Oro Dentro: la storia di Fabio Maniscalco nell’inferno dell’uranio impoverito

Fabio Maniscalco a Sarajevo

Fabio Maniscalco, ex ufficiale dell’esercito italiano, nasce a Napoli nel 1965 e, durante tutta la sua vita, si troverà a fare i conti con quella che sembra essere una vera e propria vocazione: la salvaguardia dei beni nei territori in crisi bellica. Un lavoro incessante che lo ha portato anche ad essere candidato come Premio Nobel per la Pace nel 2008. Nel ’96 Fabio parte per una missione di “pace” a Sarajevo, in Bosnia. In quel territorio è in corso una pericolosa guerra civile, a cui la NATO risponderà con proiettili caricati con l’uranio impoverito. L’esposizione a questi scarti nucleari è altamente rischiosa e le caratteristiche chimiche possono essere tossiche se inalate e o ingerite. Il rischio aumenta decisamente se si è esposti quasi direttamente alla deflagrazione. Linsieme delle malattie che hanno colpito i soldati italiani al ritorno dalle missioni internazionali è chiamato “Sindrome dei Balcani”. Fabio Maniscalco si è ammalato di un tumore fulminante al pancreas ed è morto in meno di due anni.

 

Maria Rosaria Ruggiero, moglie di Fabio Maniscalco
Maria Rosaria Ruggiero, moglie di Fabio Maniscalco

 

Informare ha incontrato Mariarosaria Ruggiero, moglie di Fabio, per far luce sull’incredibile lavoro di suo marito e sull’inferno che molti militari italiani hanno dovuto affrontare.

Mariarosaria, hai seguito il lavoro di tuo marito in tutti questi anni, qual è la cosa più incredibile del suo operato?
«Dagli anni in cui è stato a Sarajevo, quindi dal 1996, fino alla morte, ha lavorato incessantemente. Senza un attimo di tregua».

Si è addirittura infiltrato nel mercato nero delle opere d’arte.
«Sì, nel Kosovo. Partecipò come esperto, non come ufficiale, fu chiamato dal Ministero della Difesa. Si mosse come acquirente di pezzi pregiati dell’arte, per poi denunciare i veri mercenari. Riuscii a recuperare numerosi reperti».

Quindi lui in un certo momento uscì dall’esercito, perché?
«Il suo obbiettivo era di transitare nel nucleo di protezione dei beni culturali dei Carabinieri. Proprio mentre stava per approdare in questo nucleo, venne firmata la fine della guerra nei Balcani. A quel punto lui chiese di partire per Sarajevo per verificare lo stato del patrimonio monumentale. Si trovò nel posto giusto al momento giusto. Venne chiamato dal Ministero della Difesa come addetto stampa, ma sempre in qualità di membro dell’esercito. Successivamente a quelle missioni Fabio si ammalò di tumore al pancreas».

Hai subito pensato che fosse dovuto all’uranio?
«Non abbiamo subito collegato. La certezza l’abbiamo avuta con gli esami di nanodiagnostica. Quando Fabio è stato operato a Verona, in un centro d’eccellenza, i medici ci sollecitarono a fare questi esami. Abbiamo mandato i campioni prelevati dal pancreas di Fabio al centro di nanodiagnostica della dottoressa Gatti, in Emilia Romagna. Con grande sorpresa abbiamo scoperto che Fabio era stato devastato da particelle non biocompatibili e da metalli pesanti. Nei globuli rossi sono state trovate particelle di oro, piombo, parti di argento (da qui il titolo “Oro dentro”, ndr). I quali possono essere spiegati unicamente con la micronizzazione. L’uranio micronizza gli oggetti, rendendoli ancora più impercettibili della polvere. Questi vengono inalati e si depositano nel nostro organismo, e lì insorge la malattia».

Cos’ha fatto dopo aver capito che il suo male proveniva dall’uranio impoverito?
«Fabio ha cercato di diffondere questo enorme problema. Molti militari, invece, non hanno mai fatto esami di nanodiagnostica e non hanno mai saputo la verità. Si è sempre domandato come avessero potuto mandarli lì senza conoscere il pericolo a cui erano esposti. Erano malequipaggiati: Fabio scavava con le mani. Dieci anni dopo la morte siamo stati riconosciuti vittime del dovere, ma non sono mai stati stanziati fondi da parte del Governo. E tra l’altro quest’ultimo non ha mai riconosciuto il nesso di causalità tra l’esposizione all’uranio e l’insorgere di queste patologie».

Come reagisci al pensiero che quei proiettili caricati con l’uranio impoverito furono opera della Nato?
«Quello è l’aspetto più paradossale. A bombardare siamo stati noi ed è per questo che non se ne parla. Per questo motivo la “Sindrome dei Balcani” ha fatto fatica ad emergere».

Fabio è stato un gigante nella protezione dei beni nelle zone a rischio bellico. Manca una figura come Maniscalco all’Italia?
«Fabio in questo settore è stato una punta d’eccellenza, era avanti anni luce nello studio della protezione dei beni culturali. Sentiamo spesso parlare dei “caschi blu della cultura”, come dice Franceschini, ma cosa fanno questi? Esistono? Vanno in Siria a lavorare? Fabio ha parlato di task force d’intervento per la salvaguardia dei beni; i Ministri provano a pensarci ora, lui ne ha parlava vent’anni fa».

Le varie commissioni d’inchiesta non hanno mai rilevato l’incidenza dell’uranio impoverito nello sviluppo di queste patologie, nessuno dei governi Prodi-D’Alema-Amato ha dato mai alcuna risposta, né l’allora Ministro della Difesa, e attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 181 Maggio 2018