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Diritto d’asilo in Grecia e orrori nei campi profughi: il racconto dall’interno

Redazione Informare 12/10/2022
Updated 2022/10/12 at 10:45 AM
8 Minuti per la lettura

Orrori nei campi profughi della Grecia: il racconto dall’interno e l’analisi giuridica del diritto d’asilo

IL DIRITTO D’ASILO NELLA STORIA

La drammaticità degli esodi forzati, determinati da motivi politici, etnici e religiosi è un’onta che macchia l’intera storia dell’umanità. È solo in seguito al secondo conflitto mondiale, però, che si è iniziata a percepire la necessità da parte degli Stati, tutti direttamente o indirettamente coinvolti dal problema, di intervenire. Il diritto d’asilo nel panorama internazionale debutta per la prima volta nel 1948, all’interno dell’art 14 della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo ONU. Sulla base del sopracitato art 14, nel 1951 a Ginevra fu adottata la Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, ad oggi sottoscritta da 147 paesi.

Nei decenni successivi, poi, altre Carte e Dichiarazioni sono state adottate anche a livello continentale, soprattutto nell’ambito dell’UE, che, a partire dal 2015 con l’Agenda Europea si è adoperata con nuove iniziative per la gestione delle frontiere, la protezione e il controllo dell’immigrazione irregolare, destinando agli Stati membri risorse finanziare adeguate a fronteggiare l’emergenza in un’ottica di solidarietà. Tuttavia l’attuazione delle normative vigenti ha incontrato non di rado delle difficoltà: in paesi UE come l’Italia e la Grecia il problema può dirsi tutt’altro che arginato.

In tale contesto, a far precipitare drammaticamente la situazione contribuisce una scarsissima informazione sulla durissima realtà affrontata dai profughi, dalla partenza all’arrivo nei campi.
Francesco Perna è un vigile del fuoco, un papà e soprattutto un volontario di Stay Human ODV, un’associazione no profit impegnata da anni nella difesa dei diritti umani dei profughi, attiva in Italia e soprattutto in Grecia.

IL RACCONTO ALL’INTERNO DEI CAMPI PROFUGHI GRECI

Di cosa si occupa e in che modo opera Stay Human?

«Stay Human nasce per aiutare, aiutare concretamente i profughi, coloro che per ragioni a loro non imputabili sono costretti ad abbandonare tutto quello che hanno per partire, spesso a piedi o con mezzi di fortuna, verso una vita che sperano essere più dignitosa. Purtroppo, però, quando finalmente arrivano alle tanto anelate frontiere dell’UE – e mi riferisco soprattutto alla Grecia, perché è lì che ho operato in prima persona – piuttosto che trovarsi alla fine, si ritrovano all’inizio di un dolorosissimo viaggio, piuttosto che trovare accoglienza, trovano usurpazioni, violenze e fili spinati. Noi volontari interveniamo sul campo distribuendo beni di prima necessità, progettiamo interventi di sensibilizzazione nei paesi accoglienti a partire dalle scuole, cerchiamo, quando è possibile, dialogo con le istituzioni».

Quali sono le condizioni di vita nei campi profughi greci?

«Nei miei interventi non sempre sono potuto entrare materialmente nei campi, dal momento che a partire dal 2019 il Governo greco ha chiuso il dialogo con le associazioni umanitarie, precludendoci la possibilità di entrare, proprio per evitare che registrassimo e riportassimo ai media quello che vedevamo, notizie che avrebbero potuto influenzare negativamente anche il turismo greco, dal momento che i campi sorgono non molto lontani dai principali luoghi di interesse del paese. Molti report, quindi ci sono stati dati da altre associazioni che erano riuscite ad accedere ai campi.

Le condizioni di vita sono drammatiche, completamente e assolutamente disumane.

Anzitutto i campi sono, anche visivamente, dei luoghi di prigionia: circondati da fili spinati, nessuno può lasciarli prima di aver ottenuto i documenti necessari. Il problema è che per ottenere uno stralcio di documento devono passare anni, considerando che, sulla base dei tempi richiesti dalla burocrazia greca, 2 anni e mezzo è il tempo medio SOLO per attivare la procedura di richiesta asilo. Le condizioni igieniche sono aberranti: giusto per fare un esempio, nel 2019 in un campo di Chios c’erano 6mila rifugiati con a disposizione 18 bagni in totale; i morsi di serpenti, ratti e insetti ai bambini non si contavano, e non tutti sempre riuscivano a sopravvivere.

In tali condizioni la criminalità dilaga e abbiamo avuto notizia di case container nelle quali venivano chiusi a chiave i bambini fino ai 12 anni la notte per evitare che fossero stuprati. Dal punto di vista alimentare non ricevono assolutamente mai nulla di fresco, la frutta è un miraggio.

L’assistenza sanitaria non è garantita, se non per il pronto soccorso. Riguardo l’istruzione, nei campi medio-grandi ci sono solo gli asili nido, anche loro circondati da ulteriore filo spinato (concretamente inutile) proprio per dare l’idea fin da piccoli che il loro è uno stato di prigionia, perché sono irregolari, illegali, reietti. Parliamo di milioni di persone che vivono condizioni fisiche e psicologiche estremamente fragili e per questo facilmente plagiabili con idee integraliste e radicali, e ciò va solo ad alimentare ulteriormente la falsa informazione che li vuole tutti criminali e la conseguente crescente xenofobia. È un cane che si morde la coda».

Quali sono a tuo avviso le cause di questa situazione?

«La causa è di natura economica, niente di più. La burocrazia greca è così lenta perché è economicamente conveniente tenerli lì per il più lungo tempo possibile: le risorse finanziarie che arrivano dall’UE per ciascun profugo sono molto alte, le somme investite per il loro mantenimento, invece, sono veramente irrisorie. La differenza tra quanto ricevono e quanto investono è puro guadagno per gli amministratori dei campi e per le istituzioni. Mi sono sentito dire che, dal momento che a seguito della bancarotta greca, l’UE li aveva strozzati di debiti, loro si sentivano addirittura autorizzati a riprendersi dall’UE stessa quei soldi. Il problema è che lo fanno a spese di milioni di vite umane».

Dalla tua esperienza, tra i paesi accoglienti ce n’è uno che abbia un modello virtuoso?

«Assolutamente. La Germania, che anche stavolta è esempio di efficienza. La volontà di integrare immediatamente le persone che arrivano nell’ambito del tessuto sociale e produttivo tedesco è testimoniata dall’estrema celerità con cui si ottengono tutti i documenti: entro 10 giorni si hanno i documenti provvisori e si inizia già il corso di tedesco. Ridurre le distanze linguistiche, sociali e culturali tra i profughi e i cittadini è di fondamentale importanza per un’effettiva integrazione e per garantirgli una reale opportunità di vita».

di Benedetta Guida e Mariella Fiorentino

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