Un’opera d’arte nell’arte: la straordinaria idea di Angelo Figus

Angelo Figus - Arte Longobarda

 

Angelo Figus, classe 1975, è un importante stilista sardo legato alla sua terra italiana e profondo amante di arte e moda. Abbiamo incontrato la sua personalità carismatica durante la presentazione del suo ultimo lavoro al MANN che lo vede coinvolto, giocando con colori e tessuti, nella realizzazione e nella cura dell’allestimento della mostra “I Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, esposta a Napoli fino a marzo.

L’idea di utilizzare dei tessuti come ‘’sfondo’’ alla mostra longobarda nasce da un interesse personale?
«Assolutamente. Nasce da una vocazione prima di tutto. Il tessile è molto vicino alla mia formazione perché sono uno stilista di moda ma la mia professione mi ha portato a studiare i colori, fare ricerche di mercato e occuparmi molto di cultura, mostre e opere contemporaneamente al mio lavoro di moda che non avrei mai lasciato. Il tessile è l’unico materiale non presente in mostra; una mostra molto complessa, molto eterogenea in termini di storia e in termini di materiale. L’idea era di creare un tessuto. Lo abbiamo disegnato e fatto nascere dall’esigenza di creare un tappeto. Un tappeto che è una zona molto comoda, calda e quasi distensiva perché un tessile ascolta, senza rispondere, qualsiasi cosa. A me questa sembrava un’occasione bellissima per creare un tessile che potesse armonizzare delle differenze e delle complessità difficili da raccontare con una pittura o con una grafica. Lo stesso disegno ma non in tessuto non avrebbe avuto la stessa forza».

Perché la scelta di colorazioni differenti ma la stessa figura geometrica?
«Ogni sezione ha una coloritura differente perché corrisponde alla sensazione e all’atmosfera che è raccontata filologicamente dai reperti. Ad esempio c’è la prima zona che parla di una guerra: arancio e azzurro per ferro e fuoco. Una sensazione molto forte che disturba perché, non dimentichiamo, stiamo parlando di un’invasione. C’è al centro un’altra zona forte che è quella del giallo, rosso e blu che sono i colori che avevano quelle pietre, mai state bianche. L’esagono, invece, è una figura geometrica che ti permette di mantenere la spigolosità e, dunque, la complessità degli eventi narrati attraverso questi pezzi. Allo stesso tempo ha una rotondità: tu puoi girare quasi sempre intorno, puoi vedere lo stesso oggetto da tutti i punti di vista e per me è molto importante. Io vado a vedere il retro anche dei quadri perché spesso come sono montate le tele è più importante del quadro stesso. Delle volte scopri che dietro i quadri ci sono altri quadri. Non c’è un lato A e un lato B o quantomeno non dovrebbe mai vincere, soprattutto con questi oggetti. Per cui l’esagono è tanto spigoloso quanto rotondo per motivazioni diverse».

Cosa rappresenta l’archeologia per un designer come lei?
«L’archeologia per me è il futuro del lusso perché è il futuro dell’economia e della nostra storia per i prossimi 200 anni. Lo è stato in passato ma ora lo sarà in modo differente perché, nel frattempo, abbiamo tutti studiato un po’ di marketing, un po’ di comunicazione e un po’ di allestimento. Mi piacerebbe che l’archeologia non fosse più una cosa distante e messa in un freezer. Noi siamo soliti vedere le mostre di archeologia che sembrano quasi dei protoni di esecuzione: tutti pezzi messi contro il muro pronti ad essere sparati. Eppure se non esistessero quelle epigrafi noi non avremmo i tablet. È un passaggio obbligato per arrivare alla cultura di adesso. È la preistoria dell’innovazione».

Cosa ti ha spinto, dopo gli studi in Belgio, a tornare in Italia?
«Bene, allora io ho vissuto in Sardegna fino ai miei 18 anni ma poi sono volato in Belgio per studiare all’Accademia di belle arti di Anversa. Nel 2010 sono tornato in Italia e ora uso Cagliari come punto di arrivo e di partenza. L’Italia è, inevitabilmente, il mio paese. Napoli innanzitutto è una perla. Se io mi dovessi trasferire arriverei qui, mi piace perché ha un’attenzione ai particolari. Innanzitutto parlo di eleganza che per me non è essere stucchevoli o essere vestiti bene, l’eleganza è saper mischiare le differenze. Questa è l’eleganza contemporanea e Napoli ha proprio questo. A me piace con tutte le sue contraddizioni e la sua confusione, è troppo bella. C’è la gente a cui tu chiedi dov’è l’edicola e ti raccontano la propria vita. Ma dove lo trovi un posto del genere? Secondo me la parola più moderna di oggi è umanità e qui ne trovo uno spaccato meraviglioso».

di Giovanna Cirillo