Partecipazione politica dei cittadini: dov’è la falla?

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annamaria rufino partecipazione politica
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Partiamo da questa domanda per affrontare insieme un percorso che ci porti a comprendere il rapporto tra Stato e Società nel mondo d’oggi. Da qui nascono problemi di enorme rilevanza per il funzionamento del nostro sistema politico e democratico. Nostro certo, ma non solo, perché i dati statistici ne confermano la portata che va oltre la politica locale della singola nazione.

L’astensionismo politico è un problema serio. Bisognerebbe prima di tutto chiedersi: se i cittadini si astengono dal formulare giudizi e successivamente dal prendere scelte, a chi tocca farlo in loro surrogazione?

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Ne abbiamo discusso con Annamaria Rufino, esperta di Sociologia del mutamento sociale.

Siamo partiti da un dato e una premessa, la partecipazione dei cittadini italiani nell’ultimo Referendum sulla Giustizia che ha visto un’affluenza definitiva del 20,9% dei cittadini. Il dato è stato definito dalla stampa: “Il peggior risultato di sempre” in termini di affluenza…

«Il tema della partecipazione dei cittadini alle elezioni o, meglio, dell’astensionismo, può rischiare di rimanere confinato in un ambito episodico, senza connessione con quelle che sono le reali cause del fenomeno. Va detto che non si tratta di un fenomeno solo italiano, le recenti elezioni francesi lo confermano. La partecipazione alle elezioni rimane l’unico vero strumento che il cittadino ha per essere protagonista della sua identità e capacità di partecipazione ai processi decisionali. Identità non solo politica, ma, ancor più, sociale, economica e comunicativo-relazionale.

Sicuramente, nel caso italiano, relativamente alle recenti elezioni, va fatto un distinguo, che evidenzi la criticità della partecipazione al voto per il referendum.

Una considerazione che va premessa, rispetto al problema generale: molto si è detto sulla carenza comunicativa e informativa del referendum in sé e dei temi proposti. Il problema della comunicazione pubblica è il problema che genera rischi altissimi per la tenuta di un sistema sociale. Una paradossale assenza di consapevolezza del valore in sé di un referendum, prescindendo dall’intenzione di voto, e un’altrettanta paradossale “ignoranza” dei quesiti proposti ne sono la conseguenza. A questo si aggiunga l’obiettiva complessità dei temi e di come erano posti. E anche questo aspetto rientra nelle “trappole” comunicative che si producono in ogni dove.

Ma partiamo proprio da quest’ultima evidenza. Possibile che, in uno stato di diritto, si debba rinviare al cittadino una tale complessità di quesiti? Abbiamo memoria di referendum “storici”, come sul divorzio e l’aborto. Temi che “direttamente”, senza soluzione di continuità, coinvolgevano tutti i cittadini, in tutte le loro dimensioni di vita.

Si potrebbe obiettare che la giustizia non è da meno in questa capacità di incidenza trasversale. Quanti cittadini hanno compreso, con i quesiti referendari, il grave stato in cui versa la giustizia?  La verità è che gli stessi quesiti hanno fatto “slittare avanti” la spiegazione, hanno cioè reso ancora meno decifrabile il complesso tema della giustizia. Non “credere” più nel valore intrinseco della partecipazione alle elezioni si configura come una dichiarazione di misconoscimento del valore in sé delle istituzioni pubbliche.

Una cesura netta tra istituzioni e cittadini dunque?

«Sì, è il dato più critico da sottolineare: la distanza tra Stato e Società. Gli apparati dello Stato si mostrano in tutta la loro autoreferenzialità e la Società, come in una dimensione parallela, si dimena nel cercare soluzione ai tanti problemi che il mondo post-globale ha prodotto. Post-globale perché la globalizzazione ha fallito nella promessa di assicurare libertà e diritti. Un cittadino che non ha più gli strumenti per individuare i suoi interlocutori istituzionali e viene fagocitato in quel mix di tutto e niente che proprio la globalizzazione ha prodotto. La prova sta proprio nelle derive comunicative, a tutti i livelli. In questo caso, si potrebbe dire che la mancata partecipazione al referendum ha fatto ipotizzare l’esaurirsi di questo strumento partecipativo. Sì, certo! Ma al di là di quelle che sono state nel profondo le dinamiche politiche e partitiche, le trappole comunicative, gli interessi da tutelare, il vero problema da attenzionare, proprio come si diceva all’inizio per non confinare nel nulla la vicenda elettorale, è la distanza dei cittadini dalle vicende politiche e istituzionali. Il futuro dovrà essere gestito proprio da quelle generazioni di giovani che stanno vivendo questo allontanamento, ma il futuro sembra prospettarsi senza codici interpretativi e individuativi, diversamente da quanto era successo in passato. È questo il più drammatico buco nero dove è precipitata la relazione diretta tra Stato e Società e che ha fatto dire a tanti che questo tempo ha segnato la fine della democrazia. Ancor più, la fine della politica».

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