“Predicare è commuovere”, altrettanto è recitare. Se poi si portano in scena le prediche di un Santo come Francesco, capace di attirare laici e fedeli, la pelle d’oca è assicurata.
Ce ne dà prova Oscar De Summa con il suo ultimo spettacolo, Il Frate, tratto dalla sceneggiatura sulla vita di San Francesco d’Assisi di Roberto Roversi, in scena presso il Teatro Civico 14 di Caserta.
La lettura degli estratti più significativi dell’opera ci restituisce una figura potente, controversa, terribilmente umana nelle sue fragilità, il tutto accompagnato da un sottofondo musicale attentamente selezionato. Fra note tranquille, tetre, nervose, incalzanti, si staglia un monologo che sembra trascinare la platea all’Umbria del ‘200, permettendole di percorrere i passi dell’uomo mite, speranzoso, fedele, ma anche turbato, distrutto, dilaniato quale era San Francesco, condividendone le emozioni.
Scelta atipica quella di portare in scena la vita di un santo come Francesco, della quale abbiamo parlato con il suo ideatore e protagonista, Oscar De Summa.

Oscar, hai portato in scena Riccardo III, Stasera siamo in vena, adesso ‘Il Frate’, spettacoli diametralmente opposti. Perché questa scelta?
«In realtà alla base c’è sempre una spiritualità sottesa. In “Riccardo III” ci sono degli intermezzi in cui io, Oscar, dichiaravo di aver paura che mi stessero costruendo un mondo da sognare; “Stasera sono in vena”, invece, si conclude con Alleluja di Jeff Buckley, segno di gratitudine per essere ancora vivo nonostante l’inferno vissuto.
Ma se prima era possibile sottendere la parte spirituale, adesso è necessario esplicitarla, poiché è cambiato il periodo storico, ecco il motivo della scelta di San Francesco. Era un “giullare di Dio”: voleva commuovere più che indottrinare, voleva che le persone imparassero non dai libri, ma dalle esperienze di vita, quasi assenti in quest’epoca digitale. Ho voluto, quindi, utilizzare la sua figura per ridefinire un’etica dello stare al mondo».
Roversi attraverso la sua penna rilegge San Francesco in maniera differente. Quale aspetto di questo Santo hai sentito più tuo?
«Ho sentito molto vicina a me questa riflessione su come fare arte, a cui anch’io penso spesso e di cui, secondo me, Roversi ha parlato attraverso San Francesco.
Roversi affermava che era necessario che la poesia viaggiasse, che uscisse dai libri per incontrare le persone e lui stesso usava canzoni o cortometraggi per accompagnare i suoi scritti, proprio per portare la sua poesia “fuori”. Oggi, invece, c’è il rischio che la macchina commerciale mangi quel briciolo di luce che noi ricerchiamo quando andiamo a teatro, ad un concerto, ad una mostra, quindi è necessario difendere le forme d’arte».
San Francesco era amato perché riusciva a rispondere alle esigenze della popolazione del tempo. Pensi che un San Francesco moderno riuscirebbe ad attecchire oggi?
«Secondo me sì, se parlasse col cuore. C’era un frate, Thích Nhất Hạnh, con una storia simile a quella di Francesco: non era accettato dal buddhismo perché non era ortodosso in tutte le sue azioni, ma ad ascoltarlo c’erano migliaia di persone provenienti da tutte le parti del mondo e di tutte le estrazioni sociali, accomunate dal bisogno di ri-attingere ad una fonte.
È come se ci mancasse la direzione, come se non sapessimo più in che modo stare al mondo, perciò secondo me modelli di vita simili possono ancora attecchire».
Progetti e aspettative per il futuro?
«Sono in un momento di grande crisi. Mi sto occupando dell’avvento dell’era della digitalizzazione ma se prima sapevo cosa volevo portare sulla scena e in che modo, ora capisco che quel mondo è finito e sono alla ricerca di una forma nuova. Non si tratta di cambiare il mio linguaggio, ma di comprendere il ritmo interiore del pubblico per farlo proprio.
Questo significa, però, rischiare di non avere in scena abbastanza tempo per raggiungere profondità emotiva, quindi sono alla ricerca di una soluzione».

di Teresa Coscia

TRATTO DA Magazine Informare N°191
Marzo 2019