“Parole all’imbrunire”

intervista a Giancarlo Giannini.

Prefazione

Navigando in solitaria sopra la linea ricurva dell’orizzonte per sfuggire le desolazioni del mondo, capita che qualche volta (oltre al tuffo improvviso di qualche bella meteora dalla chioma lucente), nel binocolo dell’autore finisca anche il contorno azzurro di qualche pianeta che vale l’impresa esplorare. E così, lavorando di cime e timone per mettersi immediatamente sulla giusta rotta, con il cuore palpitante nelle vele e la mente oltre la prua, la piccola imbarcazione che per buon auspicio prese il nome “armOnia”, lo conduce nell’orbita di questi grandi globi dalla gravità considerevole e la personalità intensa e sfaccettata. Destreggiandosi nella loro atmosfera meglio che può per non naufragare, l’autore marinaio li circumnaviga sfiorandone la superficie appena quanto basta per prelevare campioni di quel loro quid che poi una volta a largo traslerà nelle pagine fitte del suo quaderno di bordo. Capita non di rado che al rientro da una di queste avventure quando nella sua cabina getta sulla carta le impressioni dell’impresa, scopra che la traversata gli ha permesso di capire più cose di sé di quante ne abbia estratte e comprese dalla galassia che lo circonda. E forse anche il lettore potrà allo stesso modo del poeta, oltre al piacere di un approdo sul pianeta visitato, scoprire in sé qualche sfumatura o congruenza con il protagonista del racconto. La stiva di “ArmOnia” si riempie sempre più di minerali e profumi di nuovi mondi e l’autore solitario continua a viaggiare sopra la linea dell’orizzonte alla ricerca di se stesso in quel cielo immenso di gelidi silenzi, buchi neri e stelle.

Intervista Giancarlo Giannini informare online

Quel mattino mi svegliai visitato da un profumo ancestrale riemerso tra i fili del vento. Spalancai gli occhi come due finestre sull’Egeo e trasognante raggiunsi scalzo le maioliche lucenti della terrazza di fronte. Non dal cielo ma, da uno spiraglio nell’orizzonte del tempo sembrava che la luce provenisse quel particolar giorno. Traspariva come da un lontanissimo mondo ellenico; direttamente dall’antichità classica ritornata indietro per un riflesso divino probabilmente. Dormivo ancora forse? Pervaso da tale fascinazione mi sentii parte dell’idilliaco come una conchiglia spiaggiata si sente visceralmente ancora parte del mare. Avanzai ancora di qualche passo nello splendore. Osservai da privilegiato spettatore sperando che nessuna interferenza esterna giungesse ad interrompere quel suggestivo momento sopraffino. Le rondini s’inseguivano tra i raggi diamantini mentre una voce cristallina si spandeva leggera nell’aria; forse quella di una fanciulla che si pettinava i capelli seduta tra le bougainville del suo balcone affacciato chissà dove in quell’olimpo ultraterreno. Può un luogo essere così suggestivo tanto da far riemergere dal fondo un mosaico fantasioso di memorie; oppure è la nostra particolare predisposizione all’assoluto a rendere talvolta ciò che è soltanto uno spicchio di giardino, la rivelazione inconfutabile di un mondo mitico-onirico che sopravvive dentro noi ? Rividi davanti a me i sublimi scenari rappresentati da Sir Alma-Tadema nei suoi immensi dipinti. Sentii l’intenso profumo degli agrumeti e nella retina brillarono i colori vividi della natura che ribelle fioriva sui marmi calcarei indiamantati dal calmo mare zaffiro che sullo sfondo dominava l’infinito. Peonie, rose e glicini mi circondavano disorientandomi come le vertiginose liriche dei poemi epici del passato. Mi sorressi al tavolo di pietra sul quale la sera prima avevo lasciato il mio quaderno ed un bicchiere di ricordi bevuti sotto le stelle. La profondità verticale del mito (a pensarci bene) mi trafisse già nel sonno, quando su di un fianco m’addormentai sognando l’Itaca di Kavafis; i suoi versi ancora riecheggianti nella stanza e tra le mani la foto della mia Lighea, quella dietro cui lacrimando mi scrisse addio dopo aver fatto l’amore con me come se mi avrebbe amato per sempre! “Per sempre…” Un promessa bellissima che amiamo tutti proclamare ma che l’amore stesso non è in grado di mantenere. “Cos’è che resiste veramente per sempre” ? Mi domandai sedendomi dinanzi al mio quaderno di cuoio, improvvisamente affranto. Lo aprii, aiutato dalle dita del vento col pensiero lo sfogliai. —Quella sera avrei intervistato l’ambasciatore della cultura italiana nel mondo in occasione del suo recital nell’anfiteatro greco di Posillipo; l’avrei chiesto a lui cos’è che della vita mortale resta “per sempre”. Sicuramente mi avrebbe dato una risposta degna della sua saggezza e competenza empirica in fatto di esseri umani. Strappai il foglio sul quale avevo già abbozzato tutta una serie di domande e, inspirando profondamente m’immersi in quel fresco azzurro di giugno con tutti quanti i miei sensi, deciso a concentrarmi sull’essenziale che quella nuova pagina bianca mi avrebbe di lì a poco sicuramente ispirato.

Sabato 16 giugno 2018,  ore 18:30

Parco archeologico Pausilypon, Napoli.

Di lì a breve l’attore, doppiatore, regista e scrittore -nonché anche ambasciatore della cultura italiana nel mondo- Giancarlo Giannini, accompagnato dalle note del Marco Zurzolo Quartet avrebbe inaugurato la X Edizione della Rassegna Stabile “Pausilypon Suggestioni all’imbrunire”, nel teatro antico della Villa Imperiale del I Sec. a.C . Il recital del maestro sarebbe stato un singolare incontro di letteratura e musica. L’attore particolarmente esperto nell’analisi della parola, avrebbe recitato una serie di brani e poesie in un ventaglio che spaziava da autori come Pablo Neruda, Garcia Lorca, Marquez, ai più classici come Shakespeare, Angiolieri, Salinas con filo conduttore un tema unico: L’amore, la donna, la passione… La Vita! La sua recitazione, la sua voce calda e penetrante avrebbe anche stavolta condotto gli spettatori in atmosfere mistiche, malinconiche, amorose ed ironiche in un viaggio dal 200’ ai giorni nostri.
Rivivo quell’incontro come fosse oggi. …Il sole si sveste dell’oro e depone la sua corazza lucente nel mare. Adesso una seta arancione l’avvolge e lentamente dall’alto inizia a diffondersi su ogni cosa. Mentre attendo l’Iperione in disparte, seduto sui gradoni corrosi all’ombra di un ciuffo di pini traboccanti sui livelli più alti dell’anfiteatro, in contemplazione del luogo viaggio attraverso i secoli ammirando bianchi triangoli veleggiare nelle acque della riserva della Gaiola. Riesco a cogliere “interminati spazi al di là da quella e sovrumani silenzi, e profondissima quiete” tagliata soltanto dalle ali affilate di abili gabbiani; ebbene qui su “nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva , e il suon di lei. Così tra queste immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare” di poesia. …Lieve è l’avanzare dei passi attraverso l’arena ma riecheggiano nell’anfiteatro ancora vuoto insieme alla sua voce roca e fumosa. Mi riprendo dalle mie astrazioni pindariche e guardo verso basso.

Eccolo! Giancarlo Giannini mi si rivela mentre con una mano in tasca e l’atra intenta a marcare con la brace della sua sigaretta amica i pensieri che gli si disegnano nell’aria, declama una poesia. Si scalda recitando l’Infinito di Leopardi con aria meditabonda ma tranquilla, mentre l’assolo di un sax l’accompagna nel suo procedere charmante. Si ferma, fuma, è assorto in qualche altra spaziale intuizione da sperimentare, poi scosta una ciocca di capelli dalla fronte e riprende a passeggiare nella sua galassia alchemica. Il blues che i musicisti provano in proscenio s’intona perfettamente con il suo abito di alta sartoria napoletana e quella sua cravatta color della lava è il particolare con cui sigilla lo scrigno della sua classe. Istrionico e dirompente in scena, è un uomo estremamente distinto quando non è chiamato ad essere “altro” da se stesso; paradossalmente riservato. Gli faccio un cenno con la mano, lui alza lo sguardo, mi vede , aspira un altro tiro di sigaretta e poi mi raggiunge percorrendo il ripido sentiero di scalini che ci separa. Da lassù si può godere di un panorama da togliere la voce a qualsiasi grande tenore. Una volta arrivato si siede accanto a me e sospira. Entrambi restiamo in silenzio per qualche attimo. Condividiamo l’armonia di quell’arcaica sinfonia che ci circonda. Il tempo trascorre come un fiume nel cuore ed il tramonto sulla vita si fa più intenso.

-Sono luoghi dell’anima quelli che “vedi” quando certe volte senti aleggiare nel cuore quella strana marea… – La mia voce si fa sfumatura nel dipinto.

-E non sei tu che li visiti ma è il contrario: son quelle naturali frequenze che ritornano in te e per un brevissimo istante, ritrovano casa!- Il tramonto è un sipario che preannuncia il gran sogno, ed ognuno ci vede la proiezione del proprio inconscio. Capisco che qualche parola gli sta nascendo in gola ma poi si schiarisce la voce e si volta verso di me senza dirmi niente. Mi sorride. La sua espressione bonaria rivela un’equanimità così generosa che diventa quasi più appagante di qualsiasi gentile commento. Le persone che vedo via via aggregarsi intorno al tavolo dove vengono serviti gli aperitivi freschi è per la maggior parte adulta ed elegante. C’è chi sceglie di brindare affacciandosi sul mare; chi ammirare i mosaici che pavimentano quella scheggia di promontorio, e chi preferisce invece passeggiare sul prato fumando la sigaretta più gustosa della giornata in quel clima mite e surreale.

–Ah, la morte… – Pronuncia tra sé, come se avesse fiutato il profumo della più intrigante di tutte le signore. –Quale magnifica rivelazione porta nel suo bacio che trasforma ogni bocca?– Lo osservo. È Virgilio che conduce. Ed io sarei disposto a seguirlo fino all’inferno ma oltre il piacere dell’avventura non credo che troverei lì la chiave per la comprensione suprema.
Ci ritroviamo a filosofeggiare del grande mistero della vita. Poche sparute parole che gocciolano sottovoce. Il tema è tanto più grande di qualsiasi altra cosa la nostra mente sia in grado d’inquadrare; dunque lasciamo il sentiero divino e con rispetto ci ritiriamo come due satelliti sulla riva più solida della luna. Lui è credente, io no. Gli chiedo perché? Mi dice che crede più che altro per tranquillizzare il sonno della sua anima; per acquietare la marea interiore che altrimenti non troverebbe pace. Mi spiega che talvolta ci si “induce” a credere per darsi una luce (anche se fioca) che permetta alla nostra elettronica interna di diradare almeno in parte l’angoscia del buio più totale; per sopperire a quella mancanza di un senso ameno; per non pensare che in un attimo si perde tutta la conoscenza acquisita nel corso di una vita intera. -Una speranza dopo la disfatta serve! Serve immaginare una trasformazione in fondo all’abisso.- È onesto. Ammette di non avere il fuoco sacro del devoto ma che rispetta ed accetta il Mistero che, riluttanti o meno, ci ingloba, che pervade ogni nostra cellula e ci governa. Lasciamo i nostri quesiti esistenziali nelle bràttee lignee di una pigna aperta rotolata sino a noi dalle cime di un pino retrostante, augurandoci che prima o poi qualche risposta fiorisca nella forza verde del suo pinolo.
…Ho appena mezz’ora prima che qualcuno che già vedo portare dei fogli al leggio e a questo collegare il cavo del microfono, dia con il suo discorso introduttivo inizio alla serata e faccia così innescare l’applauso di benvenuto al Maestro che ora ho invece il privilegio di avere accanto a me: pieno come un vaso di Pandora ma savio e rilassato. Eppure, pur sapendo che è soltanto questo il tempo a mia disposizione e che tra l’altro sta sfuggendo come sabbia tra le dita, stranamente non sono preoccupato e non mi affretto a cominciare perché capisco invece di avere l’irripetibile fortuna di condividere con lui qualche prezioso attimo di tregua; una meditazione per lui più importante di qualsiasi intervista o incontro di dovere. Penso a lui. Rispetto la sua tecnica; il suo organico lavoro di radunamento energetico. So esattamente cosa un attore preferirebbe fare o evitare prima di entrare in scena per esibirsi. E anche se ho un’intervista da dover realizzare, l’istinto di protezione nei riguardi di quest’uomo a cui guardo come se fosse mio padre, è quasi più forte del compito che ho da svolgere al meglio delle mie capacità. Penso con fastidio alla calca di paganti che tra non molto, presi dall’eccitazione contagiosa nel vederlo scendere verso di loro, l’avrebbero fagocitato per strappargli un’invadente stretta di mano o peggio, una patetica bella fotografia! Ma poi ritorno al momento presente che mi riguarda e penso che non avrò una seconda occasione per fare una prima buona impressione, così accetto anche se non fumo, la Club bianca che mi sta offrendo e inizio a improvvisare insieme a lui un dialogo sull’ispirazione.
Le parole scorrono attraverso di noi come petali portati da un ruscello. L’origine da cui sgorgano è la fonte emozionale. Poi fluendo incontrano l’intelletto. Le mani dell’ingegno danno al getto purissimo una forma; la incanalano in un’architettura adeguata al progetto. Così dall’ispirazione trasparente ci infanghiamo su rive più limose ed edificabili. E così quei petali si fanno ponti d’argilla, poi canali, mura, case, colonne e infine sagome di piramidi che si vanno formando in lontananza innalzandosi nell’aria granulosa oltre il grano dorato dal sole della creatività. Ed ecco che discorrendo s’iniziano a delineare anche le differenze tra le nostre strutture concettuali. Lui ad esempio non è uno stanislavskiano puro, appartiene di più ad un’altra scuola di pensiero. Preferisce non coinvolgersi emotivamente più di tanto e sviscerarsi in scena tutti i giorni per il sadico e fanatico piacere d’impersonarsi in qualcuno per poi far credere di averlo fatto “veramente”. Preferisce invece affidarsi alla fantasia e mostrare il personaggio con l’uso abilissimo della creazione scenica e della tecnica teatrale. Mi accenna della sua iniziazione al Teatro avvenuta a Napoli alla fine degli anni cinquanta, successivamente seguita poi dalla sua vera e propria formazione maturata nella prestigiosa Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, dove ha avuto il privilegio di nutrirsi direttamente alla fonte di quelli che erano considerati per l’epoca i maestri più grandi in Italia, e dove ha potuto beneficiare tra l’altro, dell’ispirazione di colleghi immensi quali: Giammaria Volontè; Marcello Mastroianni; Anna Magnani; Vittorio Gassman; Nino Manfredi; Andrea Camilleri; Luca Ronconi; Monica Vitti e tanti altri ancora dello stesso calibro e dalla carriera altrettanto gloriosa. Per un viscerale sentimento di appartenenza e incondizionata dedizione alla ricerca introspettiva, gli rivelo invece della mia formazione e fiducia nello “Strasberg Method Acting”, (più comunemente noto come il “metodo” dell’Actors Studio) che altro non è che il frutto di una lunga elaborazione del precedente Sistema Stanislavskij nato grazie alla profonda influenza che alla fine dell’Ottocento la sublime Eleonora Duse esercitò sul regista russo. Disciplina sottilissima questa (spesso fraintesa) di matrice “in parte” italiana, potenziata ed arricchita dalle successive intuizioni di altri geni dell’arte teatrale che, cercando di superare i limiti psicofisici dell’esecutore attore, di volta in volta l’hanno affinata e resa sempre più agile e specifica. Praticamente adesso l’argomento offre sul piatto dello psicanalista due emisferi dello stesso cervello: quello sinistro che faccio corrispondere all’ “Accademia d’Arte Drammatica” e che per sintetizzare mi avvalgo della definizione di Orazio Costa il quale affermava che esprime la sua forza con il metodo mimico; e quello destro, “l’Actors Studio”, che focalizza la sua energia nell’espressione del sentire. Ma entrambe le facoltà di quest’unico organo diviso dalla forma estetica dei loro diversi processi intrinseci, sono capaci di creare l’effetto finale desiderato dall’attore per l’opera.

Giannini è d’accordo con me ma sviluppa il discorso e prosegue in altre diramazioni del tema. Mi dice che se un regista vuole vedere il “vero” allora non dirige degli attori ma va a filmare per strada dove tutto accade caoticamente e senza alcuna interferenza artificiosa; proprio come un documentarista che va sulle orme imprevedibili della realtà pura. Se si preferiscono degli attori invece… (sospende le parole per permettere forse al cuore di altalenare nel vuoto e ritornare), probabilmente è perché da questi esperti della comunicazione ci si può aspettare l’espressione iperbolica e perfezionata della favola che si vuole compenetrare… -Non trovi?- Mi guarda per uno schiocco di dita congelando all’istante ogni mio pensiero. Sento la concentrazione della sua attenzione riversarsi su di me per un secondo appena ma quanto basta per farmi sentire vulnerabile ed intellettualmente in bilico. Poi, via di nuovo. Come è atterrata così la sua mente è immediatamente decollata. Conduce quei suoi occhi elettrici verdeazzurri fuori dall’anfiteatro. Vorrei rintracciarli per dirgli che non c’è dubbio che un professionista sia più abile ed affidabile di un individuo scelto solo per l’occasione, e che alla fine dei conti non importa quale tecnica l’attore utilizzi per far materializzare sulla propria pelle quell’esperienza che poi trasmetterà allo spettatore con un brivido; ma piuttosto conta l’incantesimo da lui creato che supporta ed evidenzia il messaggio dell’opera. L’unica cosa importante è ciò che alla fine l’artista sa realizzare, ecco! Questa è la mia idea e quello che a mio avviso conta. La praticità che mette da parte le varie diatribe tra differenti correnti di pensiero, ma non faccio a tempo… Il suo sguardo è già in volo verso scie d’avanguardia pervenute da altre dimensioni infinite, e così grazie a Dio evito di dire ad uno degli attori più capaci al mondo una così elementare, fievole ed evidente ovvietà! …L’attore si fa catalizzatore di umori e desideri comuni (prosegue parlando alla luna). Soprattutto desideri. Lo sfavillo blu di fuochi d’artificio inaspettati si riflette segmentato sulla montatura argentea dei suoi occhiali. L’imprevedibilità della vita continua a fare il suo ingresso nella scena e l’attore esperto sa non farsi turbare ma “usarla” semmai, sempre a suo favore, per smuovere l’energia, quella propria e di riflesso anche quella degli spettatori.
Lo osservo mentre il suo viso racconta anche da fermo. Il suo inconfondibile profilo è una storia scolpita nella carne impallidita dal fumo. Le ombre dilagano in un’avanzata impalpabile e in pochi minuti veniamo anche noi avvolti dall’acquerello crepuscolare che dissolve contorni e colori. Il pennello divino ora s’intinge in un’immensa tazzina di caffè e persino i profumi si fanno ora più simili a quelli del buon tabacco nostrano, quello delle nostre terre campane. Parliamo delle origini, dell’importanza delle nostre radici come due vecchi amici che a fine giornata si dondolano in veranda davanti un bel campo di spighe; ma questo (poi comprendo) non fa di lui una persona fossilizzata, tutt’altro! La sua fronte rugosa come le coste della sua Liguria è rivolta sempre verso il futuro, all’esperienza che ancora non c’è stata. È un porto da cui salpano continui avventurosi Colombo e poeti. Giannini non si arena nel passato, non si adagia troppo su ciò che è stato. E come ha più volte dichiarato, lui ritiene bene non dar troppo peso a tutti i premi che gli sono stati conferiti; preferisce vivere il presente considerandolo come una sempre stimolante sfida nuova, una pagina bianca da cui ogni giorno ripartire verso nuove mete attraverso rielaborate rotte. Il domani per lui è quel dito proteso del Dio creatore da raggiungere passando attraverso l’evoluzione di sé; la comprensione dello spazio intermedio da colmare, affinché possiamo noi essere i responsabili promotori del divenire, anziché semplici spettatori in un’attesa passiva. La sua vita è fatta di ingegno, ricerca e costante pratica. -L’attore… (prosegue appassionato), grazie alle sue doti propone la via verso fantastiche “altre” possibilità-. La nostalgia sembra non aver spazio nel suo bagaglio, è un cappello che non c’entra tra i suoi libri, ma talvolta la si percepisce tra le pagine di qualche ricordo, nonostante la sua nave veda davanti a sé ancora tante città da visitare; nonostante la sua carriera sia una continua crociera tra le stelle, e lui danzi, ogni sera un tango tra le braccia del pubblico; ogni notte un valzer tra i profumi del vento.
-Che rapporto ha con il successo?- Gli domando a bruciapelo. –Aheee…- Sbruffa . -È na’ strunzata!- Scaccia una mosca dando sfogo al suo verve partenopeo. – Nun c’ penz. È malament…- Sfiata la sua pressione interna come il geyser fiacco della solfatara. -È oppressivo… Quindi non ci penso.- Ripete scostando il viso leggermente a lato e strizzando le palpebre come quando si rifiuta nauseati un piatto non gradito. -Mi concentro su altre cose, sulla lettura ad esempio.- In realtà ciò che scansa (credo) è il fastidioso pensiero di tale responsabilità e tutto il rimorchio che ne consegue. Ricordando una sua espressione “Se pensi troppo al risultato che vuoi ottenere – sei fritto!-” oppure, “Se ti adagi su ciò che hai già fatto o ti gongoli sui premi che hai ricevuto -sei perso, affondi!-” , allora capisco un po’ di più questo suo essere ricalcitrante riguardo l’argomento; comprendo questo suo bisogno di tenersi a debita distanza dai baci della fama, e dai suoi morsi. Voglio però ricordare la definizione che il filosofo americano Henry David Thoreau diede del “successo” per riequilibrare il vero significato del termine in modo che non perda il suo valore. “Esiste un solo tipo di successo: quello di fare della propria vita ciò che si desidera”. E Giannini, ci è riuscito?
–Il successo può anche essere un peso che non ti permette più di volare- continua. -E per conquistare altro terreno hai bisogno di saltare la fossa.- La retorica si fa’ avanti in lui come un generale romano a cavallo. -Se rimani chiuso nella tua trincea, se non ti esponi ai rischi per paura di perdere la posizione, rimarrai nel fosso- Tossisce… Pare rimproverarsi qualcosa ma non capisco; poi s’aggiusta i polsini bianchi nelle maniche della giacca e in quell’accuratezza del gesto sembra ritrovare l’assetto che per un attimo forse ave’ perduto. –Pensare al successo come lo si idealizza oggi è da fessi.- Con nuova calma nella voce puntualizza e conclude. La componente del gioco in questo mestiere per lui è fondamentale. L’attore (nello specifico) non deve prendersi troppo sul serio. La tecnica, il lavoro, gli impegni, l’ambizione, l’impegno sociale, il proprio punto di vista sul mondo, l’immagine che uno costruisce di sé, la politica, i soldi, la paura di fallire, il tempo che scorre senza aspettare, le preferenze del pubblico che possono cambiare con le mode, e la memoria che muta minacciando in qualsiasi momento di dimenticare.. di dimenticarsi.. di dimenticarti.. : queste cose non devono inibire il fanciullo sacro che nell’artista vive e che giocando rende tutto quanto più leggero, più puro, poetico e profetico. La sensibilità intuitiva deve bucare la tela del quadro e permettere all’occhio di gettare lo sguardo oltre la siepe. I “grandi” (in genere) riescono a rendere le cose complicate più semplici. Riescono a rendere possibile l’impossibile. A togliere le piume all’apparenza ed arrivare all’essenziale.
“…Giancarlì ?” Così lo chiamò una volta Federico Fellini quando Giannini lo andò a trovare sul set. “…Il cinema sta morendo” gli disse, mentre il giovane attore all’apice della sua carriera lo ascoltava alquanto interdetto. “Si andrà al cinema come ad un museo…” profetizzò il satiro fumettista riminese. “Quel fascio di luce bianca nella volta di fumo della sala sarà soltanto un ricordo, e del cinema artigianale -vedrai- svanirà ogni ricciolo di magia…”

Poi mi racconta delle loro passeggiate per il centro di Roma e delle chiacchierate sotto i lampioni giallognoli di via Margutta. Immagino la scena come fosse un disegno preparatorio di qualche film del regista. Me li figuro bighellonare fumacchiando nei pressi di una fontana mentre poetizzano il volo allucinato di una falena nel cono di luce sopra di loro -che intanto scoprono estasiati- l’abito onirico della notte aprirsi sopra i tetti della città. E loro due sotto, piccoli monelli mai cresciuti col pancino rimpinzato e il naso all’insù, mentre si leccano beati la marmellata dagli angoli della bocca; dolci residui di una cenetta appena gustata sulle tovaglie imbandite del Bolognese. Stimolato dal baluginio di questi colori, mi sovviene il titolo del libro scritto dall’attore. Era il 2014 quando pubblicò così:
Sono ancora un bambino (ma nessuno può sgridarmi)
Sulla copertina uno scapigliato “Giancarlì” bluffa un sorriso a chi gli sta scattando la fotografia. In retro copertina invece un sincero virgolettato parla al lettore con efficace semplicità.
Ma non avendo ancora avuto modo di leggerlo decido di non sfiorare l’argomento per evitare di profanare il faraone che dorme e farmi trovare impreparato. Però memore di una lettura recente molto affine con i nostri argomenti, mi inerpico per una breve digressione e condivido con lui la definizione che Pearl S. Buck da’ della mente creativa. Cito: “La vera mente creativa , in ogni campo, non è che questa: una creatura umana nata anormalmente, inumanamente SENSIBILE. Per lei, un tocco è un soffio; un suono è un rumore; una sfortuna, una tragedia; una gioia, un’estasi; un amico è un amante e un amante è un Dio; un fallimento… è la morte! Aggiungi a questo crudelmente delicato organismo la straripante necessità di creare, creare, creare (cosicché senza la creazione di musica o poesia o libri o palazzi o qualsiasi cosa che sia pregna di significato, l’ossigeno le è negato.) Lei deve creare, deve tirare fuori la sua creazione. Per una qualche strana, sconosciuta, interiore urgenza lei non è realmente viva finché non sta creando.” Credo la cosa lo riguardi.
…Il suo modo di ascoltare (qualche volta) può equivocamente far pensare che si stia annoiando e che per educazione stia però facendo in modo di non farlo notare. Ma per quanto distratta da cose a lui più care appaia la sua attenzione, ed il suo atteggiamento irrequieto faccia supporre che stia già sorvolando il menu della cena, ecco che poi arriva la sua risposta; piena come un uovo e carica come un condensatore. E t’accorgi con stupore che lui è stato lì con te per tutto il tempo, e che se anche si fosse allontanato per qualche istante, poi è ritornato da te, in tempo per la sua battuta, dopo aver ragionato nel suo laboratorio mentale e riprogrammato qualche monologo smontato.
Quando gli domando se è mai completamente soddisfatto delle sue interpretazioni lui alza spalle e sopracciglia dando suono a un lento “Mah…” che allargandosi coinvolge gradualmente anche mani e piedi fino a farlo sollevare in una molle bolla di sapone. Articolando poi meglio i suoi roteanti “non saprei” “è difficile” “dipende” “certo che se potessi…” conclude poi dicendomi che trascorre tutta la notte (e spesso anche i giorni a seguire) ripensando a quello che ha fatto e a riflettere su tutte le altre possibilità che non si è permesso, immaginando altresì come farebbe meglio, quello che però ormai, è stato già fatto.
Lo “guardo” ascoltandolo. Qualche volta distolgo lo sguardo o chiudo gli occhi cinque secondi mentre parla. La tentazione è comprensibile. Come fa un non vedente, cerco di cogliere le forme dalle onde sonore che mi pervengono, ma le immagini olografiche che mi si creano nella camera oscura della mente sono diverse dalla realtà che mi circonda. E, ben intuibili da chiunque, sono i volti che mi appaiono in questo buio in cui tutto si muove. A seconda delle preferenze, ognuno al posto mio avrebbe visualizzato come me il viso del suo beniamino. A farmi visita in un baleno è stato l’attore che più di tutti ho nel cuore: Al Pacino. Poi a lui si sono aggiunti tutti gli altri, altrettanto immensi, a cui il nostro attore italiano ha dato la voce. Ho riconosciuto subito Dustin Hoffman, Jack Nicholson, poi Michael Douglas e a seguire altri volti sovrapposti ai primi che mischiandosi creano l’impressione di assistere all’animazione morfologica di un ritratto di Francis Bacon. Il faccione di Gérard Depardieu mi è arrivato come un treno in pieno viso. Poi altri si susseguono, apparendomi all’improvviso come fantasmi che sbucano da un armadio. Ian McKellen, Mel Gibson, Ryan O’Neal, David Hemmings, Mark Frechette, Leonard Whiting, Jeremy Irons. Riapro gli occhi. Lo ritrovo. Guardo a un settantaseienne alto un metro e settanta ma con il potere magnetico di uno sciamano metropolitano. La sua lucida consapevolezza conferisce peso e fascino alle sue astrazioni (anche se devo ammettere che, dopotutto, Giannini è uno degli artisti più pragmatici e schietti che io abbia incontrato). Per quanto riguarda vanità ed ego invece, ne è avvolto come fossero un profumo. Fili di un mantello invisibile necessario per chi svolga il suo mestiere; incensato quel poco che basta per non disturbare i nasi più fini.
Non sempre si può dipingere la volta della Cappella Sistina. Certe volte bisogna anche adeguarsi alle pareti industriali e sporcarsi le mani con colori più commerciali. Anche i grandi artisti hanno la necessità di immettere carburante nei propri motori, ed è risaputo che, più il motore è grande e più liquidi occorre loro per rimanere in moto. Fanno anch’essi parte di un complesso sistema e per funzionare hanno bisogno che i loro pistoni lavorino sempre (a prescindere da dove qualche volta conduca loro la direzione). Ecco perché oggi non giudico più alcune scelte professionali che (tornando al nostro artista), l’attore ha fatto in special modo in quest’ultimi anni. I tempi cambiano per tutti e tutti devono sapersi adeguare, in un modo o nell’altro. Ebbe ragione di affermarlo Darwin più di chiunque altro: “…la specie vivente che non si adattava si estingueva”. L’importante però è che difronte alla dissacrazione dell’arte e alla sua mercificazione a mo’ di fast food ci si inalberi con un fermo e tuonante “No!” Le caramelle zuccherine dell’intrattenimento non possono togliere lo spazio al grande nutrimento che offre la cultura.
-Peccato che qui non ho la mia macchina fotografica…- Si rammarica per un istante. La mano fruga nella tasca, trova il pacchetto di sigarette ed emerge vittoriosa. Lo tiene tra le dita ma senza ancora aprirlo, come se il rigirarselo nel palmo basti a dargli già una qualche sorta di conforto. Lì pronto come un asso nella manica c’è anche il suo accendino. Le scintille saettano ogni qualvolta il pollice fa frizionare il detonatore, ma per il momento ritarda l’innesco che darà avvio alla successiva fiamma che lo consolerà per qualche minuto. La sua passione per la fotografia è da collegare anche al suo interesse per la tecnologia che, in un clic è capace di azionare un preciso meccanismo in grado di catturare nel suo nucleo di celluloide l’irripetibile istante che, con acidi e pazienza sviluppa poi sulla carta tutta la sua alchemica poesia. Così come anche la macchina da scrivere o il cannocchiale che avvicina la luna all’occhio, la sua macchina fotografica gli da l’impressione di sintetizzare l’attimo fuggente nell’inquadratura e, sospendendo il cuore nel respiro mettere a fuoco la realtà e dirsi: “…questa è la vita.”
Giancarlo Giannini, divo del cinema che nel 1973 ha ricevuto il Prix d’interpétation al Festival di Cannes oltre a una candidatura agli Oscar nel 1976, sei David di Donatello, cinque Nastri d’Argento, cinque Globi d’oro , una stella sull’Italian Walk of Fame di Toronto, per non dimenticare l’onorificenza conferitagli nel 2003 come “Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana” si sente sempre un perito elettronico in attività, e con simpatica fierezza ne parla con gran cognizione e disinvoltura. Tanto è radicata questa sua appartenenza all’antica e sapiente “società dei costruttori”, e tanto ciò lo inorgoglisce e rassicura (più di qualsiasi attestato cinematografico) che, mentre mi racconta di invenzioni da lui brevettate, aneddoti e tecnologie in continuo corso di perfezionamento, mi lascio simpaticamente prendere dall’immaginazione e, mentre lui mi sta parlando delle potenzialità inespresse del digitale, io mi raffiguro un mondo tutto diverso e segretissimo che si cela dietro l’identità ufficiale e conclamata del nostro amato attore internazional-popolare. Immagino infatti uno Stargate di tecnologia semi-aliena nascosto nelle cripte della cappella di San Severo dietro cui l’ex incolto Mimì metallurgico (ora diventato nientepopodimeno che Gran Maestro Delle Arti in Progresso) dispensa i suoi impenetrabili ed intricati insegnamenti agli adepti seduti in cerchio intorno all’originale marmo del Cristo velato che solo pochi eletti hanno il privilegio d’interrogare.
<<…Sono diventato attore “per caso”>> Dal flusso di parole estrapolo questa frase. –Da ragazzo volevo fare il costruttore di aeroplani! – Dice. “ Costruttore…” Penso. La parola fa’ ripartire degli ingranaggi nella mia mente.
–…La vedrei bene ad interpretare Raimondo di Sangro, VII principe di San Severo – Gli faccio io. Lui, stupito per la seconda volta, si torce verso di me a scatti, come il Mosè voltato da Michelangelo, lentamente, un centimetro dopo l’altro a suon di martello e scalpello. Poi corrugando la fronte, inquisitorio e sospettoso mi domanda: -…E tu che ne sai ?!-
La soluzione è in Susy Mennella. Mia cara amica grazie alla quale ho potuto incontrare l’artista. Lei ed io ci siamo conosciuti quasi otto anni fa sul set di una serie realizzata a Napoli. Già all’epoca Susy mostrava una dote particolare per l’organizzazione ed una predilezione per il fantasioso mondo Felliniano. Giulietta Masina, per quel che so, è sempre la sua creatura ispiratrice, tutt’ora infatti, ogni qualvolta la incontro, non riesco a non pensare alla coppia Fellini-Masina. Non so, sarà per quella sua voluminosa sciarpa a mo’ di pitone attorno al collo che indossa volentieri fino ad aprile; sarà forse per quella sua perenne sigaretta pendente dalle labbra maliziose; o per quei suoi occhiali scuri sempre davanti agli occhi malinconicamente azzurri; o saranno probabilmente quei suoi capelli color dei papaveri tra la paglia sempre un po’ indomati sotto la bombetta di feltro o mal trattenuti da forcine dietro la nuca; ma insomma sta di fatto che ancora tutt’ora quando la incontro, vedo prima un mix di caratteri che si combinano tra loro (includo anche Lina Wertmüller e Bob Dylan oltre agli altri due già citati) e dopo, nel chinarmi per salutarla, scopro lei: Susy. Susy “Monella”, come affettuosamente la chiamo io. Susy, la riservatissima attrice. L’autrice di poche parole. La regista riflessiva. La produttrice pragmatica dal polso e dal cuore di ferro. Alcuni anni addietro insomma, parlando di vari progetti stesi sulla carta mi rivelò la sua intenzione di voler svegliare uno di questi e metterlo in piedi per farlo camminare. Voleva realizzare un ambizioso film sulla vita dell’esoterista, inventore, anatomista, alchemico, massone, militare, letterato ed accademico italiano, principe Raimondo di Sangro; e ad interpretare questo luminare dott. Frankenstein voleva fosse proprio il suo amico e maestro Giancarlo Giannini.
…Ma tu guarda ora chi arriva! Neanche a farlo apposta, adesso, in questo esatto momento, come se le sue antennine da Teletubbies avessero captato questi miei fugaci pensieri emessi tra le note di una chitarra che viene accordata, ecco che la vedo fare ingresso nel nostro campo visivo, in perfetto tempo scenico con il racconto, vestita come suo solito, in un casto nero Charlot da pellicola muta. Da basso attira la nostra attenzione per chiederci (adoperando l’universale ed inequivocabile gesto sintetico dell’indice unito al pollice come ad afferrare un’immaginaria e fragrante tazzulella ‘e café che va’ accostandosi alla bocca) se magari gradiamo un espresso prima di prepararci all’inizio del live. (*Sinceramente quanto quell’offerta fosse pervasa da una reale gentilezza o fosse semplicemente condita di sottile sarcasmo, io questo ancora oggi non lo so, ma… ) sta di fatto che Giannini ed io apprezziamo golosamente l’offerta e a nostra volta rispondiamo con altrettanti gesti pantomimici promanati con effetto nell’aria. Io le mando un plateale bacio appena deposto per lei sulla punta delle dita mentre Giancarlo fa con la mano un movimento regale e allo stesso tempo malandrino; una sorta di gesto figlio della commedia dell’arte che a me fa immediatamente pensare a un Pulcinella 2.O appena rientrato a Napoli dall’America.
Il suo telefono trilla. Alla seconda notifica pigramente lo estrae dalla giacca e lo consulta.
– È Clooney… – Mi dice dopo un po’. – Devo raggiungerlo in Sardegna per parlare del film. – Lo silenzia e lo ripone nella tasca interna della giacca.
Giù, sulla Terra, i flash dei fotografi attirano la nostra attenzione. Un tiepido capannello di persone si addensa e si dissolve intorno ad una coppia di figure indistinte man mano che queste vengono salutate. La distanza non ci permette di mettere a fuoco ma quando gli obbiettivi dei cameramen retrocedono per inquadrare i soggetti gradualmente recuperare la propria intimità andandosi a sedere un po’ in disparte nella vastità delle gradinate che li circondano, allora riesco a focalizzare i loro volti. L’idea di chi possano essere ora mi è più nitida e così, per educazione, informo anche Giannini che malgrado la sua acutezza, non ha più la vista di un giovane. –Sono il sindaco De Magistris e la consorte.- Uso la voce con discrezione anche se ad ascoltarci non c’è che una piccola, scarlatta coccinella. Giannini li osserva sistemarsi, il modo in cui sfogliano la situazione senza parlare; osserva come si rapportano al posto senza esprimere emozioni. Da esperto conoscitore del linguaggio del corpo attende curioso di intravedere qualcos’altro nei coniugi, oltre alla normale abitudine al fastidio che anche questi hanno sviluppato. La donna fruga nella borsa per evitare di porgere il viso ai fotografi e l’osservatore scientifico aguzza maggiormente la vista per essere più accurato nell’analisi. Nel frattempo l’uomo mostra un atteggiamento più sicuro, ostenta una postura rilassata e insieme patronale, ma il suo mento lo smentisce alla grande invece. Non ne vuole ancora sapere di abbassarsi infatti. La maschera facciale finge di non volersi distogliere dalle ultime evoluzioni del tramonto sul mare, ma la verità è sottopelle, nascosta nel respiro che il petto del sindaco suggerisce a chi sa scorgerlo. Sorriderei a tutto ciò se non provassi una strana ansia. Quel che era soltanto una semplice curiosità iniziale pare ora si sia trasformato in uno studio antropologico più elaborato e profondo. Nel frattempo la coppia reale non si è scambiata ancora neppure una parola. Per tutto il tempo sono stati complici silenziosi senza aver rivelato neanche l’ombra di un’emozione; ma quel continuo “trattenere” (un fine esperto lo sa), rivela più di quanto possa un sopracciglio alzato o una bella risata retroilluminata fare! L’analisi dei caratteri continua. La signora Mariateresa Dolce fa qualcosa. Sembra sistemarsi un bracciale che le stringe il polso; il marito invece, approfittando di questo diversivo aggiunge all’azione della moglie anche la sua parte di recitazione. Controlla l’orario, con marcata disinvoltura, improvvisando un pensiero che però resta vago e crolla immediatamente dopo sui suoi pantaloni stirati. Si volta, un po’ a destra e un po’ a sinistra. Fa una panoramica del luogo senza però mai offrirsi ad altri sguardi, ad altri potenti obbiettivi fotografici, ad altri conoscenti e commenti. Li osserviamo ancora per qualche secondo prima di tagliare questa pellicola e dare uno stacco definitivo a questo film. Avviandoci sul finale tra l’altro mi accorgo di aver empatizzato un po’ troppo con i soggetti esaminati, tanto da aver provato un soffuso senso di imbarazzo, oltre all’apprensione. La tensione tra il giorno e la notte par aumentare con l’accendersi di migliaia di piccolissime luci nel golfo della città, e l’attore in tutto questo vibrare di vite che lo circonda sembra essere coinvolto, ma allo stesso tempo, distaccato. Il sindaco di Napoli con la moglie ora escono dall’inquadratura. Fermi, vicini e isolati. Giannini si ridesta, sospira, torna in sé. Qualche pensiero lo graffia, aggrotta la fronte, si sporge in avanti appoggiandosi con i gomiti alle ginocchia, annuisce. –Gli studiosi dell’università di non ricordo più quale città condussero una ricerca una volta- Stranamente parla piano. -Chiesero ad una moltitudine di persone di etnia, età e nazionalità diverse, quale tra tutte le paure, fosse per loro quella più grande.- Sospende così. I suoi occhi si soffermano sulle punte lucide delle sue scarpe nere, in silenzio. –Secondo te, qual è stato l’esito di questa statistica?- Guarda l’orologio senza sollevarsi dai gomiti. Lo faccio anch’io e mi accorgo che siamo a limite, abbiamo appena sforato di cinque minuti ma considerando che la gran parte del pubblico sta ancora fluttuando nella brezza salmastra della sera, allora non ci preoccupiamo più di tanto. –…Suppongo la paura di essere dimenticati- Mi guardo istintivamente i palmi delle mani. Forse per sentirmi più in contatto con una parte di me. -Di rimanere soli davanti alla morte.- Queste mi sembrano le due opzioni più ovvie al momento. –No.- Risponde lui. – È buffo ma la paura più comune è quella di parlare in piedi difronte una folla di persone che ti guarda.- Sorrido… -Caspita!- Esclamo alquanto sorpreso. –Dunque allora anche le paure principali dell’uomo cambiano con l’evolversi dei tempi?- Domando un po’ scherzando. –Pensavo che certi stati emotivi primordiali rimanessero radicati per sempre…-
I caffè arrivano gentilmente portati fino a noi da un dedito e svelto Max che però al suo sorriso non riesce ad aggiungervi molto altro tanto è il fiatone che, poverino, ora lo assale. –….Ah, che bellezza! Grazie… Ci voleva proprio! – Lo gratifica con calorosa compartecipazione di voce e moine. –Sulo a Napule ‘o ssanno fa’!- Il sorriso dell’attore si espande in una fragorosa e coinvolgente risata. Il fanciullo in lui rievocato adesso è in festa ed è un piacere contagioso assistere a queste sue improvvise spatolate di colore vivace. –Vieni qua Max, siediti un po’ con noi. Il tempo di un’ultima sigaretta e scendiamo.- Contrapposti ai cupi corvi dell’anima ora strabordano, quasi stridendo, i vivi gialli e cobalto che prorompono dal suo essere, quasi che venissero eruttati da un’intensità d’animo tumultuosa simile a quella di Van Gogh. Dalla lapide frantumata al cielo stellato il dolore ci impiega lo sforzo di una reazione a svettare e avvolgersi intorno agli astri, e trasformare pozzi neri in energia pirotecnica, tangibile e utile. Per amor proprio o quello della sua “missione”, l’artigiano trasforma la propria frattura in arcobaleno sulla tela dell’arte. -Sarebbe meglio iniziare a microfonarsi Boss!- Suggerisce l’organizzatore e socio di Susy Mennella, il produttore romano Massimiliano Cardia. A questo punto Giannini chiude la porta della sua cattedrale interiore e si tira su in piedi per sgranchirsi le gambe e farsi leggero.
-Dove finiamo a cena stanotte?- Domanda l’attore piazzandogli un’amichevole pacca sulla spalla. – Anche stavolta capiti benissimo Boss. Tu con me non c’hai da preoccupatte !- -Ah ah ah… Lo so! Lo so! Mascalzone… Con Max non c’è da preoccupasse, mai!- La scintilla dell’accendino gli avvampa il volto di ambrato fulgore, poi un diamante rosso arde nella punta della sigaretta ed è subito piacere. –Abbiamo prenotato al borgo marinaro di Santa Lucia; ce maagnamo un pesce alla griglia tanto per comincià e poi c’abbiniamo un vino per continua’; il Transatlantico fa’ dei guazzetti da leccasse le dita.- -Ah vedi! Alla fine questi sono i veri piaceri della vita. – Rivolgendosi a me. –Il buon cibo, l’amore e la poesia.- Mi offre la mano, gliela stringo, poi ci scambiamo un mezzo sorriso e va’ via. Succede tutto in pochi attimi. Non ho neanche il tempo di rendermene conto. Solo quando li vedo incamminarsi verso la gradinata centrale e il batterista in proscenio batte tre volte le bacchette per dare il tempo, allora realizzo che ci siamo appena salutati. –Giancarlo…- Pronuncio debolmente, poi deglutisco. Mi schiarisco la voce e lo chiamo con più fiato. –Maestro! Un attimo solo…- Massimiliano mi ha sentito, gli tocca la spalla facendogli segno di fermarsi. Si voltano. La musica intanto è partita e i musicisti stanno dando avvio alla serata. Faccio qualche passo in avanti e protendendomi verso di loro do voce a quella che per me è la più importante di tutte le domande. –Mi dica un’ultima cosa…- Lui si porta una mano all’orecchio per farmi capire che mi sente appena, allora faccio ancora qualche passo in avanti finché i gradoni me lo permettono e gli direziono la domanda scandendo il più possibile le mie parole. –COS’È CHE DELLA NOSTRA VITA RESTA “PER SEMPRE”… ?- Giannini rimane immobile per qualche secondo, in un silenzio riflessivo, come se a sua volta stesse interrogando il suo microcosmo interno e attendesse un’illuminazione dalla coscienza. Il suo capo mostra un lieve cenno verso il cielo e la sua bocca si prepara a parlare quando un lontano applauso comincia a salire dal basso e salendo raccoglie anche gli altri che incontra nutrendosi di loro come un principio di valanga si nutre di ogni singolo cristallo di neve che trova lungo il suo percorso; e così in questa caduta al contrario il frastuono dell’applauso si gonfia e ci sommerge, riempendo di crepitii scroscianti e rulli di tamburo tutta la cava dell’anfiteatro. Io resto allibito. Le sue parole si perdono nel clamore della folla. Giannini a quel punto alza una mano come a indicare di nuovo qualcosa nel cielo, ma poi, lasciata la risposta nell’aria modifica il gesto allargando le dita in segno di arrivederci, e muovendola come comunemente lo si fa per un saluto si volta lentamente verso il suo pubblico, che finalmente accortosi di lui ora lo acclama a gran voce. Confuso e stordito lo osservo scendere verso il suo palco. Giulio Cesare ed il suo caro Marco Antonio che lo segue alle spalle. Ora lo spettacolo della retorica (penso), può davvero avere inizio!

Ore 02:00

Mentre guido verso casa con il vento tra i pensieri alla radio trasmettono The sky is Crying di Coleman. Alzo il volume e spengo i fari per sparire qualche minuto dal mondo. Mi isolo dalla città e non lascio traccia sulla strada del mio passaggio. La vita è un breve viaggio che va assecondato senza badare troppo ai segnali stradali che ci obbligano ad esser prudenti perché tanto questo viaggio ci porta un po’ dove pende la strada nel momento in cui passiamo, e non c’è una velocità giusta o una curva sbagliata: ci sono soltanto ruote che girano e sensazioni sotto il volante. E i fari qualche volta vanno spenti per evitare di rendersi conto che lì dove stiamo andando non è dove vorremmo dirigerci veramente ma soltanto un posto che usiamo come rifugio, un parcheggio momentaneo dal dolore e dalla vergogna del nostro disastro. La macchina fila come una biglia sul velluto steso dalla notte seguendo l’orbita del sogno e anche se non ci sono ancora ponti che mi riconducano alla felicità che desidero, io continuo a guidare tra asfalto e cielo stellato, tra passato e presente; andando a sensazione dove mi si rivelano impercettibili tinte di albe future.

Antonio Palmese Informare online

di  Antonio Palmese

 

Print Friendly, PDF & Email