto per le più piccole sarebbe uno scandalo. Resterò anonima, come dice la legge. Anche se non l’ho scelto, ma subito“.

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Un pezzo di sè che muore. “Non passavano giorni senza che pensassi a lei…bastava il disegno di una delle mie figlie, un passeggino vuoto, una voce, e tutto tornava alla mente...”.

Anna dunque risponde “no” alla richiesta di quella bambina nata 35 anni fa, e cresciuta con una famiglia adottiva. “Anche se la incontrassi in segreto, sono sicura che poi mi tradirei davanti a mio marito”. Ma Anna è una delle poche che ha detto di no. Libera di scegliere, ha scelto NO alla rimozione dell’anonimato per la sua figlia non riconosciuta e della quale ricorda solo il pianto alla nascita. Il suo esordio alla vita e lo strazio della separazione.

Tuttavia, saputo che la figlia è affetta da una grave patologia,  accetta di rendere noti i propri dati sanitari per consentirle di approfondire il suo stato e curarsi.

Non voglio incontrarla ma è giusto che sappia da chi proviene. E possa capire se la malattia di cui soffre ha un’origine genetica. È poco, lo so. Ma forse è un risarcimento, per me e per lei. Siamo state vittime entrambe, oggi la società è diversa. Il passato però non si cambia, lo lascerò sepolto nel mio cuore“.

Annamaria La Penna

annamarialapenna@gmail.com

About Annamaria La Penna

Pedagogista, si occupa di educazione, formazione e ricerca universitaria prevalentemente nell’educazione degli adulti e del Life Long Learning. Assistente Sociale, mediatrice familiare e consulente tecnico esperto in servizio sociale forense, è impegnata nei servizi e nelle politiche sociali dal 2001. Ha collaborato con alcune testate, tra cui Viewpoint, magazine di promozione culturale umbro (dove nasce e si forma) fino a giungere nel 2016 nella grande famiglia di Informare, dove ricopre il ruolo di caporedattore e direttore organizzativo. Iscritta agli Ordini professionali degli Assistenti Sociali e dei Giornalisti Pubblicisti della Campania. Obiettivo personale e professionale: con passione e dedizione, continuare a migliorare in qualsiasi cosa faccia.