parasiteoscars.6

Parasite: Oscar, razzismo, Hollywood, Trump

Lorenzo La Bella 06/03/2020
Updated 2020/03/06 at 6:43 PM
6 Minuti per la lettura

Gli Oscar 2020. Nome equivoco, visto che celebrano i migliori film del 2019, ma sorvoliamo.

Il mese scorso ho scritto un pezzo sulla vittoria di “Parasite” a questi Oscar—un film ferocemente anticlassista e anticapitalista che si porta a casa Miglior Film (standard e Internazionale), Miglior Regia e Sceneggiatura Originale, in una cerimonia che celebra la forma d’arte più spudoratamente votata al capitalismo (prima dell’invenzione dei videogiochi, si intende)…e per di più un film in lingua non inglese.
Eh già, perché Hollywood tende ad essere americanocentrica, premiando al massimo i film britannici. Non per nulla esiste l’Oscar al Miglior Film Straniero (da quest’anno ribattezzato Internazionale); l’intenzione del premio è evidente già nel nome: premiare i film non provenienti dall’Anglosfera, e non ci può essere un unico Miglior Film dedicato a tutto il mondo, al contrario di altre cerimonie come Cannes o Venezia.

A questo punto dovrei aggiungere che “Parasite” ha un’altra particolarità: è un film coreano, con un cast interamente coreano. Sembra un particolare scontato, cosa da poco: ma osserviamo meglio il quadro della situazione. Tutti i film candidati a Miglior Film erano il frutto di registi/produttori bianchi (con l’eccezione del meticcio Taika Waititi per “Jojo Rabbit”, il quale comunque oltre ad essere Maori ha anche sangue ebreo ed irlandese), e questa è la norma non solo per gli Oscar, ma per Hollywood in generale. Per questo la vittoria schiacciante di un filmmaker asiatico è stata giudicata epocale; l’unico altro filmmaker non bianco ad aver vinto per Miglior Film è stato Steve McQueen per “12 Anni Schiavo” nel 2012, e il premio esiste dal 1929.
Un premio che ufficialmente celebra l’eccellenza del cinema mondiale, eppure non lo rispecchia, perché il mondo è, spoiler, in prevalenza non bianco. Dei sette miliardi e mezzo di persone su questo pianeta, cinque e mezzo sono africane o asiatiche.
Ma direte voi, l’America è comunque in maggioranza (scarsa) bianca, e gli Oscar sono americani. Il problema è che gli Oscar e Hollywood non fanno che riflettere un problema americano, ossia il razzismo endemico che ancora costringe molti più afroamericani di bianchi nei ghetti, nelle prigioni, in posti continuamente subalterni.
Il film che ha segnato la nascita di Hollywood è stato “Nascita di una Nazione”, ed è uno dei film più razzisti della storia, con afroamericani interpretati da bianchi truccati e rappresentati come stupratori senza cervello.

Ci sono voluti cinquant’anni per avere personaggi di colore che non fossero vittime, con film come “Indovina Chi Viene a Cena” e “La Lunga Notte dell’Ispettore Tibbs”, ma si trattava comunque di film in prevalenza scritti e diretti da bianchi. Solo negli anni ‘70 il movimento della Blaxpoitation diede possibilità a filmmaker di colore di rappresentarsi in film per il grande pubblico nella maniera in cui vedevano sé stessi e i problemi razziali e sociali dalla propria prospettiva.
Ma come se non bastasse, ci sono voluti altri dieci anni perché il cinema afroamericano sociale venisse conosciuto anche dal pubblico ‘mainstream’ (leggi: bianco), e principalmente la gente oggi conosce solo Spike Lee e (a volte) Jordan Peele (perché ha vinto l’Oscar alla Miglior Sceneggiatura 2017 con “Get Out”).
Questa enorme disparità è frutto di duecento anni di schiavitù, cento di segregazione e altri cinquanta di continua esclusione ed emarginazione economica e istituzionale su base razziale. L’industria cinematografica americana è nata in piena segregazione, dove l’idea di un bianco che aveva amici/colleghi non bianchi era blasfema.
Di conseguenza, anche i cineasti più liberali si sono ritrovati ad avere cerchie di amici/colleghi bianchi e quindi a promuovere nuove leghe bianche, salvo rari casi, di conseguenza si è arrivati alla sotto-rappresentazione odierna, che è comunque un enorme passo avanti…rispetto a cento anni fa.
E visto il clima di nazionalismi, sovranismi ed estremismi in cui viviamo, questa soppressione di voci non fa che esacerbare le tensioni già presenti nella società.
Per questo a mio parere dobbiamo ricercare e celebrare media prodotti da creatori ‘esclusi’ e non riconosciuti, per arricchire il nostro orizzonte e permetterci di attraversare questi tempi turbolenti nella maniera migliore possibile.
E poi c’è Trump che si lamenta di “Parasite” e dice che rivuole indietro “Via Col Vento”, che è un’opera in cui i buoni sono gli schiavisti e il Ku Klux Klan. Strano, mi chiedo perché gli piaccia così tanto.

di Lorenzo La Bella
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°203
MARZO 2020

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *