Paolo Vezzani: Sempre avanti, mai indietro

Ci sono storie che sono destinate ad essere ricordate nel tempo per la loro grandezza, imprese che sono diventate esempi di vita, capaci di distruggere limiti e barriere, di sdoganare concetti e paure. Quando Paolo Vezzani ha iniziato a raccontarmi la sua storia, ho avuto la sensazione di essere di fronte ad una persona dalla forza spaventosa. Ogni minuto passato a parlare con lui è stato decisivo per capire ciò che realmente quest’uomo rappresenta: un esempio di forza e di tenacia.

Paolo ha scoperto di avere un tumore circa sei anni fa, una mattina come tutte le altre. Il sarcoma che lo ha colpito gli ha portato via prima una gamba e poi un’anca. Una vita stravolta, ma non distrutta. Paolo ha saputo raccogliere ciò che di più intenso c’è nella nostra stessa esistenza: la voglia di vivere. Questa sua propensione alla vita lo ha portato a percorrere 600 chilometri con una carrozzina, a non dire mai no a qualsiasi possibilità gli si ponesse davanti. Nel suo libro “Sempre avanti, mai indietro. La mia vita alternativa” pubblicato da DIARKOS, Paolo ci spiega come è nata la sua impresa e come essa debba diventare un esempio di forza per tutti colori i quali si ritrovano a vivere una situazione simile alla sua. 

Chi è Paolo Vezzani?

«Paolo Vezzani oggi è una persona totalmente diversa, rinata nel 2015. Durante quella che io definisco come la mia prima vita”, mi reputavo un ragazzo come tanti. Avevo una ragazza, un lavoro e degli amici. Non pensavo molto al senso stesso dell’esistenza, non avevo molte preoccupazioni. Nell’altra vita, quella che ho iniziato a vivere dopo il tumore, posso dire di esser diventato un uomo nuovo, che guarda l’esistenza più nel profondo e che non  nulla per scontato. Oggi mi reputo una persona chiamata a portare un messaggio di forza e di speranza nel mondo».

Come hai scoperto di avere un tumore?

«Mi sono accorto che qualcosa non andava una mattina del 2014, quando provai a mettere una gamba giù dal letto e, d’improvviso, mi ritrovai a terra. Scoprii in seguito di avere un sarcoma, un tumore che non lascia tracce nel sangue, difficile da scovare».

Informareonline-Vezzani-2-minLa tua è un’impresa unica nel suo genere, un esempio di attaccamento alla vita e di sana caparbietà. Ti va di raccontarcela?

«L’idea è nata davanti ad un tavolino di un pub, mentre bevevo una birra con Max Temporali, famoso commentatore Sky della Superbike. L’idea di un’impresa di questo tipo era qualcosa che avevo dentro già da tempo. Avevo voglia di dare una scossa al mondo, di mandare un messaggio. Cominciai, quindi, ad allenarmi duramente, calcolando tutto nei minimi particolari. Creai uno staff che comprendeva anche un meccanico e un fisioterapista. Partimmo il 1° aprile, sfruttando la mancanza di tir sulla strada. La prima tappa fu Verona. Da lì in poidecidemmo di percorrere interamente la pista ciclabile dell’Adige. Dopo alcune difficoltà riscontrate sul Brennero a causa della neve alta, riuscimmo ad arrivare in Austria percorrendo un tratto di strada in discesa a 70 km/h, per poi giungere finalmente alla nostra destinazione: Monaco di Baviera. Tutto ciò con una classica carrozzina pieghevole dotata di ruota servoassistita. Un’impresa durata cinque giorni e realizzata anche grazie al supporto del dottor Claudio Costa, fondatore della Clinica mobile».

Henry Miller sosteneva che “la propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose”. Si può dire che questo viaggio ha cambiato la tua visione dell’esistenza?

«Certo. Quest’impresa è stata la chiusura di un percorso iniziato quando ho scoperto di avere un tumore. Un processo di cambiamento interiore per me decisivo. Sono sempre stato un tipo di persona che, quando si mette in testa un obiettivo, cerca di raggiungerlo in tutti i modi possibili. Percorrere più di 600 km in carrozzina era una sfida che volevo vincere a tutti i costi. Come ti dicevo prima, ora sono una persona migliore».

Paolo Vezzani è molto attivo sul sociale, specialmente sul fronte della battaglia ai tumoriHai collaborato, infatti, alla nascita dell’associazione ARCS. Parlami di questa associazione e degli obiettivi che consegue.
«Dalla mia esperienza ho imparato che nella vita, nonostante le difficoltà, si possono ottenere risultati incredibili. È questo il messaggio che cerco di portare negli ospedali, a quelle persone che stanno per iniziare un percorso simile al mio. La voglia di vivere e di mettersi in gioco è fondamentale. Ho dato tutto me stesso nel collaborare alla creazione della Onlus ARCS, che promuove finalità di solidarietà sociale nei confronti di persone affette da un tumore dell’apparato muscoloscheletrico. Cerchiamo di offrire assistenza sociosanitaria e finanziaria a soggetti più deboli, oltre a dare un sostegno alla ricerca scientifica nel settore dell’ortopedia oncologica.
di Antonio Bucciero 

 

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