Un trentennale non è una ricorrenza qualsiasi. Segna il tempo di una generazione. E allora come raccontarla a quella generazione?

Cominciando a dire  che il  crollo del muro di Berlino non è stato un fulmine a ciel sereno. Pur se preceduta da una incubazione di mesi (tra l’altro, esternamente alla Germania, il 4 Giugno del 1989 ci fu Piazza Tienanmen), la caduta del Muro non fu certo prevista nei tempi e nei modi in cui si realizzò.

Ci fu un negoziato febbrile, in via riservata, affidato alla abilità ed alla determinazione di un tedesco che noi italiani conosceremo più tardi in circostanze, per alcuni versi, altrettanto drammatiche: W. Schauble, censore implacabile dei nostri conti. La riunificazione coronò il sogno di superare le lunghe divisioni tra quanti avrebbero dovuto crescere insieme, come dichiarò con coraggio Willy Brand. Trent’anni dopo è anche tempo di valutare i ritardi e le incongruenze della integrazione dei nuovi Lander nel tessuto di quel che era la Germania occidentale.

Se la riunificazione proiettò la Germania verso una nuova dimensione nazionale ed europea, numerosi ed evidenti nodi sono ancora da sciogliere “all’Est” : identità, sfiducia, emigrazione, un sentimento strisciante di essere quasi ragioni di seconda categoria. Presto o tardi la storia presenta sempre il suo conto, spesso si tratta di un conto salato e talvolta non privo di una qualche ironia. Dev’essere infatti per l’ironia della storia se la proclamazione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, potente spinta propulsiva per i populismi e i sovranismi europei, è capitata giusto lo stesso giorno del crollo del muro, il 9 novembre, quasi a smentirne, ventisette anni dopo, speranze, illusioni e false prospettive Ma nella storia come nei sogni, ce l’ha insegnato Freud, le coincidenze dei numeri non sono mai casuali: ci mettono sulla strada di tracce perdute o rimosse, consentendoci di ricostruire in modo più attendibile la genealogia di un presente smemorato.

Il muro di Berlino fu costruito nel 1961 per fermare l’esodo della popolazione dalla Repubblica Democratica Tedesca (Ddr, o Germania Est), comunista, verso la Repubblica Federale di Germania (Germania Ovest), più ricca.

Tra il 1949 e il 1961 erano fuggiti dall’est più di 2,6 milioni di tedeschi, su una popolazione totale di 17 milioni. Con il paese sull’orlo del collasso economico e sociale, il governo della Germania Est prese quindi la decisione di chiudere tutto il confine, costruendo il muro in una notte, il 13 agosto 1961. Il nome ufficiale era “barriera di protezione antifascista”, che doveva difendere i tedeschi orientali dall’occidente. Oggi, secondo uno dei tanti sondaggi effettuati in occasione del trentennale metà dei tedeschi occidentali considera la riunificazione con “l’est “un successo. Due terzi dei tedeschi “dell’est “non sono d’accordo.

C’è un fatto implicito, che va ricordato, nella promessa di riunificazione: c’era il patto che i tedeschi dell’est avrebbero potuto finalmente godere di quanto avevano a lungo invidiato all’ovest. Per anni erano stati costretti a osservare uno stile di vita che rimaneva fuori della loro portata, con i pacchi di caffè e dolci inviati dai parenti dell’ovest, le merci occidentali in mostra nei negozi Intershop – accessibili solo a chi possedeva valuta pregiata – o le pubblicità nei canali televisivi occidentali che trasmettevano da oltre il confine… A differenza di quanto accaduto a tutti gli altri paesi liberati da una tirannia, a tutta la popolazione della Germania Est fu concesso di appartenere a una grande e ricca democrazia. In segno di grandioso, anche se poi sciagurato, gesto di benvenuto, il cancelliere della Germania occidentale Helmut Kohl (che promise ai tedeschi dell’est “paesaggi rigogliosi”), convertì alcuni dei loro risparmi senza valore in valuta forte, al tasso assurdamente generoso di un marco dell’ovest (deutschmark) per ogni marco dell’est (ostmark). Il danno arrecato da quattro decenni d’oppressione e indottrinamento non poteva essere sanato in una notte. E, certo, non esisteva alcun manuale che indicasse la strada per l’assorbimento dell’est all’interno dell’ovest.

Ma c’è un però: un popolo cresciuto in una società in cui l’iniziativa individuale era spietatamente repressa fu costretto ad adattarsi all’improvviso alle asprezze del capitalismo. Questa decisione rese un sacco di aziende automaticamente non competitive. Quelle che sono sopravvissute hanno faticato ad adattarsi alle regole occidentali che hanno dovuto accettare per intero. Secondo alcune stime, l’80 per cento dei tedeschi orientali si è trovato, a un certo punto della propria vita, senza lavoro. Furono 8.500 le aziende dell’est privatizzate o liquidate dalla Treuhandanstalt una nuova agenzia governativa. Molti se la cavarono facendo lavoretti per un po’, prima di ottenere i benefici previsti dal piano Hartz IV, i più modesti dei sussidi statali della Germania, grazie ai quali molti vivono ancora oggi. Non sorprende quindi che molti, oggi, esprimano il loro risentimento votando formazioni neonaziste. Dopo il 1990, i tedeschi dell’est hanno dovuto “riprogrammare interamente la loro vita”. Alcune sofferenze a breve termine, certo erano inevitabili.

La produttività media della manodopera nell’est era il 30 per cento di quella dell’ovest. Oggi solo il 7 per cento delle cinquecento aziende più ricche di Germania (e nessuna di quelle inserite nel listino Dax30) ha sede nella parte orientale del paese.

Questo riduce il gettito fiscale delle amministrazioni comunali e alimenta il divario di produttività tra est e ovest, che da circa vent’anni si attesta intorno al 20 per cento. La maggior parte dei beni liquidati dal Treuhandanstalt finirono in mani straniere o della Germania ovest, ostacolando lo sviluppo di una classe capitalistica a est. Per molti il modo migliore di avere uno stile di vita occidentale fu di trasferirsi a ovest, come il 25 per cento dei tedeschi orientali di età compresa tra 18 e 30 anni. Le parti rurali dell’ex Ddr furono le più colpite. A mano a mano che città e villaggi si svuotavano e il gettito fiscale diminuiva, le scuole chiudevano, i negozi abbassavano la saracinesca e i condomini residenziali venivano demoliti. L’emigrazione di massa dei giovani portò a un crollo del numero delle nascite

Dal punto di vista economico oggi , nonostante le difficoltà dei primi anni, l’est ha cominciato a convergere verso l’ovest, e la vita è drasticamente migliorata in un’ampia gamma d’indicatori. Oggi alcune regioni orientali della Germania hanno tassi di disoccupazione più bassi di regioni occidentali postindustriali come la Saarland o la valle della Ruhr. Trasferimenti monetari da ovest a est di circa due trilioni di euro hanno ridotto il divario infrastrutturale (oggi questi rappresentano circa trenta miliardi di euro all’anno, perlopiù sotto forma di pagamenti per la previdenza sociale). Gli stipendi a est sono oggi all’incirca l’85 per cento di quelli dell’ovest, e il costo della vita è inferiore. Il divario relativo alla speranza di vita si è chiuso, l’aria è più pulita e gli edifici sono più intelligenti. Secondo i soliti sondaggi il 53 per cento dei tedeschi dell’est è felice della sua condizione economica, una cifra identica a quella dell’ovest.

Il quadro è molto più roseo in alcune città dell’est. Potsdam, Jena e Dresda possiedono poli industriali e turistici, oltre che alloggi a buon mercato. Altre, come Lipsia conoscono da anni un boom. La “bacon belt” (la cintura della pancetta) intorno a Berlino trae beneficio dal successo della capitale, soprattutto grazie ai lavoratori più anziani che si trasferiscono in periferia. Le mutazioni a est hanno avuto, però, conseguenze sociali, culturali e politiche che oggi si stanno rivelando con più chiarezza. Lo scorso febbraio migliaia di sostenitori della Dynamo Dresda, durante una trasferta ad Amburgo, hanno cominciato a scandire un coro poco familiare: “Ost, Ost, Ostdeutschland!” (Est, Est, Germania Est). Un filmato dell’episodio è diventato virale, scatenando un vivace dibattito: i tifosi stavano esprimendo una variante “orientale”, e di dubbio gusto, del nazionalismo militante tedesco? Oppure si è trattato di una gioiosa riappropriazione di un’identità che per lungo tempo è stata considerata un tratto di stupidità e chiusura mentale?

Come scrive Amnesty I.,”trent’anni fa, insieme a quella barriera fisica, cadeva l’idea di un mondo chiuso e diviso. Un’idea che non è mai stata sconfitta completamente e che oggi si ripresenta in forme e modi diversi.”  Si, perché oggi esisterebbero oltre 40mila km di muri e barriere nel mondo, letteralmente la circonferenza del globo terrestre.

              di Nicola Dario

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°200
DICEMBRE 2019

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